Se hai visto il primo 28 anni dopo diretto da Danny Boyle e sei rimasto con quella sensazione di disagio addosso per giorni, sappi che questo secondo capitolo fa esattamente lo stesso – ma con il volume alzato al massimo di canzoni degli Iron Maiden. 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è disponibile su Prime Video (per l’acquisto) e Apple TV+, e già ora sta dividendo chi lo ha visto in due fazioni molto nette: c’è chi lo considera un’opera coraggiosa e visionaria, e chi fatica a trovare un filo a cui aggrapparsi durante i 109 minuti di durata.
La regia questa volta passa da Danny Boyle a Nia DaCosta, e la sceneggiatura resta nelle mani di Alex Garland. Il film riprende esattamente da dove si era fermato il precedente: il giovane Spike è finito nelle grinfie di Jimmy Crystal, leader di una setta di satanisti travestiti da criminali da strapazzo, con parrucche bionde e tute da ginnastica (mi ricordano un po’ i maranza), convinti che il loro capo sia il figlio di una divinità oscura chiamata “Il Grande Caprone”. La prima scena del film è già uno schiaffo: Spike deve combattere fino alla morte contro uno dei membri della setta, all’interno di una piscina vuota di un parco acquatico abbandonato. Il contrasto tra quello spazio che una volta era pieno di risate di bambini e quello che succede adesso è esattamente il tipo di immagine che 28 anni dopo sa costruire meglio di qualsiasi altro franchise horror in circolazione.
Ralph Fiennes torna nei panni del dottor Ian Kelson, e il film in certi momenti diventa quasi un ritratto di questo personaggio bizzarro e solitario che vive sottoterra, ascolta i Duran Duran su vinile e passa le giornate a osservare e studiare Samson, il cosiddetto Alfa – un infetto di livello superiore che Ian ha scoperto rispondere ai suoi dardi sedativi. C’è una sequenza in cui i due, dottore e infetto, stanno sdraiati nell’erba sotto l’effetto di una sostanza allucinogena, e per qualche minuto il film diventa qualcosa di completamente diverso da quello che ti aspettavi. È uno dei momenti più riusciti – strano, malinconico, quasi tenero – e dimostra perché Fiennes sia l’attore più importante di questo secondo capitolo. Senza di lui, il film avrebbe molta più difficoltà a reggere il suo peso emotivo.
Il problema principale di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è che fatica a trovare una direzione narrativa precisa. Spike rimane spesso sullo sfondo, testimone passivo degli orrori che lo circondano piuttosto che protagonista attivo della propria storia. I personaggi secondari vengono abbozzati e poi abbandonati prima che tu riesca ad affezionarti a qualcuno. La trama non ha la progressione classica che porta verso una soddisfazione emotiva – e qui la domanda è lecita: è una scelta voluta o un difetto strutturale? La risposta, probabilmente, è entrambe le cose insieme.
DaCosta sembra voler raccontare un mondo in cui dopo ventotto anni di apocalisse le persone hanno smesso di avere sogni, speranze, un orizzonte verso cui guardare. I personaggi sono svuotati dentro non per pigrizia narrativa, ma perché quella svuotatura è il punto. Jimmy Crystal è un adolescente rimasto bloccato nella sua adolescenza, che ha trasformato il dolore per la perdita del padre in una mitologia oscura e delirante. I suoi seguaci hanno trovato in lui qualcosa a cui credere perché il mondo reale non gli offriva più nulla. Ian si aggrappa alla sua etica medica come all’unica cosa che ancora lo definisce come essere umano. È un film sul vuoto che lascia il crollo di ogni certezza, e su quello che le persone costruiscono al suo posto.
Detto questo, c’è una scena verso la fine che vale da sola gran parte della visione. Una festa post-apocalittica con Ian travestito da figura demoniaca mentre suona in sottofondo la musica degli Iron Maiden, cocaina, fuoco e una folla che si muove come se stesse celebrando qualcosa di terribile e magnifico allo stesso tempo. È una sequenza visivamente potente, divertente e disturbante in egual misura, e dimostra che DaCosta sa costruire grandi momenti di cinema quando il materiale glielo permette.
Il finale lascia uno spiraglio aperto – forse troppo aperto, rispetto al tono complessivo di un film che fino a quel punto non aveva fatto sconti a nessuno. È una scelta che si capisce in ottica di trilogia, ma che toglie qualcosa all’impatto emotivo di quello che si è appena visto.
28 anni dopo – Il tempio delle ossa è un film imperfetto, a tratti frustrante, ma mai banale. Se hai amato il primo capitolo, vale la pena vederlo. Se invece cerchi una storia con una progressione emotiva chiara e personaggi con cui identificarsi, potresti trovarti in difficoltà.
Tu preferisci i sequel che espandono il mondo della storia o quelli che si concentrano su un arco narrativo autonomo e concluso? Scrivilo nei commenti – su questo i fan della saga si stanno già dividendo in modo netto.
La Recensione
28 anni dopo - Il tempio delle ossa
Un secondo capitolo coraggioso e visivamente potente, che preferisce la brutalità nichilista alla soddisfazione narrativa. Ralph Fiennes è magnifico e alcune sequenze sono tra le più riuscite della saga. Ma la mancanza di un centro emotivo solido pesa sull'esperienza complessiva.
PRO
- Ralph Fiennes è straordinario e porta il film su un piano emotivo che senza di lui non avrebbe raggiunto
- La regia di Nia DaCosta costruisce sequenze visivamente potenti e alcune scene rimarranno in testa a lungo
CONTRO
- I personaggi restano abbozzati e non si sviluppano abbastanza da generare un vero coinvolgimento emotivo


