Andrey Zvyagintsev torna a Cannes con Minotaur, il suo primo film in nove anni, dopo una malattia devastante che lo ha tenuto per mesi in ospedale, con gravi danni ai polmoni e un lungo percorso di riabilitazione. Il regista russo di Leviathan, Loveless e Il ritorno presenterà il nuovo film in concorso per la Palma d’Oro, e già questo basterebbe a renderlo uno degli eventi più attesi del festival. Ma stavolta la notizia non è solo cinematografica. È anche una storia di sopravvivenza, esilio e ritorno alla creazione.
Zvyagintsev non mancava dal cinema dal 2017, anno di Loveless. Nel frattempo è successo di tutto. La pandemia, la guerra in Ucraina, la rottura con la Russia, la malattia. Secondo il racconto riportato dal Guardian, il regista ha passato complessivamente 11 mesi in vari ospedali dopo una forma gravissima di Covid, con il 90% dei polmoni danneggiati e mesi in cui non riusciva a muoversi né a sentire gli arti. Una di quelle frasi che leggi e ti viene da fermarti un secondo, perché non stiamo parlando della solita pausa creativa da autore importante. Stiamo parlando di una persona che ha dovuto reimparare a camminare e perfino a tenere in mano un cucchiaio.
Ed è proprio in quella condizione, immobilizzato in una clinica in Germania, che Zvyagintsev ha saputo dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Lui stesso ha raccontato di aver provato dolore, shock e disperazione. E questa cosa pesa ancora di più se pensiamo al suo cinema. Perché Zvyagintsev è sempre stato letto come uno degli autori più feroci nel raccontare la Russia contemporanea: famiglie spezzate, potere corrotto, uomini fragili o violenti, istituzioni indifferenti, personaggi che sembrano schiacciati da qualcosa di più grande di loro.
Chi ha visto Leviathan sa di cosa parliamo. Quel film non era un pamphlet urlato, non aveva bisogno di spiegarti ogni simbolo con il pennarello rosso. Bastava guardare il sindaco corrotto, il rapporto con la Chiesa ortodossa, l’impotenza del protagonista Nikolai davanti a un sistema che può togliergli casa, dignità e vita senza nemmeno scomporsi troppo. Era cinema politico proprio perché non sembrava voler fare il comizio. Ti mostrava il mondo e poi ti lasciava lì, con lo stomaco chiuso.
In Loveless, invece, la violenza era più domestica, più fredda. Una coppia in guerra, un figlio che sparisce, una società emotivamente prosciugata. Anche lì, Zvyagintsev raccontava la Russia senza trasformarla in cartolina del dissenso. La mostrava come un luogo morale, prima ancora che geografico. Un posto dove i legami sono fragili, il potere è opaco e le persone spesso si arrendono ancora prima di combattere.
Ora arriva Minotaur, ed è difficile non leggerlo dentro questo percorso. Il film è ambientato in una cittadina provinciale russa nel 2022, proprio l’anno dell’invasione dell’Ucraina, e segue Gleb, un dirigente d’azienda vicino a licenziare i suoi dipendenti, mentre scopre che la moglie Galina ha una relazione. La trama parte da un thriller intimo, quasi coniugale, ma con Zvyagintsev è raro che una crisi privata resti davvero privata. Di solito, dentro una casa che crolla, crolla anche qualcosa di più grande.
Il film è anche un adattamento di La femme infidèle, thriller del 1969 di Claude Chabrol. Però Zvyagintsev lo sposta in una Russia contemporanea e carica quel materiale di un peso diverso. Chabrol lavorava spesso sul marcio borghese, sui desideri nascosti, sui crimini consumati dietro facciate rispettabili. Zvyagintsev prende quel tipo di tensione e la porta dentro un contesto dove il tradimento sentimentale può diventare anche tradimento morale, politico, sociale. Non nel senso banale del “tutto è metafora”, ma nel senso più suo: i personaggi si muovono in un mondo che li giudica anche quando sembra restare in silenzio.
Il ritorno a Cannes, poi, non è un dettaglio ornamentale. Cannes ha avuto un ruolo enorme nella carriera di Zvyagintsev. Leviathan lì vinse il premio per la sceneggiatura, mentre Loveless ottenne il Premio della giuria. Quest’anno Minotaur concorre con autori pesantissimi, da Pedro Almodóvar ad Asghar Farhadi e László Nemes, quindi non parliamo di una passerella di cortesia. Il suo ritorno viene trattato come quello di un autore che mancava davvero.
C’è anche un aspetto politico inevitabile. Zvyagintsev ha deciso di non tornare in Russia e vive in esilio in Francia. Ha spiegato di non voler essere associato a ciò che il suo Paese ha fatto. Minotaur è girato a Riga, in Lettonia, e nasce senza il sostegno statale russo, come già era accaduto con Loveless. Anche questo racconta molto: un regista russo che continua a guardare la Russia, ma da fuori. Come se non potesse smettere di osservarla, anche dopo averla lasciata.
E forse è proprio questa la parte più forte della sua nuova fase. Zvyagintsev non torna con un film qualsiasi, né con un’opera pensata solo per dire “sono ancora qui”. Torna con un thriller morale, ambientato nell’anno in cui il suo rapporto con la Russia si è spezzato definitivamente. Torna dopo aver rischiato di non poter più camminare, respirare, lavorare. Torna a Cannes, dove il suo nome è diventato internazionale. E lo fa con un film che già dal titolo, Minotaur, suggerisce un labirinto, una creatura nascosta, una violenza che aspetta al centro.
Non sappiamo ancora come sarà accolto il film. Non sappiamo se dividerà, se verrà celebrato, se vincerà qualcosa o se resterà soprattutto come il segno di una presenza ritrovata. Ma una cosa è chiara: il ritorno di Andrey Zvyagintsev non è solo il ritorno di un grande regista al festival più osservato del mondo. È il ritorno di una voce che il cinema europeo aveva perso per troppo tempo.
E dopo tutto quello che ha attraversato, vedere il suo nome di nuovo in concorso sembra già un fatto enorme.
Tu cosa ne pensi: Minotaur può essere il grande ritorno di Zvyagintsev o il peso della sua storia personale rischia di oscurare il film? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


