Lo dico subito per evitare equivoci: amo Ted Lasso. Mi piace il modo in cui racconta il calcio senza limitarsi al calcio, mi piacciono Roy Kent, Rebecca, Jamie Tartt, Beard e persino quella capacità quasi irritante di Ted di trovare qualcosa di positivo anche mentre il Richmond sta andando a fuoco. Però c’è una cosa che ogni volta mi fa storcere il naso. Una piccola americanata che, più passa il tempo, più diventa difficile ignorare.
Quel continuo “coach”.
Nel doppiaggio italiano Ted viene chiamato coach, si parla di coach, sembra quasi che il calcio inglese abbia improvvisamente deciso di trasferirsi in uno spogliatoio della NBA. Capisco perfettamente perché nella serie originale il termine abbia senso per Ted. Il personaggio arriva dagli Stati Uniti, proviene dal football americano e Apple stessa presenta la premessa definendolo un “American football coach” assunto per guidare una squadra britannica di calcio. L’essere fuori posto fa parte del personaggio fin dal primo episodio.
Il problema nasce nel momento in cui quella terminologia comincia a sembrare normale anche attorno a lui.
Nel calcio inglese, infatti, manager è ancora una parola fortemente radicata. Basta aprire un quotidiano britannico per trovare continuamente espressioni tipo “Arsenal manager Mikel Arteta”, mentre “head coach” viene usato soprattutto quando quello è il ruolo ufficiale previsto dalla struttura del club. Il Guardian, parlando proprio di Arteta oggi, lo definisce normalmente “manager”.
La differenza non è puramente linguistica. Storicamente il manager inglese aveva un controllo molto più ampio rispetto al semplice allenatore: squadra, mercato, organizzazione e spesso buona parte delle decisioni sportive passavano da lui. Il modello è cambiato con l’arrivo dei direttori sportivi e di strutture societarie più moderne, e per questo oggi head coach è diventato molto più comune. Il Guardian spiegava già anni fa come il ruolo tradizionale del manager britannico si stesse avvicinando progressivamente a quello dell’allenatore continentale.
“Coach”, quindi, esiste eccome nel calcio britannico. Non sarebbe corretto sostenere il contrario. Però non è il corrispettivo automatico del nostro “mister”, né è necessariamente la parola che un inglese sceglierebbe ogni volta parlando dell’uomo che guida una squadra di Premier League.
E proprio qui Ted Lasso mi fa venire voglia di entrare nello schermo, prendere un pennarello e scrivere sulla lavagna dello spogliatoio: MANAGER.
La situazione diventa ancora più buffa nel doppiaggio italiano. Da noi abbiamo una tradizione linguistica praticamente opposta. L’allenatore è “l’allenatore”, naturalmente, ma nel calcio quotidiano diventa spesso “il mister”. Lo dicono i giocatori, lo dicono i giornalisti, lo dice quello che la domenica mattina allena i Pulcini e sta perdendo 8-0 ma continua comunque a gridare “ampiezza!” dalla panchina.
La cosa divertente è che “mister” è un termine che abbiamo preso proprio dall’influenza britannica sul nostro calcio e poi trasformato in qualcosa di completamente italiano. Gli inglesi nel frattempo sono andati avanti con manager, head coach e boss, mentre noi siamo rimasti affezionati al mister. Una piccola meraviglia linguistica che Ted Lasso avrebbe potuto sfruttare benissimo.
C’è anche un’altra precisazione importante. Dire che Inghilterra e Italia abbiano “inventato insieme il calcio” sarebbe storicamente troppo generoso nei nostri confronti. Il calcio moderno, con regole codificate, nasce in Inghilterra: la Football Association formalizzò le Laws of the Game a Londra nel 1863. L’Italia ha una tradizione calcistica antichissima, dal calcio storico fiorentino in poi, e ha contribuito enormemente alla cultura e alla tattica di questo sport, ma il football moderno è un’invenzione britannica.
Per questo l’americanizzazione linguistica di Ted Lasso fa ancora più sorridere. Hai scelto di ambientare la serie proprio nel paese che ha codificato il calcio, hai costruito un mondo pieno di pub, tifosi, spogliatoi e rivalità da Premier League… e poi ogni tanto sembra di sentire una riunione tecnica dei Chicago Bulls.
Eppure continuo ad amare la serie.
Anzi, forse è proprio perché Ted Lasso mi piace così tanto che questa cosa mi irrita. Se fosse una comedy sportiva dimenticabile non ci farei nemmeno caso. Invece la serie riesce spesso a capire benissimo la cultura inglese, i tifosi, il rapporto tra club e comunità, persino certe assurdità del calcio moderno. Poi qualcuno pronuncia “coach” per la centesima volta e dentro di me compare Roy Kent che urla qualcosa di assolutamente non pubblicabile.
Capisco che Ted debba essere americano. È la base stessa della serie e gran parte della comicità nasce dallo scontro tra il suo modo di vedere lo sport e quello inglese. Però proprio per questo avrei preferito che il resto del mondo calcistico attorno a lui fosse ancora più britannico. Ted dice coach? Perfetto. Gli altri potrebbero guardarlo come si guarda uno che ordina un cappuccino dopo cena.
Sarebbe stato persino più divertente.
Anche tu ami Ted Lasso ma trovi insopportabile questa americanizzazione del linguaggio calcistico, oppure “coach” non ti disturba affatto? Scrivicelo nei commenti.


