Angustia è arrivato su RaiPlay e Rai Cinema Channel con una storia che parla di violenza di genere, controllo, paura e rinascita. Non è un documentario, anche se nasce da un’urgenza molto concreta: raccontare una donna che prova a ritrovare la propria voce mentre una relazione tossica tenta di spegnerla. La protagonista è Pamela D’Amico, cantautrice italo-brasiliana, conduttrice Rai e autrice del soggetto. Nel corto interpreta una cantante che si chiama Pamela, una donna che dietro il trucco nasconde lividi, ferite e una vita privata fatta di pressione psicologica.
Il cortometraggio, diretto da Alessio Taranto, scritto da Sara Paterniani e prodotto da Diego Righini per Dream On, affronta un tema duro senza trasformarlo in una lezione fredda. La storia passa attraverso il teatro, la musica, il silenzio delle stanze vuote e quella sensazione brutta di non avere più spazio per respirare. Pamela continua a salire sul palco, canta, prova a restare in piedi. A casa però la aspetta un marito geloso, possessivo, deciso a ridurla sempre di più.
La domanda che molti si faranno è semplice: Angustia è tratto da una storia vera? La risposta più corretta è questa: non risulta legato ufficialmente a un singolo caso di cronaca, con nomi e fatti identificabili. Però Pamela D’Amico ha spiegato di voler raccontare una storia vera, una di quelle che spesso restano chiuse nel silenzio. Quindi il corto sembra muoversi su un terreno realistico, costruito attorno a situazioni che purtroppo appartengono alla vita di tante donne: la gelosia scambiata per amore, il controllo mascherato da protezione, la paura di parlare, il bisogno di trovare un punto da cui ripartire.
La scelta della musica non è casuale. Pamela D’Amico è una cantante anche fuori dal film e in Angustia interpreta i brani presenti nel corto. La musica diventa il linguaggio con cui la protagonista riesce ancora a dire qualcosa di sé. Non risolve magicamente la sua sofferenza, ma le permette di non perdere completamente il contatto con la propria identità. In una storia sulla violenza psicologica e fisica, questo dettaglio pesa: la voce della protagonista non è soltanto uno strumento artistico, è ciò che il marito non riesce a cancellare.
Nel cast, accanto a Pamela D’Amico, ci sono Carlo Belmondo, Costantino Comito e la partecipazione straordinaria di Gegia. Il racconto mette insieme momenti realistici e passaggi più interiori, quasi sospesi, come se lo spettatore entrasse dentro la testa di Pamela e nelle sue paure. L’incontro con un inserviente del teatro diventa una scintilla, un’occasione per guardarsi da fuori e capire che quella non può essere l’unica vita possibile.
Il regista Alessio Taranto ha definito Angustia una storia d’amore nel senso più profondo: amore per sé stesse, per la musica e per la vita. Detta così potrebbe sembrare una frase elegante da presentazione, ma dentro il corto il concetto è molto concreto. Per uscire da una relazione violenta non basta “volerlo”. Serve riconoscere la gabbia, trovare aiuto, recuperare forza, smettere di credere alla voce di chi ti ha convinta di non valere abbastanza.
Il fatto che Angustia sia entrato nella top five di RaiPlay è un segnale interessante. Un corto su un tema così delicato, senza la spinta di una grande saga o di un nome da blockbuster, è riuscito comunque ad attirare attenzione. Forse perché il tema tocca molte persone da vicino. Forse perché la violenza di genere non è più percepita come una notizia lontana, ma come qualcosa che può attraversare case, famiglie, amicizie, luoghi di lavoro.
Il merito del progetto sta anche nella durata breve. Un cortometraggio può arrivare a chi magari non sceglierebbe un film lungo su un argomento doloroso. Può essere visto in pausa, condiviso, discusso. Può diventare un punto di partenza per una conversazione che spesso viene rimandata perché fa male, perché mette disagio, perché obbliga a guardare comportamenti che qualcuno tende ancora a minimizzare.
Angustia non sembra voler dare risposte facili. Racconta una donna ferita, una relazione che la soffoca e l’arte come possibilità di resistenza. Non usa la musica per rendere bella la violenza, ma per mostrare che anche in una situazione buia può restare una parte viva, pronta a chiedere spazio.
E voi lo guarderete su RaiPlay? Vi interessa un corto che affronta la violenza di genere attraverso la musica e una storia ispirata a dinamiche reali? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


