Biagio Antonacci è tornato a raccontarsi senza troppi filtri e, stavolta, ha toccato due temi molto personali: la famiglia, che preferisce chiamare “nucleo”, e la dislessia, che gli ha reso difficilissimo leggere libri. Il cantautore, in una nuova intervista al Corriere della Sera, ha parlato del singolo You&Me, del futuro della sua musica, del rapporto con i figli e anche di una cosa che può sorprendere chi lo ascolta da decenni: non ha mai letto un libro intero. Non per disinteresse, ma per una difficoltà concreta nella lettura.
E già qui, diciamolo, Biagio fa una cosa abbastanza rara: non prova a costruirsi addosso il personaggio dell’artista colto da scaffale pieno di romanzi e citazioni messe bene. Dice una cosa semplice, quasi disarmante. Nel video di You&Me lo vediamo con un libro in mano, ma lui ammette che quella scena è finta: ha una forma di dislessia, dopo poche righe si perde, e un medico specializzato in disturbi cognitivi gli avrebbe spiegato che proprio quella potrebbe essere la causa della sua fatica.
Per uno che scrive canzoni da una vita, è una confessione interessante. Perché siamo abituati a immaginare i cantautori come persone che divorano libri, sottolineano pagine, pescano ispirazione da romanzi, poesie, saggi e magari da qualche autore russo letto con aria sofferente sul divano. Biagio, invece, dice una cosa diversa: lui ruba dalla gente. Ogni tanto legge poesie, ama Giorgio Caproni, ma la sua vera biblioteca sono le persone. Soprattutto gli anziani, che definisce “libri umani”.
E questa, se ci pensi, spiega parecchio del suo modo di scrivere. Antonacci non è mai stato un cantautore da labirinto intellettuale. Le sue canzoni funzionano perché parlano una lingua emotiva diretta. Amore, separazioni, desiderio, vita quotidiana, figli, corpo, memoria. Non cerca di sembrare difficile. Cerca di arrivare. E forse il fatto di non aver costruito la sua scrittura sui libri, ma sulle facce e sulle storie ascoltate, gli ha dato proprio quel tipo di immediatezza che il pubblico riconosce da anni.
Poi c’è la questione della famiglia, o meglio del “nucleo”. Biagio dice di preferire questa parola perché “famiglia”, oggi, gli sembra un termine troppo stretto, a volte perfino escludente. Pensa alle coppie arcobaleno, ma anche a quelle persone che vivono insieme per dividere le spese e finiscono per costruire una forma di legame, di protezione, di quotidianità condivisa. Per lui “nucleo” è una parola più contemporanea. Una parola che allarga invece di chiudere.
E anche qui si può discutere, certo. Qualcuno dirà che famiglia resta famiglia, che non serve cambiare le parole. Però il ragionamento di Antonacci non sembra una provocazione messa lì per far parlare. Sembra più una riflessione da uomo che ha vissuto amori, figli, separazioni, responsabilità e forme diverse di vita insieme. Lui stesso ricorda di non essersi mai sposato, ma di aver sempre sentito la stessa responsabilità. Ha attraversato “burrasche”, ma dopo solidità durate decenni.
Questa cosa è interessante perché tocca un tema molto attuale senza trasformarlo in una lezione. Oggi la parola famiglia viene tirata da tutte le parti. C’è chi la usa come bandiera identitaria, chi la difende come se fosse sotto assedio, chi la vive in modo tradizionale, chi la reinventa ogni giorno senza chiamarla per forza così. Biagio, con la sua frase, non sta dicendo che la famiglia non esiste più. Sta dicendo che forse non basta più una sola parola per raccontare tutti i modi in cui le persone si tengono insieme.
E in mezzo a tutto questo arriva You&Me, il nuovo singolo uscito ad aprile 2026, che anticipa un nuovo album previsto nel corso dell’anno ed entrerà anche nella scaletta del tour Unplugged 2026. Il brano nasce da un bisogno di leggerezza, non di allegria forzata. E questa distinzione è bella. Perché la leggerezza non è fare finta che vada tutto bene. È provare a respirare, anche quando la vita intorno non è proprio una passeggiata.
Biagio guarda il presente e lo trova complicato. Dice di sentirsi fortunato, ma vede tante persone del ceto medio fare fatica. Vede amici che quasi si pentono di aver messo in piedi un nucleo, perché oggi mantenere relazioni, figli, casa, equilibrio e serenità sembra un’impresa sociale, economica e sentimentale insieme. E poi ci sono i social, le tentazioni, Tinder, il confronto continuo, quella sensazione di essere fuori moda se provi a costruire qualcosa che duri.
Forse è per questo che il suo discorso suona meno “da intervista promozionale” e più da uomo che, arrivato a una certa età, si guarda attorno e dice: ragazzi, non è semplice per nessuno. Nemmeno per chi sembra avere tutto sotto controllo.
Tra le curiosità più belle dell’intervista c’è anche quella su Iris, una delle sue canzoni più amate. Biagio racconta che all’inizio si chiamava Sara: nasceva dalle lettere di una fan che usava un pennarellone blu per farsi notare. Poi il titolo cambiò, anche perché c’era già la Sara di Antonello Venditti. Un amico suggerì vari nomi di fiori, tra cui Iris, che era anche il nome di sua madre. E così una canzone nata da una fan diventò uno dei brani più riconoscibili della sua carriera.
C’è qualcosa di molto “Biagio” in questa storia. Una fan, una lettera, un pennarello blu, un nome cambiato, una madre che entra nel titolo quasi per caso. Non il grande piano industriale della hit, ma una somma di dettagli umani. Di quelli che poi restano.
E poi c’è Liberatemi, altro passaggio fondamentale. Antonacci la definisce la sua ultima chance: era al terzo disco e pensava che, se fosse andata male, sarebbe tornato a fare il geometra. Oggi sembra quasi impossibile immaginare Biagio Antonacci fuori dalla musica, con una carriera alternativa, una scrivania e i progetti da sistemare. Però quel rischio c’era. E forse proprio perché c’era, Liberatemi ha avuto quella forza. Era una canzone nata da qualcuno che non stava giocando. Stava provando a restare dentro il proprio sogno.
Il futuro, invece, potrebbe sorprendere. Biagio ha annunciato che nel 2026 uscirà quello che considera l’ultimo disco pop della sua vita. Dopo, gli piacerebbe andare verso una dimensione più minimale, voce e chitarra, oppure verso l’elettronica più spinta. Due strade diversissime, e proprio per questo curiose. Da una parte l’essenziale. Dall’altra l’opposto: suoni più estremi, magari meno prevedibili.
Su Sanremo, invece, resta quel corteggiamento a distanza. Dice che da qualche anno, alla prima puntata, pensa: “Sarei dovuto andare questa volta”. Poi, alla fine, si dice che forse è andata meglio così. Una frase molto umana, quasi da spettatore più che da artista. Perché Sanremo, per uno come lui, sarebbe sempre un evento, ma anche una pressione enorme. E forse Biagio non ha più bisogno di dimostrare qualcosa. Può scegliere.
Alla fine questa intervista racconta un Antonacci molto più interessante del solito cliché del cantautore romantico. C’è l’uomo che parla di nuclei invece che di famiglia, il padre che ragiona sulla responsabilità, l’artista dislessico che non legge romanzi ma ascolta le persone, il musicista che guarda al futuro e vuole forse cambiare pelle. Non tutto deve convincerci per forza, ma tutto suona sincero.
E forse è proprio questa la cosa che colpisce: Biagio Antonacci non sembra voler fare il giovane a tutti i costi, né il maestro che dispensa verità. Sembra uno che, dopo tanti anni di canzoni, continua a guardare la vita con curiosità. E magari, invece di leggere un libro, preferisce sedersi accanto a qualcuno e ascoltare. Che a volte, diciamolo, è molto più difficile.
Secondo te Biagio Antonacci ha ragione quando dice che “nucleo” racconta meglio della parola “famiglia” il mondo di oggi? Scrivilo nei commenti.


