Ambra Angiolini ha raccontato con parole molto intime gli anni della bulimia e il cambiamento vissuto durante la gravidanza della figlia Jolanda. L’attrice ha descritto quel periodo come l’incontro tra una parte di sé ormai ferita e una nuova vita che, crescendo dentro di lei, le ha fatto immaginare per la prima volta che il proprio corpo potesse essere anche un luogo sicuro.
Il racconto arriva durante Ambra Angiolini – Amarsi un po’, la puntata di Stories in onda su Sky TG24. Parlando della nascita di Jolanda, avuta nel 2004 con Francesco Renga, Ambra ha usato un’immagine potente: prima della gravidanza pensava che la sua pancia potesse contenere soltanto il cibo di cui poi si sarebbe liberata. L’arrivo della figlia ha cambiato quel rapporto, anche se la guarigione è stata un percorso lungo e personale.
«Mia figlia ha trovato un terremoto dentro di me»
Ambra ha immaginato Jolanda come una sorta di “architetto degli interni”. Una bambina che, ancora prima di nascere, avrebbe trovato dentro la madre un terremoto e avrebbe iniziato lentamente a rimettere a posto ciò che si era rotto.
Non parla di una guarigione improvvisa né di una soluzione valida per chiunque soffra di disturbi alimentari. Racconta il modo in cui lei ha vissuto quella gravidanza, attribuendole un significato emotivo molto preciso. In passato aveva già chiarito che avere un figlio non cura automaticamente la bulimia e che la sua esperienza non può diventare una regola generale.
La frase più dolorosa riguarda il corpo. Per anni Ambra lo aveva vissuto come qualcosa da riempire e svuotare, un luogo dominato dalla paura e dal controllo. Con Jolanda dentro di sé ha cominciato a guardarlo in maniera diversa. Non più soltanto come la sede della malattia, ma come uno spazio capace di proteggere una persona amata.
«Me la sono sempre immaginata mentre metteva a posto gli organi, ogni cosa», ha spiegato. Alla nascita della figlia, nella sua immaginazione, quel luogo devastato era diventato un “loft di lusso”. Una frase ironica, tenera e durissima nello stesso momento.
La bulimia non era una scelta
Durante l’intervista Ambra ha insistito su un aspetto spesso dimenticato: la bulimia è una malattia e nessuno sceglie di ammalarsi. Chi ne soffre non ha bisogno di essere giudicato, rimproverato o accusato di non avere abbastanza forza di volontà. Ha bisogno di cure, ascolto e della certezza che non verrà abbandonato.
Secondo l’attrice, una parte importante del suo percorso è iniziata proprio quando ha sentito che qualcuno sarebbe rimasto accanto a lei. Ha imparato gradualmente a non avere più paura del cibo, a mangiare, fermarsi e accettare che il giorno successivo sarebbe rimasta la stessa persona.
Sono parole semplici, ma raccontano bene la gabbia mentale di un disturbo alimentare. Un pasto può diventare una minaccia. La digestione può sembrare qualcosa da impedire. Il valore di una persona finisce per essere misurato attraverso il corpo, il peso o il controllo esercitato su ciò che mangia.
Ambra ne ha parlato anche nel libro autobiografico InFame, pubblicato nel 2020. Negli anni ha scelto di esporsi più volte, collaborando con iniziative dedicate alla prevenzione e al sostegno delle persone che affrontano anoressia, bulimia e altri disturbi dell’alimentazione.
Una ferita non deve diventare un’identità
Nel dialogo con Omar Schillaci, Ambra ha spiegato che le ferite non sempre si cancellano. A volte restano, ma si può costruire sopra di esse senza permettere che definiscano l’intera persona.
La malattia è stata una parte importante della sua storia, ma non coincide con chi è. Questo passaggio rende il suo racconto più profondo del semplice “mia figlia mi ha salvata”. Jolanda ha rappresentato una svolta affettiva, ma Ambra descrive anche anni di lavoro su sé stessa, tentativi, paure e nuove consapevolezze.
La maternità le ha mostrato una possibilità. Il resto ha richiesto tempo.
Anche il rapporto con l’amore è entrato in questo percorso. Ambra ha ricordato una frase della filosofa Michela Marzano: se una persona esiste soltanto nello sguardo di qualcun altro, cosa resta quando quello sguardo scompare? Lei si era accorta di aver trascurato passioni, pensieri e desideri, lasciando che il proprio valore dipendesse troppo dall’esterno.
Jolanda come inizio di una rinascita
Ambra non racconta la figlia come una terapeuta né le attribuisce una responsabilità che non appartiene a una bambina. La descrive come la presenza che le ha permesso di vedere il proprio corpo e la propria vita da un’angolazione nuova.
Il passaggio più commovente resta quello del terremoto. Jolanda entra in uno spazio danneggiato e, nella fantasia della madre, comincia a sistemarlo dall’interno. Non cancella il passato, ma rende possibile una ricostruzione.
Ambra dice che la ringrazierà per tutta la vita. Dietro quella gratitudine si sente il peso di ciò che ha attraversato, ma anche la consapevolezza di essere riuscita a non restare prigioniera della malattia.


