Ogni tanto al Festival arriva qualcuno che non dovrebbe stare tra le Nuove Proposte. Angelica Bove – romana, classe 2003, semifinalista a X Factor 2023 – è esattamente quel tipo di artista. A Sanremo 2026 porta “Mattone”, un brano tratto dal suo primo album TANA, e stasera nella seconda serata ha vinto la semifinale contro Mazzariello, conquistando l’accesso alla finale delle Nuove Proposte dove sfiderà Nicolò Filippucci. Il tailleur bianco, il pianoforte, quel timbro leggermente roco che avevamo imparato a conoscere durante X Factor: tutto torna, ma con qualcosa in più. Una consapevolezza che normalmente non si trova a 22 anni.
“Mattone” nasce dallo stesso filo rosso che percorre TANA: mettere al centro la propria personalità, i propri difetti, le ferite che trasformano. Angelica ha raccontato come il brano affronti il peso dei lutti che hanno segnato la sua vita e la crescita interiore che ne è derivata. Non è un brano su qualcosa che è successo agli altri – è personale fino all’osso.
Stare male in modo normale: la prima strofa
Il testo apre con una di quelle frasi che si sentono spesso e che normalmente scivolano via: “dicono che per amare serve stare bene da soli”. Angelica non la usa come punto d’arrivo, ma come punto di partenza per smontarla. Perché la realtà che racconta è più complicata: lei e la persona accanto si assomigliano come i cani coi padroni, ma non si capiscono come figli e genitori. Due tipi di somiglianza opposti – uno superficiale, uno profondo e irraggiungibile.
Poi arriva la dichiarazione più coraggiosa del brano: il dottore le ha detto che si deve abituare a stare male in modo normale, come tutte le altre persone. È una frase che suona quasi bizzarra, eppure chiunque abbia attraversato un percorso di elaborazione del dolore – sia esso lutto, ansia, depressione – riconosce esattamente quel momento in cui si capisce che la sofferenza non è un’anomalia da eliminare, ma una condizione da imparare a portare. L’obiettivo non è smettere di stare male, ma trovare il modo di ritornare a vivere nonostante tutto.
Perdere la pazienza e perdere i treni
La seconda strofa affronta il lato più difficile da ammettere: non la fragilità subita, ma quella agita. “Fino a tre non riesco mai a contare / perdo la pazienza come perdo le occasioni” – Angelica non si dipinge come vittima passiva del dolore, ma come qualcuno che il dolore lo porta addosso e a volte lo riversa fuori. Dire cattiverie prima ancora di aver finito di pensare, perdere le occasioni come si perdono i treni – lontani, già in moto, impossibili da riprendere.
Questa onestà è rara in un brano sanremese, dove di solito la narrazione del dolore tende a idealizzarsi. Angelica invece descrive i danni collaterali della propria condizione emotiva senza giustificarli, senza attenuanti. Il refrain “troppe direzioni possibili” – variante del “troppe informazioni che mi confondo” della prima strofa – dice tutto: non è mancanza di volontà, è eccesso di stimoli, di paure, di possibilità che paralizzano.
Il mattone che costruisce
Il finale del testo è breve e non ha bisogno di molto spazio per dire tutto: “dicono che porto un peso / che per me è un mattone / ma un mattone serve a costruire”. In tre righe si ribalta completamente la prospettiva di tutto il brano. Quello che dall’esterno viene visto come un fardello – il lutto, la difficoltà relazionale, l’impazienza, il dolore – diventa un materiale da costruzione. Non nonostante il dolore, ma attraverso di esso.
È una metafora semplice, ma funziona proprio perché arriva alla fine di un brano che non ha imbellettato niente. Se Angelica avesse aperto con questa immagine positiva, avrebbe suonato come un poster motivazionale. Invece arriva dopo dieci strofe di difficoltà raccontate senza sconti, e allora ha il peso specifico di una convinzione conquistata sul campo, non di uno slogan.
Analisi sonora: il pianoforte e la voce come unici protagonisti
L’ascolto del brano rivela una scelta produttiva che richiede coraggio – specialmente su un palco grande come l’Ariston: estrema pulizia. L’arrangiamento è costruito attorno a un pianoforte acustico con un tocco morbido e dinamico, che funge da struttura armonica senza mai sovrastare la voce. Non ci sono strati ridondanti, non ci sono synth decorativi aggiunti per riempire il silenzio. Si sceglie di lasciare il silenzio dov’è, e funziona.
La voce di Angelica è il vero strumento del brano. Il suo timbro leggermente roco, caldo nel registro medio, porta con sé una ruvidità autentica che nessuna post-produzione potrebbe inventarsi. La gestione dinamica è notevole per una 22enne: parte con un filo di voce quasi sussurrato nelle strofe, costruisce tensione nel pre-ritornello e si apre con piena potenza sul ritornello, mantenendo però il controllo dell’intonazione anche nelle note più alte. Nessuna concessione all’eccesso – nessuno di quei melismi forzati che spesso tradiscono l’insicurezza di chi vuole dimostrare di saper cantare.
Il missaggio valorizza questa scelta: la voce è in primo piano, il pianoforte ben bilanciato nel medio-basso, e c’è una gestione del riverbero misurata che dà profondità senza appesantire. Il brano respira.
L’unica osservazione possibile riguarda la ripetizione del ritornello: la struttura – pur efficace – si ripete quasi identica nelle sue due occorrenze principali, senza variazioni armoniche o orchestrali che portino il pezzo a un livello ulteriore. Chi conosce il songwriting sa che a volte è una scelta precisa di coerenza, ma lascia aperta la domanda su quanto potrebbe salire ancora se avesse una piccola svolta nel finale.
Detto questo: sentire un brano del genere in mezzo a pezzi che usano l’autotune come copertura, fa capire immediatamente la differenza tra chi ha qualcosa da dire e chi ha qualcosa da nascondere.
“Mattone” è una di quelle canzoni che rimangono. E Angelica Bove è una di quelle artiste che vale la pena seguire. Tu l’hai vista stasera all’Ariston? Hai già un’idea di chi vorresti vedere vincere tra le Nuove Proposte? Dimmelo nei commenti.
Il testo di Mattone
Dicono che per amare serve stare bene
da soli
di non accontentarsi pur di rimanere insieme
da fuori noi ci somigliamo come i cani coi padroni
ma non ci capiamo come figli e genitori
mi prendo un alto po’
troppe informazioni
che mi confondo
Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere
Dicono che per odiare serve litigare
servono parole dette bene
io che mi ritrovo sempre a dire cattiverie
fino a tre non riesco mai a contare
perdo la pazienza come perdo le occasioni
sono treni così, lontani
aspetto ancora un po’
troppe direzioni
possibili
Quanta pioggia ancora cadrà per un po’ di pace
in queste giornate
so che prima o poi passerà
lo ha detto il dottore che mi devo abituare
a stare male in modo normale
come tutte le altre persone
a stare male in modo normale
come tutti gli altri
e ritornare a vivere
Dicono che porto un peso
che per me è un mattone
ma un mattone serve a costruire


