Alessandro Borghi è intervenuto sul tema dell’immigrazione partendo dal personaggio che interpreta nel suo nuovo film. L’attore veste i panni di Davide, un libraio romano la cui vita cambia dopo l’incontro con un bambino migrante. Da quella storia è partito per spiegare quale sarebbe, secondo lui, il modello ideale.
«Vorrei un’altra versione in cui Davide non deve accoglierli in casa perché ci sono le istituzioni che si occupano delle persone», ha dichiarato Borghi.
Il discorso si è poi spostato sul concetto di “remigrazione” e su Roberto Vannacci. Borghi ha chiuso con una frase destinata inevitabilmente a far discutere: «Vannacci è il Corona della politica».
Accanto a lui anche Valeria Golino ha espresso la propria posizione. L’attrice ha spiegato di non seguire Vannacci: «Vannacci non so chi è, non lo dico per vezzo. Quelle parole non le ascolto», aggiungendo di ritenere che «il brutto linguaggio, quel tipo di contenuti» prima o poi sia destinato a passare.
Le dichiarazioni di Borghi mi trovano d’accordo soltanto in parte. Anche io penso che un singolo cittadino non debba essere chiamato a sostituire lo Stato. La mia idea sull’immigrazione, però, è molto più rigida e soprattutto parte da un presupposto diverso.
Io vorrei vivere in un Paese in cui chi entra clandestinamente non viene fatto entrare
Vorrei vivere in un Paese capace di decidere prima chi può entrare, invece di trovarsi continuamente a gestire gli arrivi dopo che sono già avvenuti.
Per me la distinzione da fare è molto semplice.
Da una parte c’è chi entra clandestinamente, senza essere stato autorizzato. Dall’altra ci sono persone che possono essere utili al nostro sistema produttivo perché possiedono qualifiche, competenze ed esperienza professionale richieste dalle aziende italiane.
Io vorrei che l’Italia fermasse gli ingressi clandestini e costruisse invece un sistema di immigrazione strettamente legato al lavoro.
Se un’azienda italiana ha bisogno di una figura professionale che non riesce a trovare sul mercato interno, dovrebbe poterla cercare all’estero.
Può trattarsi di un ingegnere, un infermiere, un tecnico specializzato, un programmatore, un operaio qualificato o qualsiasi altra figura realmente richiesta dalle imprese.
L’ingresso dovrebbe però avvenire soltanto dopo controlli precisi.
Prima la richiesta dell’azienda, poi l’ingresso in Italia
Il meccanismo che immagino sarebbe molto diverso da quello al quale siamo abituati.
Prima dovrebbe esserci una necessità concreta da parte di un’azienda italiana. Poi dovrebbe essere individuato all’estero un lavoratore con le caratteristiche richieste.
A quel punto andrebbero verificati titoli di studio, qualifiche professionali, esperienza e identità.
Soltanto dopo questi controlli dovrebbe arrivare il permesso di entrare in Italia.
In questo modo sarebbe il Paese a scegliere di quali lavoratori ha bisogno, anziché accettare ingressi casuali per poi cercare successivamente una sistemazione.
Mi sembra anche una forma di immigrazione molto più rispettosa nei confronti di chi arriva.
Una persona partirebbe sapendo già dove andrà a lavorare, con quale contratto e con quale prospettiva professionale. Non dovrebbe arrivare in Italia senza sapere cosa farà e affidarsi successivamente alla fortuna.
Sono le aziende a sapere quali lavoratori servono
Ogni anno sentiamo parlare di imprese che non riescono a trovare personale.
In alcuni settori mancano lavoratori specializzati, in altri servono competenze tecniche molto precise. Se questa necessità esiste realmente, ha senso utilizzare anche il mercato del lavoro internazionale.
Le richieste, però, dovrebbero partire dall’economia reale.
Non stabilire genericamente che devono entrare centinaia di migliaia di persone e soltanto successivamente capire dove impiegarle.
Dovrebbero essere le aziende a comunicare allo Stato: ci servono queste figure, con queste competenze e in questi territori.
Le autorizzazioni potrebbero quindi essere rilasciate sulla base delle richieste effettive.
Il vantaggio sarebbe evidente anche per il mercato del lavoro italiano, perché si eviterebbe di creare un bacino di persone senza competenze richieste e senza una reale possibilità di inserirsi professionalmente.
Chi viene in Italia deve rispettare le nostre leggi
Ci sarebbe poi un’altra regola sulla quale personalmente sarei molto severo.
Chi viene autorizzato a entrare in Italia per lavorare deve rispettare le leggi italiane.
Se una persona viene accolta legalmente perché il nostro Paese ha bisogno delle sue competenze e successivamente commette un reato, per me dovrebbe essere espulsa.
Il principio dovrebbe essere semplice: al primo reato, espulsione, nei limiti delle procedure previste dall’ordinamento.
Una persona straniera viene ammessa nel Paese sulla base di determinate condizioni. Se viola gravemente quelle condizioni, non vedo perché debba conservare automaticamente il diritto di restare.
Naturalmente saranno poi le leggi a stabilire tecnicamente procedure, tempi e modalità, ma politicamente la mia posizione è questa.
Meno immigrazione incontrollata, più lavoratori qualificati
Per questo la frase di Alessandro Borghi mi porta a una conclusione differente dalla sua.
Io non vorrei semplicemente vivere in un Paese nel quale siano le istituzioni ad accogliere chi arriva.
Vorrei vivere in un Paese nel quale chi entra clandestinamente venga fermato e nel quale possano entrare soprattutto i lavoratori richiesti dalle aziende italiane, dopo aver dimostrato di possedere realmente le qualifiche necessarie.
Non vedo alcuna contraddizione tra essere molto severi sull’immigrazione clandestina e contemporaneamente favorevoli all’arrivo di lavoratori stranieri qualificati.
Anzi, sono due aspetti dello stesso modello.
L’Italia dovrebbe decidere chi entra in base alle proprie esigenze economiche. Le imprese dovrebbero poter trovare all’estero le professionalità che mancano. I controlli dovrebbero essere effettuati prima dell’arrivo e chi viene ammesso dovrebbe rispettare le regole del Paese.
Nessun ingresso clandestino, immigrazione lavorativa su richiesta delle aziende, competenze verificate e perdita del diritto a restare per chi commette reati.
È questa l’Italia nella quale vorrei vivere.


