Massimo Ranieri oggi, 3 maggio 2026, compie 75 anni. E anche qui su Wonder Channel, dove di solito saltiamo tra musica, cinema, tv e pop culture come se avessimo il telecomando in mano e poca voglia di stare fermi, non potevamo non fargli gli auguri. Perché Ranieri non è solo “quello di Perdere l’amore”, anche se basterebbe già quello per entrare nella memoria sentimentale di mezzo Paese. È uno di quegli artisti completi che l’Italia ha avuto la fortuna di vedere crescere davanti agli occhi: cantante, attore, uomo di teatro, conduttore, interprete della canzone napoletana e della musica popolare italiana. Nato a Napoli il 3 maggio 1951, nel rione Santa Lucia, è arrivato a questo compleanno con una carriera lunga più di sessant’anni. E detta così sembra quasi normale. Ma non lo è affatto.
La prima curiosità, forse la più bella, riguarda proprio l’inizio. Prima di diventare Massimo Ranieri, lui era Giovanni Calone, un ragazzo nato in una famiglia numerosa e non certo agiata. Da bambino lavorava per aiutare a casa: garzone, barista, piccoli mestieri, tutto quello che serviva. Poi cantava ai matrimoni, come succedeva a tanti ragazzi con una bella voce e poche possibilità. A scoprirlo fu Gianni Aterrano, che lo notò mentre cantava in un bar nel 1964. Da lì partì tutto: il nome d’arte Gianni Rock, il tour negli Stati Uniti come spalla di Sergio Bruni e il primo palco importante all’Academy di Brooklyn quando aveva appena 13 anni. Una partenza da romanzo popolare, solo che era vita vera.
E già qui si capisce una cosa: Ranieri non è nato “personaggio”. È diventato artista lavorando. Sudando. Imparando a stare davanti al pubblico quando molti alla sua età stavano ancora cercando di capire come evitare le interrogazioni del lunedì. Da lì in poi, la sua carriera ha preso una velocità impressionante. Nel 1968 arriva a Sanremo con Da bambino, poi esplode con una serie di canzoni che ancora oggi, appena partono, fanno cantare anche chi dice “no, io la musica italiana vecchia non la conosco”. Sì, certo. Poi parte Rose rosse e ti tradisci al secondo ritornello.
Tra le sue canzoni più amate c’è proprio Rose rosse, pubblicata nel 1968. È una di quelle canzoni che sembrano semplici solo perché tutti le conoscono. In realtà ha quella forza melodica pulita, diretta, che entra subito. Non ha bisogno di effetti speciali. È romanticismo classico, ma con una voce giovane che sembrava già sapere cosa fosse la nostalgia. E pensare che Ranieri era poco più che un ragazzo. Questa è una delle cose che colpisce di più: molti dei suoi brani più celebri arrivano quando lui è giovanissimo, ma non suonano mai acerbi.
Poi c’è Se bruciasse la città, del 1969. Qui siamo proprio nel territorio del melodramma pop italiano, quello bello, enorme, senza paura di esagerare. Una dichiarazione d’amore assoluta, teatrale, con quel titolo che già da solo sembra una scena da film. Se bruciasse la città, da te, da te, da te io correrei. Non serve nemmeno cantarla tutta. Basta sentirla partire e ti ritrovi dentro un’Italia diversa, fatta di varietà, orchestrazioni piene, voci grandi e sentimenti non messi in modalità risparmio energetico. Il brano arrivò anche a Canzonissima, dove Ranieri si piazzò al secondo posto, confermando la sua popolarità in piena ascesa.
E poi, ovviamente, Perdere l’amore. Qui bisogna fermarsi un attimo. Perché non è solo una canzone famosa. È una specie di monumento emotivo. Ranieri la porta a Sanremo nel 1988 e vince. Ma la cosa incredibile è che quel brano arriva in un momento diverso della sua carriera, quando lui non è più il ragazzino prodigio. È un uomo, un interprete maturo, uno che può cantare la sconfitta sentimentale senza sembrare uno che recita. Perdere l’amore è una canzone devastante perché non fa la finta elegante. Ti prende, ti guarda in faccia e ti dice: sì, a volte l’amore finisce e tu resti lì, con la dignità mezza ammaccata. Ranieri la canta come se ogni parola gli costasse qualcosa. E infatti è rimasta.
Ma sarebbe ingiusto ricordarlo solo con questi tre titoli. Ci sono anche Vent’anni, Erba di casa mia, Ti penso, L’amore è un attimo, La vestaglia, Mia ragione, Quando l’amore diventa poesia. Canzoni che raccontano un cantante capace di stare dentro la melodia italiana senza diventare mai soltanto “nostalgia”. Ranieri ha sempre avuto una cosa rara: la capacità di dare peso teatrale a una canzone, ma senza trasformarla in una caricatura. Ti fa sentire la scena, il dolore, la speranza, però resta umano. Non diventa statua. E questa è una dote enorme.
Un’altra curiosità importante è che Massimo Ranieri non è mai stato solo cantante. Anzi, se vogliamo essere precisi, lui è uno degli artisti italiani che hanno abitato meglio il confine tra musica, teatro, cinema e televisione. Ha lavorato come attore, regista teatrale, conduttore e doppiatore. Ha portato in scena spettacoli amatissimi, tra cui Sogno e son desto, diventato un successo enorme e arrivato a centinaia di repliche. Questa dimensione teatrale spiega anche il suo modo di cantare. Ranieri non “esegue” soltanto un brano. Lo interpreta. Ci entra dentro come un attore entra in un personaggio.
E poi c’è Napoli. Sempre. Non come cartolina, non come sfondo turistico, ma come lingua emotiva. Ranieri ha portato la canzone napoletana dentro teatri, programmi tv, concerti, spettacoli, senza trattarla come una reliquia impolverata. L’ha cantata con rispetto, certo, ma anche con vitalità. Perché Napoli, nella sua voce, non è solo un luogo di partenza. È un modo di respirare le parole. Quando canta certe melodie, senti che non sta prendendo in prestito una tradizione. Ci è nato dentro.
Negli ultimi anni, poi, Ranieri ha continuato a farsi vedere e sentire anche da un pubblico più giovane. Il suo ritorno a Sanremo nel 2022 con Lettera di là dal mare gli ha portato il Premio della Critica Mia Martini, a conferma di una cosa semplice: non serve inseguire per forza le mode quando hai ancora qualcosa da dire. E nel 2026, per i suoi 75 anni, Rai Teche lo celebra con l’antologia Massimo Ranieri – Sogni ancora in volo su RaiPlay, mentre Rai Cultura gli dedica una puntata storica di Ieri e Oggi su Rai Storia. Non è solo una festa di compleanno. È un riconoscimento a una carriera che ha attraversato generazioni.
La cosa bella di Ranieri è che non dà mai l’impressione di avere vissuto di rendita. Avrebbe potuto farlo, eh. Con un repertorio così, bastava mettere in fila i successi e andare avanti per decenni. Invece ha continuato a studiare, provare, recitare, cantare, raccontare, tornare in tv, andare a teatro. Ha mantenuto una disciplina da uomo di scena vero. Quelli che sanno che il pubblico ti vuole bene, sì, ma non ti deve niente per contratto. Ogni sera devi meritartelo di nuovo.
E forse è per questo che Massimo Ranieri mette d’accordo tante persone diverse. I nonni lo ricordano giovane e pieno di voce nei varietà. I genitori lo hanno vissuto come grande interprete di Sanremo e della tv. I più giovani magari lo hanno scoperto nei duetti, nelle clip, negli omaggi o nei programmi televisivi. Ma tutti, in qualche modo, riconoscono quella presenza. Quella voce. Quell’eleganza un po’ antica e ancora viva.
A 75 anni, Ranieri resta un artista che non puoi liquidare con una definizione rapida. Non basta dire “cantante”. Non basta dire “attore”. Non basta dire “uomo di teatro”. È uno che ha fatto tutto questo tenendo insieme tecnica e cuore, mestiere e istinto, popolarità e rispetto. E in un mondo dello spettacolo dove spesso tutto brucia in due stagioni, una carriera così lunga sembra quasi un miracolo costruito con il lavoro.
Quindi buon compleanno, Massimo Ranieri. Buon compleanno a un ragazzo di Napoli diventato una delle voci più amate d’Italia. Buon compleanno a chi ha cantato amori finiti, città che bruciano, rose rosse, vent’anni e sogni ancora in volo. E buon compleanno a un artista che, dopo 75 anni di vita e più di sessanta di palco, riesce ancora a farci pensare che certe canzoni non invecchiano. Cambiamo noi mentre le riascoltiamo.
Qual è la canzone di Massimo Ranieri che ti emoziona di più ancora oggi? Scrivilo nei commenti.
