Benvenuti all’episodio più recente di “Il web si indigna per qualcosa che in realtà non è un problema”, trasmissione quotidiana senza interruzioni pubblicitarie disponibile su tutti i social sette giorni su sette, festivi inclusi. Questa settimana la puntata è particolarmente istruttiva, perché il bersaglio della furia collettiva è Christopher Nolan, e il motivo è una parola. Una sola. Due sillabe. Papà.
Nel secondo trailer ufficiale dell’Odissea, il film più atteso dell’estate con uscita prevista il 16 luglio, Tom Holland nel ruolo di Telemaco pronuncia la frase della discordia. In inglese dice “My dad is coming home”. Mio papà sta tornando a casa. Apriti cielo. Anzi, apriti Olimpo. Sui social è scoppiato il finimondo con la stessa proporzionalità con cui di solito esplodono le polemiche più memorabili della storia dell’umanità, tipo quella sul colore del vestito o quella sulla direzione in cui si arrotola la carta igienica. Qualcuno ha giurato di aver “gridato dall’orrore”. Qualcun altro ha già sentenziato che il film è rovinato. Un altro ancora, con la solennità di chi sta annunciando una guerra, ha scritto che “i termini moderni non hanno posto in questo film”.
Duemilaeseicento anni di storia del pensiero occidentale, e siamo qui a discutere di papà.
La scena del crimine
Ricostruiamo i fatti per chi non avesse seguito l’aggiornamento. Nel trailer, Robert Pattinson nei panni di Antinoo affronta Telemaco con una battuta al vetriolo che nella versione originale usa la parola “daddy” in senso provocatorio e beffardo, quasi infantilizzante. Il senso è chiaro: Antinoo sta prendendo in giro Telemaco per la sua devozione verso un padre che non è mai tornato, con il sottotesto di chi dice “stai ancora aspettando papà? Quanto sei patetico”. È una battuta scritta per definire il rapporto conflittuale tra i due, per far capire immediatamente chi è il villano e che tipo di villano è. Ha una funzione narrativa precisa. Funziona.
Il web ha deciso che non funziona, perché nell’Antica Grecia non si diceva papà.
Ora, a questo punto bisogna fare una precisazione che i più informati tra i polemisti hanno effettivamente sollevato, e che merita rispetto prima di essere usata per dimostrare esattamente il contrario di quello che volevano dimostrare. È vero che in greco antico esisteva un termine informale per chiamare il padre, παππᾶς, che suonava più o meno come il nostro papà. È anche vero che nell’Odissea di Omero questa parola non viene usata. Era considerata troppo informale per i contesti solenni, inadatta tra uomini adulti di alto lignaggio. Gli esperti di classica hanno fatto notare tutto questo, e il fatto che abbiano ragione filologicamente non cambia assolutamente nulla a quello che stiamo per dire.
Il film è ambientato nell’Antica Grecia. I personaggi parlano inglese con accento americano.
Fermiamoci un secondo. L’Odissea di Nolan è un kolossal da duecentocinquanta milioni di dollari, girato in IMAX 70mm, con Matt Damon nei panni di Ulisse, Zendaya nei panni di Atena, Anne Hathaway come Penelope, Charlize Theron come Calipso, e Travis Scott in un cameo di cui ancora non si capisce bene il motivo ma che esiste. I personaggi dell’Antica Grecia parlano inglese. Con accento americano. Matt Damon a un certo punto urla “Let’s go!” come grido di battaglia. Robert Pattinson è britannico ma suona americano. Nessuno porta una toga con la fibbia giusta.
La linea che separa l'”autenticità accettabile” dall'”errore intollerabile” si è fermata esattamente su “papà”, sorvolando su tutto il resto come se niente fosse. È come andare a una cena in costume d’epoca, presentarsi con la parrucca del Settecento, il farsetto, i pantaloni al ginocchio, le scarpe con la fibbia, e poi scandalizzarsi perché qualcuno ha portato le posate moderne invece di usare le mani. A un certo punto bisogna decidere a cosa si tiene davvero.
Nolan e Omero secondo Nolan, non secondo i puristi del martedì sera
Nolan ha spiegato la sua visione del progetto durante un’apparizione al Late Show di Stephen Colbert, e l’ha sintetizzata con una frase che i puristi probabilmente hanno ricevuto come un pugno allo stomaco: per lui Omero era il George Lucas del suo tempo, “una specie di Marvel dell’era antica”. Il che significa che Nolan non sta cercando di fare una trasposizione filologicamente corretta del poema. Sta cercando di fare con l’Odissea quello che il cinema popolare fa da sempre con i miti: prenderli, amplificarli, renderli accessibili a milioni di persone che probabilmente non hanno mai letto l’originale e non lo leggeranno mai. Nel processo, qualcosa si perde e qualcosa si guadagna. È sempre stato così. Era così già quando i Romani hanno preso gli dèi greci e gli hanno cambiato il nome.
La struttura del film sarà non lineare, coerente con l’ossessione di Nolan per il tempo che non scorre in modo rettilineo. Telemaco aspetta un padre che non è mai tornato. Ulisse cerca di tornare a casa attraverso un viaggio che non smette di complicarsi. Penelope resiste. I pretendenti premono. È la stessa storia che si racconta da tremila anni, e il fatto che in questo caso Telemaco chiami il padre “dad” invece di “padre” o “genitore” o qualsiasi altra formula più solenne non cambia la sostanza di quello che quella storia racconta.
Un ragazzo che aspetta il ritorno di un genitore, in qualsiasi lingua e in qualsiasi secolo, ha il diritto di chiamarlo papà. Anzi, “papà” è esattamente la parola giusta, perché dice tutto su come quel ragazzo sente quel legame: non come un re o un eroe, ma come suo padre. Che è precisamente il punto del personaggio di Telemaco in tutto il poema.
Le altre polemiche, perché una non bastava
Va detto che la questione del papà è solo l’ultima di una serie di indignazioni che l’Odissea di Nolan sta collezionando con la stessa efficienza di un filatelico di professione. Le polemiche precedenti includono gli accenti americani, già citati. I colori plumbei del trailer, giudicati troppo nordici per una storia ambientata nel Mediterraneo. I costumi di Agamennone, descritti da qualcuno come “Batman ai tempi della guerra di Troia”, il che in realtà suona più come un complimento involontario. Il cast non abbastanza ellenico nelle fattezze. La Sicilia che è stata usata come location ma nel trailer si vede poco. Lupita Nyong’o il cui personaggio è ancora misterioso, il che ha generato una polemica preventiva su qualcosa che non si è ancora visto.
Persino l’account ufficiale di IMAX ha ironizzato sull’uso di “daddy” in inglese, il che significa che a questo punto anche il cinema si è accorto della cosa e ride insieme a noi.
Il film esce il 16 luglio. Ne parleremo ancora un bel po’.
La verità, quella scomoda, è che tutta questa indignazione collettiva è la prova che l’Odissea di Nolan ha già vinto la prima battaglia. Non esiste pubblicità migliore del litigio preventivo. I biglietti IMAX erano già andati esauriti con un anno di anticipo prima che scoppiasse la polemica su papà. Ora che è scoppiata, probabilmente qualcuno che non aveva ancora deciso se andare al cinema ci andrà solo per farsi un’opinione autonoma, e qualcuno che aveva già deciso di non andarci cambierà idea per andare a odiarlo dal vivo invece che dal divano.
Nolan ha detto che vuole riportare Omero al centro del cinema popolare. Ci sta riuscendo, nel senso che da giorni non si parla d’altro. Che poi il film sia effettivamente all’altezza delle aspettative lo scopriremo il 16 luglio, quando finalmente potremo valutare l’opera intera invece di un trailer di tre minuti. Fino ad allora, il dibattito continuerà con la stessa inesauribile energia con cui continua da Omero in poi: ognuno con la propria versione, ognuno convinto di sapere come dovrebbe essere raccontata questa storia.
Nel frattempo, da qualche parte nell’Olimpo digitale, Telemaco aspetta ancora. E in qualsiasi lingua lo diciate, sta aspettando suo padre.


