C’è una cosa che Netflix fa con una precisione che sembra quasi studiata: prende un film che conoscete già, o che avete sempre rimandato, o che avete visto quattro anni fa e non ricordate bene, e lo rimette in cima alla lista dei più visti nel momento in cui avete meno voglia di scegliere qualcosa di nuovo. Anna del 2019 è esattamente quel film. È lì, in cima alla classifica italiana, con la faccia di Sasha Luss e un’espressione che dice “sì, lo so, l’hai già visto, ma guardami ancora”. E la maggior parte delle persone la guarda ancora. Il che ha una sua logica, perché Anna è il tipo di film che funziona esattamente quanto deve funzionare, né più né meno, e a volte è tutto quello di cui avete bisogno un giovedì sera.
Il problema, o forse il pregio, è che Luc Besson ha fatto questo film almeno una volta in precedenza. E quella volta si chiamava Nikita.
Nikita aveva trent’anni e Besson non se n’era ancora accorto
Nikita esce nel 1990. È la storia di una donna francese con un passato violento che viene reclutata dai servizi segreti come assassina, addestrata, e poi mandata nel mondo con la promessa che un giorno potrà essere libera. La protagonista cerca di costruirsi una vita normale mentre porta avanti missioni che normale non sono affatto. Alla fine la promessa di libertà si rivela molto più complicata di quanto le fosse stato detto.
Anna esce nel 2019. È la storia di una donna russa con un passato violento che viene reclutata dal KGB come assassina, addestrata, e poi mandata nel mondo con la promessa che dopo cinque anni potrà essere libera. La protagonista cerca di costruirsi una vita normale come modella a Parigi mentre porta avanti missioni che normale non sono affatto. Alla fine la promessa di libertà si rivela molto più complicata di quanto le fosse stato detto.
Praticamente la stessa sinossi. Stesso regista. Ventinove anni di distanza. Se questo fosse un tema di scuola e Besson fosse uno studente, la professoressa scriverebbe in rosso “hai copiato da te stesso” e lo manderebbe a casa a riflettere. Invece è un regista affermato, quindi si chiama coerenza autoriale e ognuno lo legge come vuole.
La cosa interessante è che la formula funziona lo stesso. Nikita funzionava nel 1990 e Anna funziona nel 2019, il che dice qualcosa sul fatto che certe storie non invecchiano perché non puntano a essere originali. Puntano a essere esatte. Donna intrappolata, sistema che la usa, libertà come obiettivo irraggiungibile, azione come linguaggio principale. Besson conosce quella formula meglio di chiunque altro, e Anna è la prova che la sa ancora usare anche quando non ha nessuna intenzione di aggiornarla.
La modella al suo secondo film e Besson che gioca a fare il Pigmalione
Sasha Luss non era un’attrice quando Besson l’ha messa al centro di Anna. Era una modella russa nata a Magadan, cresciuta a Mosca, che aveva cominciato a lavorare nel mondo della moda a tredici anni e che aveva fatto il suo primo film nel 2017, sempre con Besson, in Valerian e la città dei mille pianeti. Anna era il numero due. Due film in carriera e si ritrova a reggere sulle spalle un action movie con Helen Mirren e Cillian Murphy.
Questa cosa o finisce benissimo o finisce malissimo. Nella storia del cinema i precedenti sono divisi esattamente a metà. Per ogni modella che Besson ha trasformato in attrice credibile (Milla Jovovich è diventata Jovovich), ce n’è un’altra che è rimasta principalmente una modella con qualche film nel curriculum. Sasha Luss, onestamente, sta da qualche parte in mezzo: ha una presenza visiva che la telecamera tratta bene e una naturalezza nelle scene d’azione che non è scontata, ma le scene che richiedono qualcosa di più del controllo fisico ogni tanto rivelano i bordi del personaggio. Non è un difetto devastante. È semplicemente il tipo di cosa che si nota quando intorno a lei ci sono Helen Mirren e Cillian Murphy.
Il cast che sembra scelto apposta per confondere chi si preoccupa dell’autenticità
Anna è ambientata principalmente nella Mosca del 1985. I personaggi russi principali sono interpretati da Helen Mirren (britannica, con origini russe da parte di nonno), Luke Evans (gallese, nessuna origine russa identificabile), e Alexander Petrov (russo vero, ma in un ruolo secondario). Cillian Murphy interpreta un agente della CIA americano, ed è irlandese di Cork, il che almeno geograficamente è il tipo di ambiguità che si risolve facilmente. Il risultato è un film ambientato in Russia con una percentuale di russi autentici nel cast principale pari a circa il quindici per cento.
Hollywood fa questa cosa da sempre, naturalmente. Ogni film ambientato in Russia che non sia una produzione russa ha attori britannici che fanno l’accento slavo, e a forza di vederlo smetti persino di farci caso. Il dettaglio divertente è che Helen Mirren recita con un’autorità tale che il problema non si pone nemmeno. La guardi comandare i suoi agenti del KGB con una sigaretta in mano e pensi “sì, è lei il capo”, e poi ti ricordi che è la stessa persona che ha vinto l’Oscar per The Queen e che probabilmente potrebbe fare la capo di qualsiasi organizzazione governativa di qualsiasi paese con la stessa convinzione. La storia della Russia non pone limiti a Helen Mirren.
La scena della doccia che Besson ha copiato da Besson
C’è una scena in cui Anna, dopo una missione particolarmente brutale, si appoggia esausta contro il muro sotto il getto della doccia. È una scena che dura pochi secondi, visivamente bella, emotivamente precisa nel raccontare il peso di quello che il personaggio porta con sé. È anche la stessa scena che Besson aveva già girato nel 1994 con Jean Reno in Léon, quasi fotogramma per fotogramma.
Non è un caso. È un omaggio deliberato, messo lì per chi lo riconosce. Il problema è che quando inizi a citare sé stesso all’interno di un film che è già abbastanza simile a un tuo lavoro precedente, il rischio è che lo spettatore più attento cominci a fare un elenco. E l’elenco non è brevissimo. Besson ha costruito una filmografia con alcune opere che contano davvero, Nikita, Léon, Il quinto elemento, e poi una lunga serie di film che girano intorno agli stessi temi con intensità decrescente. Anna si colloca in quella seconda categoria con una certa dignità, che non è poco.
La critica ha detto no, il pubblico ha detto sì, e non è la prima volta che succede
Su Rotten Tomatoes Anna ha il 34% dalla critica. Su IMDB il pubblico gli ha dato 6.7 su 10. È uno di quegli scostamenti che racconta molto su come funzionano i due tipi di giudizio. La critica valuta la novità, la profondità, quello che un film aggiunge al linguaggio cinematografico. Il pubblico valuta se ha passato bene il tempo. Anna non aggiunge praticamente niente al cinema di spionaggio che non fosse già lì, ma se siete sul divano alle dieci di sera con voglia di sparatorie e colpi di scena ogni dieci minuti, il film fa esattamente quello che promette.
Il 34% della critica suona come una bocciatura severa. In realtà è il tipo di voto che ricevono i film che sanno cosa vogliono essere e non vogliono essere altro. Non tutti i film devono essere Parasite. Alcuni devono solo essere Anna.
Il lancio che è diventato un disastro prima ancora di cominciare
Questa è la parte che nessuno ricorda volentieri ma che spiega perché un film con quel cast e quella produzione abbia incassato così poco. Durante le riprese Besson è stato accusato di molestie sessuali. Le accuse non hanno portato a un procedimento giudiziario, ma i distributori americani si sono allontanati dal progetto in modo abbastanza visibile: il film è uscito senza proiezioni per la stampa, senza campagna promozionale seria, senza il tipo di lancio che un film con Helen Mirren e Cillian Murphy normalmente si porta dietro.
Anna doveva essere il rilancio di EuropaCorp, la casa di produzione di Besson, già in difficoltà dopo il flop commerciale colossale di Valerian e la città dei mille pianeti nel 2017. Valerian era costato duecento milioni di dollari e ne aveva incassati duecentoventicinque, il che nel cinema non si chiama guadagno, si chiama pareggio con un sospiro di sollievo. Anna è costata circa trenta milioni e ne ha incassati altrettanti nel mondo. Altro pareggio, altra occasione mancata. EuropaCorp è sopravvissuta, ma il sogno di Besson di costruire un polo cinematografico europeo capace di competere con Hollywood si è ridimensionato in modo abbastanza definitivo.
Perché vale la pena vederlo adesso, anni dopo tutto
Il punto interessante di Anna nel 2026 è che tutta la storia intorno al film – le polemiche, il flop commerciale, le difficoltà di EuropaCorp – è diventata un contesto che la maggior parte degli spettatori Netflix ignora completamente. Lo mettono su perché è in cima alla lista dei più visti, o perché Cillian Murphy è diventato famoso grazie a Oppenheimer e a Peaky Blinders e vogliono vederlo in qualcosa di diverso, o semplicemente perché hanno voglia di sparatorie e Mosca anni Ottanta.
E in quell’ottica il film funziona. Non chiede niente di particolare. Non vuole cambiare il modo in cui pensate al cinema. Vuole tenervi incollati allo schermo per quasi due ore con una protagonista che sa combattere meglio di chiunque intorno a lei, un’Helen Mirren che ogni volta che appare in scena alza automaticamente il livello di qualsiasi cosa stia succedendo, e una struttura a flashback che gioca abbastanza bene con le aspettative. L’ha fatto Besson con Nikita nel 1990, l’ha rifatto con Anna nel 2019, e il fatto che entrambi i film continuino a girare sulle piattaforme trent’anni dopo dice più di qualsiasi recensione.
A questo punto la domanda è solo una: preferite guardare prima Nikita o Anna, visto che la trama è praticamente la stessa?


