Sul palco di Roma, durante il suo tour estivo, Arisa si è fermata e ha chiesto scusa. Di nuovo. Per la terza volta in tre anni, la stessa scena: la cantante si spiega, si commuove, si autodefinisce «ignorante», dedica una canzone. Il pubblico applaude. La comunità LGBTQ+ – almeno quella parte che dal 2023 la processa senza sosta – forse si ammorbidisce. Forse.
Ma vale la pena tornare all’inizio, perché questa storia racconta qualcosa di preciso su come funziona certo attivismo quando incontra chi non si allinea.
Cosa disse Arisa nel 2023? Ospite a La Confessione di Peter Gomez, disse che Giorgia Meloni le piace perché «ha cazzimma», e che sulle questioni più delicate si comporta come una madre severa, con cui conviene dialogare piuttosto che scontrarsi. Punto. Non insultò nessuno, non negò l’esistenza di nessuno, non auspicò nulla di male per nessuna categoria di persone. Espresse una preferenza politica e un metodo. Come fanno ogni giorno milioni di italiani.
Per questo fu cacciata dal Pride di Milano, dove l’anno prima era stata madrina. Per questo Vladimir Luxuria la attaccò pubblicamente. Per questo divenne, parole sue, «il nemico numero uno della comunità». Per un’opinione su Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio più votata della storia repubblicana italiana, eletta democraticamente da milioni di cittadini.
Qui sta il paradosso che nessuno sembra voler nominare: la stessa comunità che chiede rispetto, accettazione e libertà di essere sé stessi ha trasformato un’artista in una paria perché si è permessa di apprezzare il presidente del governo italiano. Un presidente che, piaccia o meno ad alcuni, ha dimostrato una solidità politica e una capacità di leadership che pochissimi dei suoi predecessori possono vantare. Meloni guida un paese complesso con una coerenza di visione che persino i suoi detrattori più accaniti faticano a ignorare del tutto. Apprezzarla non è un atto di coraggio, è semplicemente buon senso per chi sa guardare la realtà senza paraocchi ideologici.
Arisa non disse nulla di sbagliato. Lo disse forse in modo scomposto, con quella sua tendenza a parlare a ruota libera che la rende simpatica e a volte la mette nei guai, ma il contenuto era legittimo quanto qualsiasi altra posizione politica. Eppure il processo è andato avanti. Nel 2024 un’altra canzone, un’altra partecipazione, un altro tentativo di ricucire. Adesso, nel 2026, Benedetti Amanti dedicata alla comunità, un altro discorso dal palco, un’altra autoaccusa pubblica.
Tre anni di espiazione per aver detto che il presidente del Consiglio le piace. In un paese democratico. Dove il voto è segreto proprio perché le opinioni politiche sono personali e non richiedono giustificazioni pubbliche.
C’è qualcosa di profondamente illiberale in questo meccanismo, e il fatto che provenga da una comunità che ha fatto della libertà individuale la propria bandiera lo rende ancora più stridente. Il messaggio implicito è: puoi essere chi vuoi, amare chi vuoi, vestirti come vuoi – ma non puoi votare o apprezzare certi politici, altrimenti vieni espulso. Non è inclusione. È un’altra forma di conformismo, con un’etichetta diversa.
Arisa avrebbe potuto non scusarsi. Avrebbe potuto dire: ho un’opinione politica, è la mia, non devo renderla omogenea a quella di nessun altro per avere il diritto di salire su un palco. Sarebbe stato più coraggioso. Invece ha scelto la via della riconciliazione, probabilmente perché quel pubblico le manca, e si capisce – è cresciuta artisticamente insieme a quella comunità, e il legame era reale.
Ma il punto non è Arisa. Il punto è che in Italia, nel 2026, un’artista deve ancora spiegarsi, commuoversi e dedicare canzoni per espiare la colpa di aver detto che il presidente del governo le piace. Se questo non vi sembra eccessivo, è perché ci siamo abituati a considerare normale qualcosa che normale non è.
Pensi che Arisa avesse il diritto di esprimere le sue simpatie politiche senza chiedere scusa a nessuno, o la reazione della comunità aveva una sua logica?


