L’Odissea di Christopher Nolan è bellissima da guardare. Su questo c’è poco da discutere. Immagini enormi, paesaggi spettacolari, battaglie costruite per lasciare a bocca aperta e quella sensazione continua di trovarsi davanti a un kolossal pensato per sfruttare ogni centimetro dello schermo cinematografico.
Il problema arriva subito dopo.
Tolto lo spettacolo visivo, quanto resta davvero addosso dei personaggi?
È proprio guardando il film di Nolan che viene voglia di recuperare una produzione apparentemente lontanissima dal cinema contemporaneo: l’Eneide diretta da Franco Rossi per la Rai nel 1971. Sette puntate, Giulio Brogi nei panni di Enea, Olga Karlatos in quelli di Didone, Andrea Giordana come Turno e Marilù Tolo nel ruolo di Venere.
Niente IMAX. Niente effetti speciali miliardari. Niente immagini costruite per diventare immediatamente iconiche sui social.
Eppure, a più di cinquant’anni di distanza, in alcuni momenti quell’Eneide riesce a far sentire il mito molto più vicino di quanto faccia Nolan con tutta la sua potenza produttiva.
Nolan ci mostra l’epica, Franco Rossi prova a raccontarcela
La differenza fondamentale sta probabilmente tutta lì.
Nolan sembra innamorato soprattutto della dimensione fisica dell’Odissea. Il mare, le navi, le armature, le creature, gli eserciti, gli spazi immensi. Ogni scena sembra ricordarci quanto sia grande ciò che stiamo guardando.
Franco Rossi parte invece dall’uomo.
L’Eneide del 1971 possiede inevitabilmente i limiti tecnici della televisione dell’epoca. Alcune scenografie oggi sembrano teatrali, certi effetti denunciano immediatamente i loro cinquant’anni e il ritmo può mettere alla prova chi è abituato alle serie moderne.
Ma Enea esiste.
È una persona prima ancora di essere un eroe.
Giulio Brogi lo interpreta come un uomo silenzioso, tormentato, spesso incapace di vivere pienamente il presente perché costretto a inseguire qualcosa che gli altri chiamano destino.
Nell’epica contemporanea l’eroe rischia spesso di diventare una figura da osservare.
Nell’Eneide di Rossi viene invece voglia di capire cosa stia provando.
Il problema dell’Odissea di Nolan è che a volte sembra un gigantesco esercizio di stile
Christopher Nolan sa costruire immagini come pochissimi altri registi.
Proprio per questo la sensazione di distanza emotiva diventa ancora più evidente.
Ci sono momenti nei quali si rimane impressionati dalla composizione dell’inquadratura, dalla scala delle sequenze o dal lavoro tecnico, ma si finisce per ammirare il film più che viverlo.
Ulisse dovrebbe essere uno dei personaggi più affascinanti della letteratura occidentale. Intelligente, contraddittorio, egoista, disperato, seduttore, bugiardo, marito, padre, guerriero e sopravvissuto.
Un uomo che impiega dieci anni per tornare a casa e che durante quel viaggio perde praticamente ogni cosa.
Il materiale emotivo sarebbe infinito.
Nolan, però, sembra molto più interessato alla grandezza dell’avventura che alle sue piccole fratture interiori.
Il risultato è un film che impressiona gli occhi molto più facilmente di quanto riesca a ferire, commuovere o inquietare.
Ed è strano dirlo pensando a un’opera tratta proprio dall’Odissea.
Enea non deve conquistare il mondo: deve sopportare quello che gli viene chiesto
L’eroe raccontato dalla Rai nel 1971 è quasi l’opposto dell’eroe spettacolare.
Enea parte da una sconfitta.
Troia è distrutta.
La sua città non esiste più.
Non sta cercando un grande trionfo personale e nemmeno un’avventura. Deve sopravvivere, portare con sé ciò che rimane del suo popolo e raggiungere una terra che conosce soltanto attraverso profezie e indicazioni divine.
Il viaggio diventa quindi qualcosa di più doloroso.
Ulisse vuole tornare alla propria casa. Enea deve accettare che la sua casa sia scomparsa.
Franco Rossi lascia spazio a questa malinconia.
Non teme i silenzi. Non sente continuamente il bisogno di riempire lo schermo. Non trasforma ogni passaggio in una sequenza spettacolare.
Per uno spettatore del 2026 può sembrare inizialmente lento.
Poi ci si accorge che quella lentezza permette di conoscere davvero i personaggi.
Didone vale più di molti effetti speciali
La parte dedicata a Didone è probabilmente uno degli esempi migliori.
Olga Karlatos interpreta una regina forte ma vulnerabile, mentre Enea si trova davanti a una delle poche possibilità reali di cambiare il proprio destino.
Potrebbe fermarsi.
Potrebbe restare a Cartagine.
Potrebbe amare Didone e dimenticare per un momento tutto quello che gli dèi hanno stabilito per lui.
Naturalmente sappiamo come andrà.
Proprio per questo ogni scena tra i due assume un peso particolare.
La tragedia non nasce da qualcosa che esplode davanti alla telecamera. Nasce dalla consapevolezza che quelle due persone non potranno avere ciò che desiderano.
Servono meno effetti.
Serve più tempo.
Ed è proprio il tempo che lo sceneggiato Rai concede ai suoi protagonisti.
Una televisione povera di tecnologia ma ricchissima di ambizione
Fa quasi impressione pensare che nel 1971 la Rai decidesse di dedicare sette puntate all’Eneide.
Sette.
Oggi probabilmente qualcuno chiederebbe quanto possa essere abbreviata la storia, quali personaggi possano essere eliminati e quali scene possano diventare immediatamente virali.
All’epoca si provava invece a prendere Virgilio e trasformarlo in televisione senza avere paura della sua complessità.
C’era perfino Riccardo Cucciolla a fare da narratore, accompagnando alcune sequenze con il testo dell’opera.
Sulla carta potrebbe sembrare antiquato.
Guardandolo, però, si capisce il senso della scelta.
L’Eneide non vuole fingere di non essere letteratura.
La utilizza.
L’Odissea di Nolan probabilmente invecchierà benissimo visivamente. Ma basterà?
Tra cinquant’anni le immagini di Nolan potrebbero continuare a essere studiate.
La fotografia, le location, la costruzione delle sequenze spettacolari e l’ambizione produttiva rappresentano già una parte importante dell’esperienza del film.
Rimane però una domanda.
Ci ricorderemo allo stesso modo delle emozioni?
L’Eneide di Franco Rossi non può competere sul terreno tecnico. Sarebbe persino buffo provarci.
Un prodotto televisivo del 1971 e uno dei più giganteschi film hollywoodiani del 2026 appartengono a mondi completamente differenti.
Sul piano dei personaggi, però, la partita diventa molto più interessante.
Perché mezzo secolo dopo possiamo ancora guardare Giulio Brogi e vedere Enea costretto ad abbandonare qualcosa che desidera.
Possiamo guardare Olga Karlatos e vedere Didone capire lentamente ciò che sta per perdere.
Possiamo dimenticare per qualche minuto le scenografie datate e lasciarci coinvolgere dalla loro tragedia.
Con Nolan è molto più difficile dimenticare Nolan.
Ogni immagine sembra ricordarci continuamente chi l’ha girata e quanto sia impressionante ciò che stiamo osservando.
Perciò sì: altroché Odissea. Recuperate l’Eneide
Non serve sostenere che una produzione Rai del 1971 sia tecnicamente migliore di un kolossal contemporaneo.
Non avrebbe senso.
Ma se cercate qualcosa che non si limiti a mostrarvi quanto fosse gigantesco il mondo degli eroi antichi e provi invece a raccontarvi cosa significava essere uno di loro, date una possibilità all’Eneide di Franco Rossi.
Accettate il ritmo.
Accettate gli effetti speciali dell’epoca.
Accettate quella recitazione più solenne di quella alla quale siamo abituati oggi.
Dopo qualche minuto potreste accorgervi che non state più pensando alla qualità dell’immagine.
State pensando a Enea.
Ed è forse proprio ciò che dovrebbe riuscire a fare un grande adattamento di un poema epico.


