Avete visto stasera Il mio nome è Carlo su Canale 5? Il film diretto da Giacomo Campiotti racconta la vita di Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli 15 anni e proclamato santo nel 2025. A interpretarlo negli anni dell’adolescenza è Samuele Carrino, affiancato da Lucia Mascino e Flavio Parenti nei ruoli dei genitori Antonia Salzano e Andrea Acutis.
Il film sceglie di non raccontare Carlo soltanto attraverso gli ultimi mesi della sua vita o attraverso il percorso religioso che lo ha reso famoso.
Lo segue in tre momenti diversi della crescita: a sei anni, a undici e poi a quindici, durante il primo anno di liceo. In questo modo prova a mostrare prima il bambino curioso, poi il ragazzo appassionato di informatica e infine l’adolescente ormai consapevole della propria fede e del modo in cui vuole stare accanto agli altri.
È probabilmente questa la scelta più importante del film.
Carlo non viene presentato come un personaggio distante, costruito soltanto attraverso immagini religiose o frasi solenni.
È un ragazzo che ama i videogiochi, il computer e il calcio, frequenta gli amici e vive in una famiglia normale. Proprio questo contrasto ha contribuito negli anni a renderlo una figura particolare: una spiritualità molto forte dentro una vita che, almeno esteriormente, assomigliava a quella di molti adolescenti della sua generazione.
La tecnologia occupa quindi una parte importante del racconto.
Carlo era appassionato di informatica e utilizzò anche il web per raccogliere e diffondere informazioni sui miracoli eucaristici. È da qui che nasce l’espressione con cui viene spesso ricordato, “il santo dell’era digitale”. Il film prova però a non ridurlo a questa definizione, perché insiste soprattutto sui rapporti con le persone che gli stavano intorno.
Tra queste c’è Rajesh, il giovane originario delle Mauritius che vive nella casa degli Acutis e accompagna Carlo fin dall’infanzia. È un personaggio importante perché permette al film di raccontare Carlo attraverso lo sguardo di qualcuno che gli è vicino ogni giorno, invece di trasformare ogni scena in una semplice spiegazione della sua fede.
Accanto a lui troviamo anche gli amici Sofia, Alessio e Nick, insieme alla famiglia.
La madre Antonia occupa naturalmente molto spazio.
Lucia Mascino interpreta una donna che deve confrontarsi prima con un figlio dalla sensibilità religiosa molto più sviluppata della propria e poi con qualcosa che nessun genitore vorrebbe affrontare.
Perché Il mio nome è Carlo arriva inevitabilmente al momento più difficile.
A quindici anni Carlo viene colpito da una leucemia fulminante.
La malattia arriva rapidamente e cambia completamente la vita della famiglia. Carlo muore il 12 ottobre 2006, dopo pochissimi giorni dalla diagnosi. Aveva appena quindici anni.
Il film, però, cerca di evitare di costruire l’intero racconto intorno alla morte.
Il suo obiettivo sembra essere piuttosto quello di spiegare perché, vent’anni dopo, la sua figura continui a interessare così tante persone.
Campiotti ha parlato di Carlo come di un santo “moderno”, capace di essere riconoscibile anche attraverso jeans, scarpe da ginnastica, videogiochi e computer, invece di appartenere a un’immagine religiosa lontana dalla quotidianità dei ragazzi.
C’è poi un altro aspetto da ricordare.
Il mio nome è Carlo non è un documentario.
La produzione specifica che il film è liberamente e parzialmente ispirato alla vita di Carlo Acutis e a fatti realmente accaduti, ma alcuni eventi sono stati rielaborati per esigenze narrative.
Questo significa che non ogni dialogo, incontro o situazione vista sullo schermo va interpretata come ricostruzione letterale della realtà.
Il film vuole soprattutto restituire un ritratto.
Quello di un ragazzo che, secondo chi lo ha conosciuto, aveva una particolare attenzione verso le persone più sole, gli emarginati e chi attraversava momenti difficili.
Anche la scelta di girare tra Milano e Assisi non è casuale.
Milano è la città nella quale Carlo è cresciuto, mentre Assisi è il luogo con cui aveva un legame spirituale molto forte e dove oggi riposa. Le riprese sono partite proprio da Milano prima di spostarsi in Umbria.
Il film arriva inoltre in un momento preciso.
Carlo Acutis è stato canonizzato il 7 settembre 2025 da Papa Leone XIV, mentre la messa in onda del 27 settembre 2026 cade a circa vent’anni dalla sua morte.
Per questo la serata di Canale 5 ha un significato diverso rispetto a una normale biografia televisiva.
Chi conosce già la storia di Carlo probabilmente ritroverà episodi familiari.
Chi invece ne ha sentito parlare soltanto in occasione della canonizzazione può capire meglio perché un adolescente nato negli anni Novanta sia diventato una figura religiosa conosciuta in tutto il mondo.
Resta naturalmente una domanda che solo chi ha seguito il film può valutare fino in fondo: il racconto è riuscito a mostrare Carlo come ragazzo prima ancora che come santo?
Perché è proprio su questo equilibrio che si gioca gran parte del film.
Raccontare la fede senza trasformare il protagonista in una figura irraggiungibile.
Raccontare la normalità senza dimenticare ciò che lo ha reso particolare.
E raccontare una morte così precoce senza fare in modo che cancelli tutto ciò che è venuto prima.
Voi avete visto stasera Il mio nome è Carlo su Canale 5? Vi è piaciuto il modo in cui il film ha raccontato Carlo Acutis e vi ha colpito di più la sua fede, il rapporto con la tecnologia o la parte familiare? Scrivetecelo nei commenti.


