Nel panorama delle serie in costume contemporanee si è scatenata una guerra silenziosa ma implacabile tra due titani del genere. Da una parte Bridgerton, il fenomeno Netflix di Shonda Rhimes che ha conquistato milioni di spettatori con la sua versione colorata e moderna della Londra della Reggenza. Dall’altra The Gilded Age, la nuova creazione di Julian Fellowes ambientata nella New York degli anni ’80 dell’Ottocento, che ha debuttato su HBO e Sky con un approccio completamente diverso al racconto d’epoca.
Mentre Bridgerton ha puntato tutto su una strategia di modernizzazione estrema del genere – casting multietnico, colonne sonore pop riarrangiate in chiave classica, e una narrazione che strizza l’occhio ai codici contemporanei – The Gilded Age ha scelto la strada dell’autenticità storica e della profondità narrativa. Il risultato? Due serie che rappresentano filosofie completamente opposte nel modo di fare televisione d’epoca.
Bridgerton ha sicuramente vinto la battaglia degli ascolti iniziali e del clamore mediatico, diventando un fenomeno virale capace di generare meme, playlist su Spotify e tendenze su TikTok. Ma quando si tratta di qualità televisiva pura, di costruzione dei personaggi e di rispetto per il contesto storico, The Gilded Age non solo tiene il passo, ma in molti aspetti surclassa la produzione Netflix.
Non si tratta di sminuire il valore di Bridgerton, che ha avuto il merito di portare il genere period drama alle nuove generazioni e di aprire discussioni importanti sulla rappresentazione e l’inclusività. Ma dal punto di vista della raffinatezza narrativa e dell’evoluzione dei personaggi, la serie di Fellowes dimostra una maturità che la concorrente fatica a raggiungere. Analizziamo punto per punto perché The Gilded Age rappresenta l’evoluzione naturale del period drama, mentre Bridgerton rimane ancorato a formule già viste.
La fedeltà storica che fa la differenza
Il primo e più evidente vantaggio di The Gilded Age rispetto a Bridgerton risiede nel rispetto del contesto storico. Mentre la serie Netflix ha fatto la scelta creativa – legittima ma discutibile – di inserire aristocratici di colore nella società britannica del 1813 senza spiegazioni narrative, The Gilded Age affronta la questione razziale in modo più onesto e storicamente accurato.
La serie di Fellowes non ignora le dinamiche razziali dell’epoca, anzi le affronta attraverso il personaggio di Peggy Scott, interpretata da Denée Benton. Peggy è una scrittrice afroamericana che deve confrontarsi con le reali limitazioni e discriminazioni del suo tempo, ma lo fa in modo credibile e rispettoso del contesto storico. Non esistono duchesse nere nella New York del 1882 della serie, perché sarebbe stato anacronistico rappresentarle.
Questa scelta permette a The Gilded Age di esplorare le tensioni sociali reali dell’epoca senza ricorrere a espedienti narrativi che, per quanto ben intenzionati, rischiano di risultare forzati. Il mondo di Peggy Scott è quello di una donna di colore istruita che deve navigare in una società che le offre opportunità limitate ma reali, non quello di una fantasia storica in cui le barriere razziali sono magicamente scomparse.
Lo stesso vale per l’accuratezza nell’abbigliamento, nell’arredamento e nelle dinamiche sociali. Mentre Bridgerton prende liberamente dalla storia quello che gli serve per creare uno spettacolo visivo accattivante, The Gilded Age si impegna a ricreare fedelmente l’atmosfera dell’epoca dorata americana, con tutti i suoi contrasti e le sue contraddizioni.
Un’evoluzione narrativa che Bridgerton non conosce
Il secondo grande vantaggio di The Gilded Age è la sua capacità di crescere e evolversi stagione dopo stagione. Mentre Bridgerton sembra bloccato in una formula ripetitiva – ogni stagione segue lo stesso schema di corteggiamento, ostacoli, risoluzione romantica – la serie di Fellowes costruisce un arco narrativo complesso che si sviluppa nel tempo.
Dalla prima alla terza stagione, The Gilded Age ha mostrato un’evoluzione costante sia nella scrittura che nella complessità delle trame. I conflitti tra “vecchio” e “nuovo” denaro si sono approfonditi, le dinamiche familiari si sono complicate, e i personaggi hanno affrontato trasformazioni reali che li hanno cambiati profondamente.
Bridgerton, al contrario, sembra vittima di quello che nel gergo televisivo chiamiamo “seasonal reset” – ogni stagione riparte praticamente da zero con una nuova coppia protagonista, senza che ci sia una vera crescita dell’universo narrativo. È una strategia che funziona per l’intrattenimento immediato, ma che non permette la costruzione di quella profondità narrativa che caratterizza i grandi period drama.
The Gilded Age ha invece scelto la strada della continuità narrativa, permettendo ai suoi personaggi di evolvere in modo organico e alle sue trame di intrecciarsi in modi sempre più sofisticati. È l’approccio che aveva già reso Downton Abbey un classico, e che ora Fellowes sta perfezionando ulteriormente.
Personaggi tridimensionali contro archetipi romantici
La terza superiorità di The Gilded Age riguarda la costruzione dei personaggi. Mentre Bridgerton tende a creare figure che rispondono a archetipi romantici ben definiti – il duca tormentato, la debuttante ribelle, il fratello protettivo – The Gilded Age offre personaggi molto più sfaccettati e psicologicamente complessi.
Bertha Russell, interpretata da Carrie Coon, è un perfetto esempio di questa differenza. È simultaneamente ambiziosa e vulnerabile, spietata negli affari ma genuinamente affettuosa con la famiglia, capace di manipolazioni sottili ma anche di gesti di generosità inaspettati. È un personaggio che sfugge alle categorizzazioni facili e che continua a sorprendere lo spettatore.
Lo stesso vale per Agnes van Rhijn di Christine Baranski, che potrebbe sembrare la classica aristocratica conservatrice ma che rivela sfumature e motivazioni profonde che la rendono molto più interessante di quello che appare in superficie. Anche personaggi apparentemente secondari come Oscar van Rhijn o Gladys Russell hanno archi narrativi propri che li fanno evolvere nel corso delle stagioni.
In Bridgerton, i personaggi tendono a rimanere fedeli ai loro archetipi iniziali. Anthony Bridgerton rimane il fratello maggiore protettivo, Penelope Featherington la ragazza timida con un segreto, e così via. È una scelta che funziona per il tipo di narrazione che la serie vuole proporre, ma che limita le possibilità di crescita drammatica.
La complessità sociale contro il romanticismo puro
Il quarto punto a favore di The Gilded Age è la sua capacità di affrontare tematiche sociali complesse senza sacrificarle sull’altare del romanticismo. La serie di Fellowes non si limita a raccontare storie d’amore, ma esplora le dinamiche del potere economico, i cambiamenti sociali dell’America di fine Ottocento, e le tensioni tra tradizione e progresso.
Il conflitto tra la famiglia Russell (nuovo denaro) e l’establishment newyorkese (vecchio denaro) non è solo una cornice per storie romantiche, ma diventa il motore narrativo principale della serie. È un modo di fare televisione che tratta il pubblico come intelligente, capace di apprezzare sfumature politiche ed economiche oltre alle vicende sentimentali.
Bridgerton, pur avendo momenti di critica sociale, rimane fondamentalmente una fantasia romantica che utilizza il contesto storico come sfondo decorativo. Non c’è nulla di sbagliato in questo approccio, ma è inevitabilmente più limitato in termini di profondità tematica.
The Gilded Age riesce invece a bilanciare perfettamente intrattenimento e sostanza, offrendo al pubblico sia le soddisfazioni emotive del genere romantico sia la complessità intellettuale di un dramma sociale ben costruito.
La qualità tecnica che fa scuola
Il quinto e ultimo vantaggio di The Gilded Age riguarda la superiorità tecnica complessiva della produzione. Mentre Bridgerton punta molto sull’impatto visivo immediato – colori sgargianti, costumi appariscenti, scenografie da favola – The Gilded Age privilegia la raffinatezza e l’autenticità.
La direzione della fotografia di The Gilded Age è più sofisticata, con un uso della luce e del colore che crea atmosfere più profonde e coinvolgenti. I costumi, pur essendo spettacolari, rispettano maggiormente l’accuratezza storica senza sacrificare l’eleganza. Le scenografie ricreano fedelmente l’opulenza dell’età dorata americana senza cadere nell’eccesso decorativo.
Anche la regia è più matura, con un ritmo che sa alternare momenti di tensione drammatica a pause contemplative, permettendo ai personaggi e alle situazioni di respirare. È un approccio che richiede più pazienza da parte dello spettatore, ma che alla lunga risulta più gratificante e memorabile.
Bridgerton privilegia invece un approccio più immediatamente accattivante, con un montaggio più veloce, colori più vivaci e una generale tendenza a privilegiare l’impatto visivo sulla sottilezza narrativa. Funziona perfettamente per catturare l’attenzione sui social media, ma risulta meno duraturo nel tempo.
The Gilded Age rappresenta, in definitiva, un approccio più maturo e sofisticato al period drama contemporaneo. Non cerca il successo immediato attraverso espedienti virali, ma costruisce con pazienza un universo narrativo ricco e complesso che premia la fedeltà dello spettatore con storie sempre più profonde e coinvolgenti.
E tu cosa ne pensi? Preferisci l’approccio spettacolare e immediato di Bridgerton o la complessità narrativa di The Gilded Age? Qual è secondo te l’elemento più importante in un period drama: l’accuratezza storica o la modernizzazione del linguaggio? Raccontaci la tua nei commenti!


