Sono passati quasi quattro anni dal finale di Better Call Saul, ma “Saul Gone” continua a fare male come la prima volta. La serie con Bob Odenkirk si è chiusa il 15 agosto 2022 con una scelta durissima: Jimmy McGill poteva cavarsela con una pena molto più leggera, poteva usare ancora una volta la lingua tagliente di Saul Goodman per piegare il sistema a suo favore, e invece ha deciso di confessare. Non per diventare un santo. Non per cancellare quello che aveva fatto. Per smettere, almeno una volta, di mentire.
Il finale di Better Call Saul resta uno dei più potenti della tv recente perché non cerca la scena spettacolare a ogni costo. Non punta sull’esplosione, sulla vendetta o sulla grande uscita di scena. Vince con una cosa molto più difficile: il peso delle conseguenze. Jimmy arriva in tribunale da Saul Goodman, con il solito modo di parlare, i trucchi da avvocato e quella faccia da uomo convinto di poter uscire da ogni trappola. Poi, piano piano, qualcosa si rompe.
All’inizio sembra ancora lui. Il vecchio Saul. L’uomo che tratta con i procuratori, riduce la pena, strappa condizioni migliori e trasforma una possibile condanna pesantissima in un accordo da soli sette anni. Una magia sporca, perfettamente coerente con il personaggio. Per un attimo pensi: eccolo, se l’è cavata di nuovo. Ha vinto ancora.
Poi entra Kim Wexler.
O meglio, Jimmy fa in modo che Kim sia lì. La usa come ultima mossa, ma stavolta il trucco non serve a fregare qualcuno. Serve a farsi vedere. A mettere fine alla recita davanti all’unica persona che conosceva davvero Jimmy McGill prima che Saul Goodman divorasse tutto il resto. Rhea Seehorn, con Kim, è stata una delle forze più grandi della serie. Il suo sguardo nel finale dice più di tanti dialoghi. Non c’è melodramma, non c’è perdono facile, non c’è una riconciliazione comoda. C’è solo una donna che guarda l’uomo che ha amato mentre decide finalmente di dire la verità.
La confessione in aula è il momento in cui Better Call Saul si stacca definitivamente da Breaking Bad. Walter White, nel suo finale, muore dentro una leggenda costruita anche da lui stesso. Jimmy invece resta vivo, ed è questa la condanna più dura. Deve vivere con quello che ha fatto. Deve accettare una pena di 86 anni, sapendo che il nome Saul Goodman continuerà a seguirlo persino in carcere. I detenuti lo riconoscono, lo celebrano, lo chiamano come se fosse una specie di eroe popolare. Ma lo spettatore sa che dietro quel nome c’è un uomo distrutto.
Il finale funziona perché non assolve Jimmy. Ci mostra la sua umanità, sì, ma non ci chiede di dimenticare. Jimmy ha avuto talento, intelligenza, empatia, ironia. Avrebbe potuto essere un ottimo avvocato. A tratti lo è stato. Però ha scelto troppe volte la scorciatoia, il raggiro, il colpo basso. La morte di Howard Hamlin ha segnato il momento in cui il gioco ha smesso di sembrare gioco. Da lì in poi, ogni battuta di Saul aveva un retrogusto amaro.
La parte in bianco e nero, con Jimmy nascosto sotto l’identità di Gene Takavic, è fondamentale proprio per questo. Non è un semplice omaggio ai fan né un modo furbo per collegarsi a Breaking Bad. È il ritratto di un uomo svuotato. Gene lavora in un Cinnabon, vive nella paura, guarda vecchie pubblicità di Saul Goodman come se fossero filmati di un’altra vita. Non è libero. Si è salvato dalla polizia, ma è rimasto prigioniero di sé stesso.
Le scene sui rimpianti, con Mike, Walter e Chuck, completano il discorso. La domanda sulla macchina del tempo sembra quasi ingenua, ma in realtà è la domanda che Jimmy non riesce a fare direttamente: cosa avresti cambiato? Cosa ti ha rovinato? Walter risponde da Walter, con arroganza e fastidio. Mike torna alla sua ferita familiare. Chuck riappare come il fantasma di un rapporto mai guarito. Jimmy, alla fine, capisce che il suo rimpianto non è uno solo. È una lunga catena di scelte.
Il colpo più bello arriva nel faccia a faccia finale con Kim. Una sigaretta condivisa, una parete, poche parole. La scena richiama il loro passato, ma lo fa senza nostalgia facile. Kim non torna da lui. Jimmy non torna libero. Eppure, per qualche minuto, rivediamo due persone che si sono amate in un modo complicato, brillante e pericoloso. Non serve altro.
A distanza di anni, Better Call Saul resta così forte perché ha fatto una cosa rara: ha preso un personaggio nato quasi come spalla brillante e lo ha trasformato in una tragedia umana. Saul Goodman faceva ridere. Jimmy McGill faceva male. E il finale ci ricorda che la redenzione, a volte, non porta fuori dalla prigione. Può soltanto permetterti di entrarci con il tuo vero nome.
E voi come ricordate il finale di Better Call Saul? Vi ha convinto la scelta di Jimmy oppure avreste preferito un epilogo diverso? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


