Anche meno di Max Angioni su Italia 1 è andato male. Molto male. La prima serata di domenica 5 aprile si è chiusa con 765.000 spettatori e il 5,5% di share, dopo un’anteprima ferma a 614.000 e 3,7%. Per capirci: non solo è rimasto lontanissimo dai primi della serata, ma ha fatto appena meglio di Codice d’onore su Rete 4, che ha raccolto 747.000 spettatori e il 5,3%. In una serata festiva, con Italia 1 che aveva in mano una prima serata intera, il risultato è oggettivamente debole.
E allora la domanda viene abbastanza spontanea: perché Mediaset continua a puntare su Max Angioni, se online viene spesso massacrato e nei commenti tanti lo vivono più come un fastidio che come una risorsa?
La risposta, secondo me, è meno misteriosa di quanto sembri. E non passa per forza dal fatto che piaccia a tutti. Anzi, quasi mai le scelte televisive funzionano così.
Partiamo dal programma. Anche meno non era uno show costruito apposta per la tv generalista, con ritmo televisivo, stacchi, ospiti o una struttura pensata per tenere il pubblico largo della domenica sera. Era, molto più semplicemente, la trasposizione televisiva del suo spettacolo teatrale, registrato al Teatro Arcimboldi di Milano. Mediaset lo ha presentato così: uno show di stand-up costruito su osservazioni della vita quotidiana, esperienze personali, autoironia e interazione con il pubblico. Lo stesso impianto è stato rilanciato anche da Tgcom24 e da Mediaset Infinity.
E qui, forse, c’è già metà del problema.
Perché una cosa è far funzionare questo materiale a teatro, davanti a un pubblico che ha pagato il biglietto, sa chi sei e vuole esattamente quel tipo di comicità. Un’altra è metterlo su Italia 1 in prima serata, in una domenica di Pasqua, contro un’offerta generalista molto più larga. In tv il contesto cambia tutto. Quello che sul palco sembra immediato, in salotto rischia di sembrare lungo, ripetitivo, troppo uguale a sé stesso. E infatti il punto, più che “Max Angioni non fa ridere”, forse è: questa formula in tv regge davvero?
Non sono il primo a dirlo. Il Corriere l’anno scorso, parlando di un altro suo show televisivo, scriveva una cosa interessante: il problema non sarebbe lui in sé, ma la formula scelta, troppo teatrale e troppo schiacciata sul meccanismo del pubblico in sala che ride mentre il pubblico a casa osserva. Tradotto: non sempre quello che funziona dal vivo mantiene la stessa forza una volta impacchettato per la tv.
Eppure Mediaset continua a insistere. Perché?
La prima ragione è molto pratica: Max Angioni è ormai un volto interno al sistema Mediaset. Su Mediaset Infinity compare stabilmente in Le Iene, è passato da Zelig, da Zelig On, e più in generale è uno di quei profili che l’azienda conosce, usa e fa girare su più prodotti. In altre parole, non è uno pescato fuori all’ultimo minuto. È uno su cui il gruppo ha già investito, e quando una rete investe su un volto, di solito prova a spremerlo in più direzioni prima di mollare.
La seconda ragione è economica. Portare in tv uno spettacolo teatrale già esistente è, con ogni probabilità, molto meno costoso che costruire un varietà nuovo da zero. Non devi inventarti una macchina enorme, non devi assemblare un cast di ospiti, non devi rischiare troppo. Prendi un contenuto già pronto, che ha già una sua identità e un suo tour, e lo trasformi in evento televisivo. È una logica industriale molto chiara. E infatti Anche meno continua a vivere forte a teatro, con un tour pieno di date anche nel 2026.
La terza ragione è che, al netto delle critiche, Max Angioni un pubblico ce l’ha. Arriva da Italia’s Got Talent, è passato da LOL, ha costruito un’identità abbastanza riconoscibile tra tv, teatro e comicità generazionale, e soprattutto ha una presenza che le reti considerano spendibile con un pubblico più giovane rispetto ai nomi storici della comicità televisiva. Questo non significa che piaccia a tutti. Significa che, dal punto di vista di un direttore di rete, è un volto su cui vale la pena fare tentativi.
Il problema, però, è che i tentativi a un certo punto devono anche portare risultati chiari.
E qui i numeri si fanno più scomodi. Perché il 5,5% di domenica non è quel tipo di dato che puoi raccontare come “vabbè, serata difficile ma dignitosa”. È un dato basso, soprattutto se pensi che Italia 1 stava mandando in onda un suo volto di punta e non un film buttato lì. E se guardiamo un precedente recente, uno show estivo come Max Working – Lavori in corso era arrivato almeno al 7,3% nell’ultima puntata dell’agosto 2025, con 876.000 spettatori. Non stiamo parlando di ascolti clamorosi, ma comunque migliori di quelli di Anche meno.
Quindi sì, il pubblico tv, almeno stavolta, ha risposto male.
Questo vuol dire che Mediaset dovrebbe smettere di puntare su di lui? Non necessariamente. Ma forse dovrebbe smettere di proporlo sempre nello stesso modo. Perché se i commenti che leggi sotto i post sono quasi sempre duri, e gli ascolti non decollano, il problema non è solo “la gente non capisce”. A volte è proprio un tema di confezione, di collocazione, di linguaggio televisivo.
Max Angioni, per capirci, può anche avere una sua voce. Però quella voce forse funziona meglio a pezzi, dentro un programma più grande, oppure in contesti dove la sua comicità rapida e un po’ nevrotica non deve tenere da sola due ore di prima serata. In una dose più controllata, uno sketch a Le Iene o un passaggio a Zelig possono risultare più efficaci di uno special intero messo davanti al pubblico largo di Italia 1.
E qui torniamo alla domanda iniziale. Perché Mediaset gli dà spazio? Perché è un volto di casa, perché costa meno testarlo con prodotti già pronti, perché ha ancora un valore interno come personaggio trasversale, e perché le reti, quando trovano un profilo giovane che almeno sulla carta può sembrare spendibile, tendono a insistere più del previsto. I dati, però, dicono che così non basta. E i commenti che arrivano dal pubblico più critico vanno nella stessa direzione: il problema non è solo lui, è il modo in cui viene usato.
Poi certo, magari c’è anche chi lo trova simpatico e chi a teatro si diverte sul serio. Non è che un 5,5% cancelli un percorso. Però una cosa si può dire senza girarci intorno: su Italia 1, in quella fascia e con quella formula, Max Angioni non ha funzionato.
E forse la domanda più giusta, ormai, non è neanche “perché Mediaset continua a puntarci?”. La domanda vera è: perché continua a puntarci così?
Se ti va, dimmi la tua: secondo te il problema è proprio Max Angioni o è la tv che non ha ancora capito come usarlo?


