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A Sanremo 2027 arriva la serata Eurovision: è un modo elegante per dire che i cantanti scarsi con l’autotune si esibiranno solo nelle altre serate?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
25 Luglio 2026
in Film & Serie TV, Programmi Televisivi
Tempo di lettura 7 minuti
A Sanremo 2027 arriva la serata Eurovision è un modo elegante per dire che i cantanti scarsi con l'autotune si esibiranno solo nelle altre serate

C’è una domanda che in redazione ci siamo posti appena letta la notizia della nuova serata Eurovision di Sanremo 2027, ed è talmente scomoda che vale la pena farla ad alta voce: se una delle cinque serate del Festival richiederà ai concorrenti un’esibizione “ispirata ai live”, cosa succederà in tutte le altre? Vuol dire che nelle prime due serate, quelle in cui gli artisti si esibiscono normalmente, un margine di aiuto tecnico alla voce resta comunque ammesso, mentre solo nella serata Eurovision si alzerà davvero l’asticella, mettendo a nudo chi sul palco regge solo grazie all’autotune? È una domanda provocatoria, lo ammettiamo subito, ma le regole vere dell’Eurovision Song Contest, quelle raccontiamo tra poco, danno a questa provocazione più senso di quanto si potrebbe pensare.

Cosa cambia a Sanremo 2027

Partiamo dai fatti, perché prima di ogni provocazione serve chiarezza. Stefano De Martino, nuovo direttore artistico del Festival per le edizioni 2027 e 2028, ha annunciato una rivoluzione del format che va in scena dal 16 al 20 febbraio 2027 al Teatro Ariston. Le cinque serate cambieranno pelle rispetto agli ultimi anni targati Carlo Conti. Il martedì e il mercoledì tutti gli artisti in gara si esibiranno con il proprio brano, il giovedì diventerà la serata delle cover, spostata rispetto alla collocazione tradizionale del venerdì, e proprio il venerdì debutterà la novità più discussa, la serata Eurovision, durante la quale i cantanti ripropongono il proprio brano con una performance dichiaratamente ispirata ai live, e viene scelto in quel preciso momento il rappresentante italiano per la kermesse continentale. Il sabato resta riservato alla finalissima e alla proclamazione del vincitore del Festival.

Il dettaglio che ha fatto più discutere riguarda proprio la possibilità di un doppio vincitore, quello del Festival di Sanremo e quello scelto per l’Eurovision, che potrebbero anche non coincidere. Interpellato sulla novità, lo stesso Carlo Conti ha scelto la strada della diplomazia, dichiarando che se la variazione ci sarà vorrà dire che chi di dovere ha ritenuto giusto farla, aggiungendo però che per lui resta prioritario che ci sia sempre una vera gara di canzoni e buona musica italiana.

Perché proprio ora, e perché proprio così

Il contesto in cui arriva questa novità non è casuale. Negli ultimi anni la rappresentanza italiana all’Eurovision ha generato più di una polemica, basti ricordare cosa accadde con Sanremo 2025, quando il vincitore del Festival scelse di rinunciare al diritto di partecipare alla kermesse europea, lasciando il posto al secondo classificato. Un episodio che ha probabilmente convinto la Rai della necessità di sganciare, almeno in parte, la vittoria sanremese dalla rappresentanza europea, costruendo un meccanismo di selezione parallelo capace di individuare chi ha davvero voglia e caratteristiche adatte a difendere i colori italiani sul palco continentale.

Le vere regole dell’Eurovision sulla voce dal vivo

Ed è qui che entra in gioco il punto più interessante di tutta la vicenda, quello che rende la nostra provocazione iniziale meno campata in aria di quanto sembri. L’Eurovision Song Contest, a differenza di molti show musicali televisivi, ha un regolamento tecnico piuttosto rigido sull’uso della voce durante le esibizioni. Dal 2021, la European Broadcasting Union, l’organizzazione che gestisce la manifestazione, permette l’uso di cori preregistrati per alleggerire la gestione tecnica delle esibizioni, ma la voce principale, quella del cantante o della cantante che porta il brano in gara, deve restare obbligatoriamente dal vivo. Anche gli strumenti musicali sul palco, salvo rarissime eccezioni concesse dall’organizzazione, vengono mimati sopra una base preregistrata, ma la voce del protagonista no, quella deve reggere l’urto del palco senza reti di salvataggio nascoste nel missaggio.

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È una regola che negli anni ha creato non pochi imbarazzi a cantanti abituati a un uso più disinvolto della correzione intonativa in studio di registrazione, e che costringe chi sale sul palco di Eurovision a mostrarsi davvero per quello che vale vocalmente, senza il paracadute di una base che canti al posto proprio nei passaggi più complicati del brano.

La provocazione, spiegata fino in fondo

Se la serata Eurovision di Sanremo dovesse davvero richiedere agli artisti una performance costruita secondo questi stessi criteri, cioè con la voce principale interamente dal vivo e senza alcun aiuto nascosto nella base, il confronto con le altre quattro serate del Festival diventerebbe automaticamente impietoso. Nelle prime due serate, quelle dell’esibizione dei brani in gara, l’uso di correzioni intonative più o meno leggere applicate in tempo reale, tecnica ormai diffusissima anche nei grandi show musicali internazionali, resta una prassi tollerata e raramente sanzionata. Nella serata Eurovision, se le regole europee venissero applicate anche a Sanremo, quello stesso margine di sicurezza sparirebbe. Ed è proprio in questo scarto che si annida la domanda provocatoria da cui siamo partiti: gli organizzatori stanno costruendo, forse anche involontariamente, una sorta di prova del nove capace di separare chi sa davvero cantare da chi si affida più del dovuto alla tecnologia in studio e in regia?

Perché la faccenda è comunque più complicata di così

Detto questo, sarebbe ingeneroso ridurre tutto a una semplice caccia agli intonati con l’aiutino. L’uso della correzione vocale in tempo reale durante un’esibizione dal vivo non equivale automaticamente a cantare in playback, ed esiste una differenza sostanziale tra un cantante che usa un leggero effetto di stabilizzazione dell’intonazione mentre canta realmente con la propria voce, e un artista che invece affida l’intera parte vocale a una base preregistrata, limitandosi a muovere le labbra sul palco. Anche gli stessi artisti che si esibiscono regolarmente all’Eurovision, del resto, lavorano su palchi attrezzati con sistemi di elaborazione del suono sofisticati, capaci di intervenire comunque sulla resa finale della voce senza per questo tradire la regola della performance dal vivo. La linea di confine, insomma, resta più sottile di quanto la provocazione iniziale lasci intendere, e probabilmente sarà proprio il regolamento definitivo della serata Eurovision di Sanremo, ancora in fase di definizione secondo le stesse fonti che hanno anticipato la novità, a chiarire quanto la Rai intenda davvero avvicinarsi agli standard tecnici europei.

Meno canzoni, più sguardo internazionale

La serata Eurovision non è l’unica novità annunciata da Stefano De Martino per il suo primo Sanremo da direttore artistico. In un’intervista al Corriere della Sera, il conduttore ha sintetizzato la propria visione del Festival con una formula precisa, meno canzoni e più internazionalità, anticipando anche una riduzione del numero di brani in gara rispetto ai trenta a cui il pubblico si era abituato negli ultimi anni. Una scelta che, letta insieme alla nuova serata dedicata all’Eurovision, sembra confermare la volontà di trasformare Sanremo in una manifestazione capace di dialogare più apertamente con gli standard produttivi e qualitativi richiesti dal palco continentale, invece di restare una gara pensata esclusivamente per il mercato discografico nazionale.

Un precedente che pesa, quello del 2025

Per capire fino in fondo perché la Rai abbia deciso di intervenire proprio ora sul meccanismo di selezione, vale la pena tornare con la memoria a Sanremo 2025. Quell’edizione, condotta ancora da Carlo Conti, si concluse con la vittoria di Olly con il brano “Balorda nostalgia”, un successo che gli garantiva automaticamente il diritto di rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest dello stesso anno. Olly scelse però di rinunciare a quell’opportunità, lasciando il testimone al secondo classificato, Lucio Corsi, autore del brano “Volevo essere un duro”. Un episodio che, seppur risolto senza particolari traumi organizzativi, ha messo in evidenza quanto il meccanismo di vittoria unica potesse rivelarsi fragile di fronte alle scelte personali degli artisti, aprendo la strada a una riflessione più ampia sulla necessità di un percorso di selezione autonomo e dedicato specificamente alla partecipazione europea.

Perché comunque questa novità fa bene al Festival

Al di là della provocazione, resta un fatto positivo, quello di introdurre finalmente un momento della kermesse pensato esplicitamente per mettere alla prova la tenuta live degli artisti in gara. Da anni gli appassionati di musica lamentano un uso talvolta eccessivo della tecnologia negli show musicali generalisti, capace di appiattire le differenze reali di bravura tra chi possiede una voce solida e chi invece si affida più massicciamente al lavoro di studio. Una serata pensata apposta per avvicinarsi agli standard richiesti da Eurovision, quindi, potrebbe finalmente restituire al pubblico italiano un momento di verità artistica raro nel panorama televisivo generalista, al netto di come la Rai deciderà infine di regolamentarla nel dettaglio.

Un dibattito che riguarda tutta la musica leggera, non solo Sanremo

Vale la pena allargare lo sguardo oltre i confini del Festival, perché la questione sollevata da questa possibile novità tocca un nervo scoperto che riguarda l’intera industria discografica contemporanea. Da anni la tecnologia applicata alla voce, dai software di correzione intonativa fino ai processori digitali capaci di intervenire in tempo reale durante un concerto, ha reso sempre più sfumato il confine tra ciò che il pubblico percepisce come autenticamente dal vivo e ciò che invece nasconde un aiuto tecnico non dichiarato. L’Eurovision, imponendo regole rigide sulla voce principale, ha scelto da tempo di andare in controtendenza rispetto a questa deriva, provando a restituire centralità alla prova vocale reale degli artisti in gara. Se Sanremo decidesse davvero di allinearsi, anche solo per una serata, a questo tipo di rigore, il segnale lanciato andrebbe ben oltre il perimetro del Festival, toccando una discussione più ampia sulla trasparenza artistica che da anni divide addetti ai lavori e appassionati di musica in tutto il mondo.

Cosa potrebbe cambiare per gli artisti in gara

Se il regolamento definitivo dovesse effettivamente avvicinarsi agli standard tecnici imposti dall’Eurovision, gli artisti chiamati a esibirsi nella nuova serata del venerdì dovrebbero probabilmente rivedere l’intero approccio alla propria performance, lavorando su una tenuta vocale capace di reggere senza alcun tipo di correzione applicata alla voce principale. Un cambiamento che, per chi negli ultimi anni ha costruito la propria identità artistica anche attraverso un uso disinvolto della tecnologia in fase di produzione, potrebbe rappresentare una sfida tutt’altro che scontata, mentre per chi possiede già una solida formazione vocale diventerebbe l’occasione perfetta per distinguersi davvero agli occhi del pubblico e della critica specializzata.

Resta però la domanda di fondo, quella da cui siamo partiti e che lasciamo volentieri aperta ai lettori: se davvero la serata Eurovision dovesse applicare regole più severe sulla voce dal vivo rispetto al resto della settimana sanremese, non sarebbe forse più onesto applicare lo stesso standard a tutte le serate del Festival, invece di relegare la vera prova del nove a un solo appuntamento su cinque?

Tu cosa ne pensi di questa possibile rivoluzione? Ti sembra un modo intelligente per selezionare davvero il rappresentante italiano all’Eurovision, o temi che resti solo una trovata di facciata capace di non intaccare davvero le abitudini più discutibili della discografia italiana contemporanea? Raccontaci la tua opinione nei commenti, la discussione è aperta.

Tags: Festival di Sanremo
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