Michael Pennington, l’attore britannico che i fan di Star Wars ricordano come il comandante Moff Jerjerrod in Il ritorno dello Jedi, è morto a 82 anni. La notizia è arrivata dal Telegraph e ha subito fatto il giro degli appassionati della saga, perché anche un ruolo breve, quando passa dentro l’universo di George Lucas, può restare attaccato alla memoria collettiva per decenni. Pennington però non era soltanto “quello di Star Wars”. Era un uomo di teatro, un interprete shakespeariano, un regista, uno scrittore e una figura molto rispettata della scena britannica.
Nel film del 1983, Pennington interpretava Moff Jerjerrod, il comandante incaricato della seconda Morte Nera. La sua scena più ricordata è quella con Darth Vader, quando il Signore dei Sith arriva a controllare lo stato dei lavori e mette subito pressione. Jerjerrod prova a giustificarsi, spiega che serve più tempo, poi capisce rapidamente che con Vader non è il caso di aprire un dibattito sindacale sui tempi di consegna. Promette che lavoreranno di più. E in pochi secondi il personaggio racconta benissimo il clima dell’Impero: gerarchia, paura, disciplina e quella sensazione molto rassicurante per cui il tuo capo può soffocarti con la Forza se il cantiere è in ritardo.
È una parte piccola, certo. Ma in Star Wars le parti piccole hanno una vita strana. Un ufficiale imperiale appare per pochi minuti, dice poche battute, viene guardato male da Darth Vader, e quarant’anni dopo i fan sanno ancora chi è. Pennington lo sapeva bene: il suo lavoro teatrale era enorme, ma quel ruolo gli aveva portato un’attenzione popolare speciale, diversa da quella delle sale shakespeariane. Il suo sito ufficiale ricordava persino come quella piccola apparizione nella trilogia avesse fatto arrivare molta posta dai fan, nonostante la sua reputazione fosse già solidissima nel teatro inglese.
Michael Vivian Fyfe Pennington era nato il 7 giugno 1943 a Cambridge, in Inghilterra. Aveva iniziato la carriera negli anni Sessanta e nel 1964 era entrato nella Royal Shakespeare Company, una di quelle istituzioni che, se ami il teatro britannico, non sono semplicemente un posto di lavoro: sono una specie di palestra sacra, con tutto il peso e l’ansia che questo comporta. Nel corso degli anni avrebbe costruito un rapporto profondo con Shakespeare, interpretando e studiando molti dei ruoli più importanti del repertorio.
La sua carriera teatrale è stata vastissima. Ha interpretato Amleto, ha lavorato su Re Lear, Riccardo II, Misura per misura, Timone d’Atene e molti altri testi. Non era uno di quegli attori che passano dal teatro al cinema come se il palco fosse solo un trampolino. Per Pennington il teatro era casa, metodo, ossessione buona. Era anche uno studioso: ha scritto libri su Shakespeare, Cechov, Ibsen, Strindberg e sul mestiere dell’attore. Titoli come Hamlet: A User’s Guide, Sweet William e Let Me Play the Lion Too raccontano bene quanto fosse interessato non solo a recitare i grandi autori, ma anche a spiegarli, smontarli, renderli vivi per chi li ascoltava.
Nel 1986 fondò insieme al regista Michael Bogdanov la English Shakespeare Company, di cui fu direttore artistico congiunto fino al 1992. Anche questo dettaglio dice molto. Pennington non era solo un interprete chiamato a entrare in scena, dire le battute e prendersi l’applauso. Voleva costruire progetti, guidare compagnie, portare Shakespeare in tour, farlo uscire dall’idea polverosa del classico intoccabile. Il suo lavoro con The Wars of the Roses, ciclo storico legato alle opere shakespeariane, fu uno dei passaggi più importanti di quella fase.
Al cinema e in TV, oltre a Star Wars, aveva avuto ruoli in progetti diversi. Sullo schermo interpretò Laerte in Hamlet nel 1969 e anni dopo apparve anche in The Iron Lady, dove vestì i panni del politico britannico Michael Foot. Ma sarebbe sbagliato misurare Pennington solo attraverso la filmografia più nota. Era uno di quegli attori che magari il grande pubblico incrocia per un personaggio e poi scopre avere alle spalle una carriera molto più ampia, molto più densa, quasi nascosta agli occhi di chi guarda solo i blockbuster.
Anche la sua vita privata era rimasta abbastanza lontana dal rumore dello spettacolo. Nel 1964 aveva sposato l’attrice Katharine Barker, con cui ebbe un figlio, Mark; il matrimonio finì nel 1967. Da lì in poi, la sua storia pubblica è stata soprattutto una storia di lavoro, palcoscenici, libri, tournée e personaggi affrontati con rigore.
La morte di Pennington colpisce in due modi diversi. Per i fan di Star Wars è la perdita di un volto dell’Impero, uno di quei comprimari che hanno contribuito a rendere credibile il mondo attorno a Vader, Palpatine e alla seconda Morte Nera. Per chi segue il teatro britannico, invece, se ne va un interprete di grande spessore, un uomo che ha passato la vita a dialogare con Shakespeare e con i grandi classici senza trattarli come reliquie da museo.
E forse è proprio questa la cosa più bella della sua carriera: Michael Pennington poteva stare dentro una saga gigantesca come Star Wars e, allo stesso tempo, dentro una tradizione teatrale altissima. Da una parte l’ufficiale imperiale terrorizzato da Darth Vader. Dall’altra Amleto, Cechov, la Royal Shakespeare Company, i libri, i monologhi, le tournée. Due mondi lontanissimi, almeno in apparenza. Lui li ha attraversati entrambi con la stessa serietà.
Addio a Michael Pennington: tu lo ricordavi soprattutto per Star Wars o conoscevi anche il suo grande lavoro teatrale? Scrivilo nei commenti.


