Andy Serkis ha dovuto spiegare perché nel cast annunciato di Il Signore degli Anelli: Caccia a Gollum compaiano soprattutto attori bianchi. Una polemica piuttosto surreale, visto che il film torna nella Terra di Mezzo immaginata da J.R.R. Tolkien, costruita attingendo in larga parte alla cultura inglese, alla letteratura medievale e alla mitologia dell’Europa settentrionale.
Serkis, che dirigerà il film e tornerà a interpretare Gollum, ha risposto senza alzare i toni. Ha riconosciuto che la saga è stata criticata in passato per la scarsa varietà del cast, ma ha aggiunto che non sceglierà gli interpreti soltanto per poter mostrare di aver rispettato una quota. La rappresentazione, secondo lui, deve avere un senso all’interno della storia e dei personaggi. Una posizione normale, diventata però materia da interrogatorio.
Caccia a Gollum uscirà il 17 dicembre 2027 e sarà ambientato tra gli avvenimenti raccontati ne Lo Hobbit e quelli della trilogia de Il Signore degli Anelli. La storia dovrebbe seguire la ricerca di Gollum, ordinata da Gandalf nel tentativo di scoprire che cosa sappia l’ex Hobbit sull’Unico Anello e impedire che cada nelle mani di Sauron.
Il cast annunciato comprende Andy Serkis, Ian McKellen, Elijah Wood, Lee Pace, Jamie Dornan, Kate Winslet, Anya Taylor-Joy e Leo Woodall. La produzione non ha ancora presentato ogni personaggio e quindi parlare già di un film composto esclusivamente da attori bianchi significa giudicare un cast ancora incompleto. Nonostante questo, qualcuno ha deciso che il vero problema del progetto non sia la qualità della sceneggiatura, ma il colore della pelle degli interpreti conosciuti finora.
Sarebbe utile ricordare un dettaglio piuttosto semplice: non tutte le storie devono rappresentare automaticamente ogni gruppo umano esistente. Un film ambientato nel Giappone feudale avrà soprattutto attori giapponesi. Un racconto dedicato a un villaggio africano avrà con ogni probabilità un cast composto in prevalenza da interpreti africani. Nessuno dovrebbe considerarlo sospetto. La stessa logica può valere per un mondo fantastico nato da riferimenti culturali europei.
La Contea, in particolare, è una versione idealizzata della campagna inglese. Gli Hobbit vivono in un territorio isolato, coltivano la terra, frequentano sempre le stesse locande e guardano con diffidenza persino chi arriva dal paese vicino. Non abitano in una moderna capitale attraversata da persone provenienti da ogni continente. Vivono in una comunità chiusa, tradizionale e poco interessata a ciò che accade oltre i propri confini.
Serkis ha ricordato proprio questo aspetto, spiegando che l’influenza della mitologia norrena e delle tradizioni europee è evidente nell’opera di Tolkien. Ha anche osservato che la Contea appare molto bianca e che il nuovo film terrà conto delle critiche alla saga soltanto nei punti in cui sarà coerente farlo.
Non c’è nulla di scandaloso. Tolkien era un filologo inglese, studiava l’inglese antico e le lingue germaniche e costruì molte parti della Terra di Mezzo partendo dai miti che conosceva meglio. I nomi dei Nani derivano dalla tradizione norrena. Gli Hobbit ricordano la provincia britannica. Rohan richiama popolazioni e immagini dell’Europa medievale. Gondor ha influenze più ampie, ma resta inserita nello stesso immaginario.
Rispettare queste radici non significa sostenere che il fantasy debba avere sempre protagonisti bianchi. Significa riconoscere che ogni universo narrativo possiede una propria geografia, una storia e popolazioni differenti. La Terra di Mezzo comprende anche Harad, Rhûn e regioni lontane dalle aree mostrate nei film di Peter Jackson. Raccontare quelle terre con interpreti provenienti da altre culture sarebbe del tutto naturale.
Molto meno naturale sarebbe cambiare l’aspetto di personaggi già conosciuti o distribuire comparse con il bilancino soltanto per evitare accuse sui social. Ian McKellen torna perché è Gandalf nella stessa continuità cinematografica. Elijah Wood torna perché interpreta Frodo. Lee Pace riprende il ruolo di Thranduil. La loro presenza non è il risultato di una misteriosa discriminazione, ma della volontà di collegare il nuovo film alle due trilogie precedenti.
Jamie Dornan dovrebbe invece interpretare una versione più giovane di Aragorn, prendendo il posto di Viggo Mortensen. Anche in questo caso la sostituzione nasce da una necessità narrativa: la vicenda si svolge anni prima del viaggio della Compagnia dell’Anello. Pretendere che la produzione cambi ulteriormente il personaggio per dimostrare apertura non renderebbe il film più inclusivo. Lo renderebbe soltanto meno coerente con quanto visto in precedenza.
Una vera apertura non consiste nel ridipingere opere europee già famose e aspettarsi applausi. Hollywood potrebbe investire molto di più nelle mitologie africane, nelle leggende asiatiche, nei racconti delle popolazioni native americane o nelle grandi epopee del Medio Oriente. Esistono migliaia di storie che meriterebbero produzioni importanti, autori preparati e cast legati alle culture raccontate.
Quella sarebbe una scelta coraggiosa. Inserire un personaggio senza alcuna ragione in un villaggio della Contea è invece la soluzione più facile: non richiede nuove idee, non comporta rischi e permette agli studios di presentarsi come virtuosi senza creare nulla di originale.
La polemica ricorda quanto accaduto con Gli Anelli del Potere. Alcuni spettatori rivolsero insulti inaccettabili agli attori della serie e quelle reazioni andavano condannate. Il problema è che da allora qualsiasi osservazione sul rispetto dell’opera di Tolkien viene spesso liquidata come ostilità verso la diversità. Le due cose, però, non coincidono.
Si può difendere ogni interprete dagli attacchi personali e, nello stesso tempo, sostenere che un adattamento debba rispettare la logica interna del mondo che racconta. Non c’è alcuna contraddizione. Un attore non deve subire insulti per il proprio aspetto, ma una produzione non dovrebbe neppure essere costretta a trasformare ogni casting in una dichiarazione politica.
La domanda importante su Caccia a Gollum dovrebbe essere un’altra: esiste abbastanza materiale per costruire un buon film? Tolkien dedica alla ricerca di Gollum poche pagine e alcuni riferimenti sparsi. Serkis dovrà quindi ampliare la vicenda senza farla sembrare un’appendice allungata per sfruttare ancora una volta il successo della saga. Anche una parte della critica si è chiesta se il progetto sia necessario, indipendentemente dagli attori scelti.
Potremmo discutere del nuovo Aragorn, del ritorno di Gandalf, della possibilità che Frodo compaia soltanto in una cornice narrativa o della capacità di Serkis di dirigere un film così impegnativo. Potremmo domandarci se Warner Bros. stia tornando nella Terra di Mezzo perché possiede una storia forte oppure perché il marchio continua a garantire incassi.
Invece siamo arrivati al punto in cui il regista deve spiegare perché la Contea somigli alla Contea.
È normale che molti personaggi di Caccia a Gollum siano bianchi, perché appartengono a un mondo ispirato all’Europa settentrionale e, in diversi casi, sono gli stessi personaggi già interpretati dagli stessi attori. Non serve inventare un’accusa per ogni film. Servono buone storie, personaggi credibili e rispetto per l’universo narrativo scelto.
Secondo voi Andy Serkis ha fatto bene a difendere la coerenza del casting oppure queste polemiche accompagneranno ormai ogni nuovo film fantasy? Scrivete la vostra opinione nei commenti.

