Quando pensi ai film horror americani, quante volte hai sentito parlare di cimiteri indiani maledetti o boschi infestati da spiriti nativi? Troppe, vero? Ed è sempre la stessa storia: le culture indigene usate come sfondo spaventoso, senza mai davvero capire cosa rappresentano. Ma Welcome to Derry, il prequel di IT su HBO, ha deciso di fare qualcosa di diverso. E finalmente era ora.
Basta con gli stereotipi
Kimberly Guerrero, attrice indigena che interpreta un personaggio nella serie, ha detto una cosa che mi ha colpito: “Quasi tutto l’horror americano si basa sull’idea di un cimitero indiano infestato o qualche angolo di bosco maledetto. Riuscire finalmente a togliere il velo e mostrare cosa c’è davvero dietro a tutto ciò è rivoluzionario”.
E ha ragione. Per decenni, Hollywood ha usato le culture indigene come un comodo espediente narrativo per fare paura, senza mai preoccuparsi di raccontare storie vere o di consultare le persone di cui stava parlando. Welcome to Derry ha fatto il contrario: ha portato a bordo John Bear Mitchell, un anziano Penobscot che ha fatto da consulente culturale per la serie.
Guerrero ha lavorato fianco a fianco con Mitchell per assicurarsi che l’identità indigena fosse rappresentata come reale e attuale, non mitologica o estinta. “Eravamo lì nel 1962, e siamo ancora qui adesso. È un ottimo modo per mostrare al mondo che siamo vivi e forti”.
Una storia umana sotto l’horror
Ma la serie non parla solo di cultura indigena. Parla anche di trauma emotivo e repressione. James Remar, che interpreta il generale Shaw, ha spiegato che il suo personaggio riflette i conflitti degli anni ’60, quando ci si aspettava che gli uomini al potere reprimessero le emozioni.
“Nel 1962, un uomo bianco al potere non poteva mostrare tenerezza o emozioni. Specialmente non un militare”, ha detto Remar. Ma sotto l’autorità di Shaw si nasconde una storia personale tragica. “Tutto è iniziato con un amore d’infanzia che attraversava le barriere razziali. Una giovane ragazza indigena gli ha salvato la vita, e quel legame, quella connessione proibita, è ciò che lo riporta a Derry”.
Il ritorno del suo personaggio è guidato da amore, senso di colpa e ossessione. È una storia stratificata che rispecchia il tema della serie: affrontare il dolore sepolto.
Horror che onora la storia
Gli showrunner Jason Fuchs e Brad Caleb Kane, insieme ai produttori Andy e Barbara Muschietti, presentano Welcome to Derry sia come serie horror che come riflessione sociale. Ambientata nei primi anni ’60, la serie cattura un’era di repressione politica e divisione razziale. Gli elementi soprannaturali servono da metafora per l’oscurità che le persone cercano di nascondere agli altri e a se stesse.
I personaggi di Guerrero e Remar rappresentano il lato umano di quell’orrore. I loro ruoli non riguardano semplicemente la sopravvivenza contro un mostro, ma l’incarnare eredità di storia, perdita e resilienza.
Guerrero ha detto una cosa bellissima: “L’horror può essere gioioso perché ci permette di affrontare le nostre paure insieme. Questo show ci permette di farlo ricordando al mondo chi siamo”.
Perché questo conta davvero
Welcome to Derry dimostra che l’horror può essere sia emozionante che significativo. Radicando la sua storia nella verità culturale, rivendica le narrazioni indigene e va oltre le paure superficiali. La serie non si limita a espandere la mitologia di IT, la approfondisce.
Dietro la paura c’è una storia di memoria, umanità e spiriti invisibili della storia. Attraverso le interpretazioni di Guerrero e Remar, Welcome to Derry diventa più di un prequel. Diventa un promemoria che i veri fantasmi del passato americano sono ancora qui e meritano di essere ascoltati.
E tu cosa ne pensi? Ti piace quando le serie horror affrontano temi culturali profondi o preferisci lo spavento puro? Scrivi la tua opinione nei commenti!


