Nel 1989 Tim Burton portò Batman al cinema con Michael Keaton e Jack Nicholson, ma la vera mossa folle fu chiamare Prince per creare un album ispirato al film. Non una semplice colonna sonora con due brani appiccicati sopra ai titoli di coda. No. Prince prese Gotham, il Joker, Bruce Wayne, Vicki Vale e ci costruì attorno un disco vero, strano, sexy, teatrale e completamente suo. A distanza di 37 anni, quella scelta resta una delle più coraggiose nella storia dei film di supereroi.
E pensare che, all’inizio, l’idea poteva essere ancora più assurda. Prince raccontò anni dopo che si era parlato persino di un progetto insieme a Michael Jackson: Michael come Batman, Prince come Joker. Una cosa che oggi sembra uscita da un sogno febbrile dopo aver mangiato pesante a mezzanotte. Poi Jackson era impegnato con il suo tour mondiale e il piano non andò in porto.
Forse meglio così.
Perché il Batman del 1989 aveva già bisogno di due anime musicali diverse. Da una parte c’era Danny Elfman, chiamato a costruire il corpo orchestrale del film: cupo, gotico, minaccioso, con quella marcia nera che ancora oggi associamo al Cavaliere Oscuro. Dall’altra c’era Prince, libero di fare l’esatto contrario: un album funk-pop anni 80, pieno di groove, falsetti, synth, chitarre, sensualità e teatralità.
Elfman, infatti, non voleva diventare una specie di arrangiatore di lusso per Prince. E aveva ragione. Il suo compito era dare a Batman una statura mitologica, non accompagnare un disco pop. La separazione tra i due mondi funzionò proprio per questo: Elfman raccontava il buio di Gotham, Prince ne accendeva le luci al neon.
E qui nasce la magia.
L’album Batman di Prince non è una raccolta qualunque. Ogni brano viene pensato come se appartenesse a un personaggio o a una parte del film. The Future apre il disco con una visione oscura e nervosa, collegata a Batman. Electric Chair e Trust flirtano con l’energia caotica del Joker. Vicki Waiting guarda a Bruce Wayne e al suo rapporto con Vicki Vale. The Arms of Orion diventa la ballata romantica del disco, mentre Scandalous porta tutto in una zona più sensuale e malinconica.
Poi ci sono i due momenti più famosi: Partyman e Batdance.
Partyman nasce anche dall’impatto che Jack Nicholson ebbe su Prince. E si sente. È una canzone che sembra entrare nella festa del Joker al museo, buttare vernice sui quadri, ballare sopra il tavolo e uscire ridendo. È grottesca, funky, divertita, quasi arrogante. In pratica: Joker puro, ma filtrato dal mondo di Prince.
Batdance, invece, è un delirio controllato. Campionamenti dal film, cambi di ritmo, voci, frammenti, chitarre, danza, teatralità. Non è una canzone “normale”, e forse proprio per questo è rimasta impressa. Prince non stava cercando di scrivere il singolo radiofonico più pulito possibile. Stava creando un pezzo mutante, una specie di videoclip già dentro la musica.
E poi c’è Gemini, l’alter ego inventato da Prince per questo progetto. Un personaggio diviso, ispirato in parte al Joker ma con un richiamo evidente anche a Due Facce. Prince non si limitò a prestare canzoni a Batman: entrò nel film a modo suo, creandosi un posto dentro quell’universo. Come se Gotham non gli bastasse e avesse bisogno di una stanza privata, con specchi viola e luci basse.
La cosa più bella è che l’album funziona anche separato dal film. Puoi ascoltarlo senza rivedere Batman e resta comunque un disco di Prince. Strano, imperfetto, pieno di idee, a tratti esagerato, ma con una personalità enorme. Non è uno di quei prodotti nati solo per vendere il poster, la maglietta e il pupazzetto. È Prince che si diverte con un giocattolo costosissimo e lo trasforma in qualcosa di suo.
Anzi, forse il film aveva più bisogno di Prince di quanto Prince avesse bisogno del film.
Batman era già un evento, certo. Michael Keaton aveva il mantello, Jack Nicholson si mangiava ogni scena, Burton aveva dato a Gotham un’identità visiva pazzesca. Però l’album di Prince aggiunse un livello pop che il film da solo non avrebbe avuto. Lo rese ancora più anni 80, ancora più riconoscibile, ancora più strano. In un’epoca in cui i film di supereroi non erano ancora la macchina industriale che conosciamo oggi, quella colonna sonora sembrava dire: questo non è solo cinema, è un evento culturale.
Oggi siamo abituati a colonne sonore piene di nomi famosi, album “inspired by”, playlist costruite per lo streaming e canzoni pensate per finire subito nei trend. Ma Prince fece una cosa diversa. Non mise il suo nome sopra Batman. Lo divorò, lo risputò fuori e lo fece diventare funk.
Ecco perché, ancora oggi, quella soundtrack resta difficilissima da replicare. Non perché ogni brano sia perfetto. Non lo è. Alcuni passaggi sono figli del loro tempo, altri sembrano quasi troppo carichi. Ma il coraggio dell’operazione è enorme. Prince non cercò di essere invisibile al servizio del film. Fece l’opposto: entrò in scena con stivali, falsetto e chitarra, e trasformò Gotham in una pista da ballo piena di ombre.
Forse non è la colonna sonora più “corretta” per un film di supereroi. Forse non è nemmeno quella più elegante. Ma è una delle più vive, personali e riconoscibili. E in un genere che oggi spesso sembra prodotto con lo stampino, questa cosa pesa ancora di più.
Tu cosa ne pensi: il Batman di Prince è davvero la miglior colonna sonora supereroistica di sempre o preferisci altre soundtrack più moderne? Scrivilo nei commenti.


