Per una certa generazione – forse anche due – Beppe Vessicchio non era solo un direttore d’orchestra. Era un segnale. Quando vedevi spuntare la sua barba all’Ariston, sapevi che stava per iniziare un pezzo importante, che il cantante in questione saliva di livello solo per il fatto di averlo sul podio. Oggi che la notizia della sua morte è ufficiale, 69 anni, per le complicazioni di una polmonite interstiziale all’ospedale San Camillo di Roma, la sensazione è stranissima: è un po’ come se a Sanremo avessero spento una luce che pensavi fosse fissa, di servizio, sempre lì, anche quando non ci facevi più caso.
La cosa buffa – si fa per dire – è che Vessicchio è riuscito in un mezzo miracolo italiano: diventare popolarissimo senza cantare, senza fare il personaggio, senza inseguire il varietà a tutti i costi. Stava lì, serio, compostissimo, bacchetta in mano, eppure è diventato meme, tormentone, invocazione collettiva (“ma Vessicchio c’è?”) con una naturalezza che altri si sognano dopo dieci uffici stampa.
Il maestro dell’Ariston
Il legame con Sanremo è stato qualcosa di più di una collaborazione professionale. Era una presenza ricorrente, rassicurante, quasi rituale. Debutta al Festival negli anni ’90 e da lì in poi accompagna, dirige, sistema, innalza una quantità impressionante di brani. Dietro quelle facce dei cantanti emozionati, spesso c’era lui che teneva tutto insieme, che faceva respirare l’orchestra, che entrava con gli archi nel momento esatto in cui il brano aveva bisogno di diventare “importante”.
Ha diretto pezzi che hanno fatto la storia del Festival e della nostra memoria: vittorie, sorprese, canzoni che magari oggi non ricordiamo nei dettagli ma ricordiamo “che c’era Vessicchio”. E già questo dice parecchio. Perché non tutti i direttori diventano figura pop: lui sì. Bastava inquadrarlo e il pubblico applaudiva. Non per finta, non per moda. Per affetto.
Negli ultimi anni questo rapporto con l’Ariston si era trasformato in un gioco di specchi: ogni sua apparizione era accolta come il ritorno di un vecchio amico. Quando non c’era, veniva notato più della metà dei cantanti in gara. Quando ricompariva, veniva accolto con ovazioni che raramente si vedono per chi non ha il microfono in mano. Un rapporto unico, costruito senza urla, senza protagonismi. Solo con autorevolezza, ironia leggera e competenza.
L’uomo oltre Sanremo
Ridurre Beppe Vessicchio a “quello di Sanremo” è comodo, ma gli sta stretto. Prima di diventare il maestro dell’Ariston è stato musicista, arrangiatore, autore, sperimentatore, e in alcuni momenti anche comico, con i Trettré. Ha lavorato con artisti enormi, scritto e arrangiato brani che non hanno il suo nome in copertina ma portano la sua impronta elegante e mai invasiva.
Ha firmato arrangiamenti per Gino Paoli, collaborato con Mia Martini, Avion Travel, Vecchioni, Zucchero, Bocelli, Max Gazzè, Elio e le Storie Tese e una lista abbastanza lunga da occupare una serata intera, se la si volesse leggere tutti. Era uno di quelli che sapevano stare dietro, ma se togli lui qualcosa manca.
Poi c’era il Vessicchio divulgatore, quello di “La musica fa crescere i pomodori”, che riusciva a parlare di armonia, frequenze, benessere, orchestre e agricoltura con la stessa calma con cui ti spiegherebbe una scala musicale al pianoforte. Senza spocchia, senza tecnicismi messi lì per farsi bello. Ti faceva arrivare l’idea che la musica non fosse un vezzo, ma una cosa che fa bene. Agli esseri umani, alle piante, ai luoghi.
Negli ultimi anni aveva messo la sua esperienza anche nella formazione, nello Zecchino d’Oro, nei progetti per la tutela degli artisti, nel lavoro con le orchestre più improbabili, tipo quando ha diretto il gigantesco Rockin’1000. Sempre con quell’aria da professore paziente che gode nel vedere gli altri suonare.
La malattia, la fragilità, la dignità
Da tempo parlava con molta lucidità dei problemi ai polmoni, delle conseguenze dell’esposizione all’amianto, delle battaglie silenziose che si porta dietro chi ha respirato cose che non doveva respirare. Non spettacolarizzava la malattia, la raccontava con quella compostezza che lo ha sempre contraddistinto. Come se dicesse: è successo anche a me, ma la musica mi tiene in piedi.
La notizia della sua morte per polmonite interstiziale non è solo un trafiletto di cronaca. È la chiusura amara della storia di un uomo che aveva già fatto i conti con la fragilità, ma che continuava a esserci, a dirigere, a parlare, a presentarsi in TV con lo sguardo lucido, ogni volta che lo chiamavano.
E fa impressione pensare che uno che, per tutti noi, rappresentava il controllo perfetto del tempo, la gestione millimetrica delle entrate, delle pause, dei crescendo, se ne sia andato per qualcosa che ha a che fare con il respiro. L’uomo che aiutava gli altri a prendere fiato sul palco, che teneva insieme le voci e gli strumenti, si è trovato senza il suo.
Perché ci manca davvero
Al netto della retorica inevitabile quando se ne va qualcuno così, la verità è semplice: Beppe Vessicchio ci manca perché era credibile. In un sistema che spesso sembra costruito su facce di passaggio, lui era uno che resisteva. Uno che associavi a un’idea di serietà, misura, qualità.
Mentre attorno cambiavano conduttori, direttori artistici, regolamenti, generi musicali, talent, influencer, lui rimaneva. Non invecchiava nel modo goffo di chi non accetta il tempo, ma nel modo elegante di chi non ha bisogno di rincorrere nessuno. Era rassicurante, ma mai polveroso. Pop, ma mai ruffiano.
E soprattutto aveva quello sguardo leggermente ironico, un po’ laterale, da uno che la macchina dello spettacolo la conosce benissimo ma non se la beve. Uno che dirige la canzone leggera ma non ti tratta da scemo.
Quando pensi a Sanremo negli ultimi trent’anni, in mezzo alla confusione totale dei brani, degli scandali, dei vestiti, c’è una cosa che torna nitida: il pubblico che esplode appena lo inquadrano. Non succede con molti. Quello era il termometro. Quello era il legame.
E adesso?
Adesso la prossima volta che parleranno di orchestra dell’Ariston, ci sarà un’assenza che pesa. Qualcuno dirà “il maestro Vessicchio ci guarda da lassù”, qualcuno farà battute, qualcuno farà finta di niente. Ma la verità è che un pezzo molto concreto dell’immaginario di Sanremo se n’è andato oggi.
Non è solo nostalgia. È riconoscimento. Perché Vessicchio non ha diretto solo canzoni: ha diretto una parte della nostra memoria collettiva. Gli dobbiamo un grazie semplice, senza retorica. E magari, la prossima volta che vediamo un’orchestra in TV, ci chiediamo se dietro quelle note ci sia qualcuno che ama la musica quanto la amava lui.
Adesso tocca a te: che ricordo hai di Beppe Vessicchio? Hai un’esibizione di Sanremo che ti è rimasta in testa solo perché c’era lui sul podio? Raccontamelo nei commenti, così proviamo a mettere insieme, almeno per un giorno, la nostra piccola orchestra di ricordi.


