Can Yaman ha confermato che Sandokan 2 ci sarà, ma non ha nascosto un certo fastidio per i tempi della televisione italiana. L’attore turco, ormai legatissimo al ruolo della Tigre della Malesia, ha parlato della seconda stagione e ha lanciato una frecciata abbastanza chiara al sistema produttivo del nostro Paese: secondo lui, in Italia tutto procede con troppa lentezza rispetto alla Turchia.
La frase che ha acceso la discussione è netta: “In Italia le cose sono lente”. Poi Can ha aggiunto che da noi bisogna aspettare anche due anni per ogni progetto, mentre in Turchia i ritmi sono completamente diversi. La sua, ha precisato, “non è una critica, solo un’osservazione”. Però l’osservazione fa rumore lo stesso.
Anche perché arriva da un attore che in Italia ha costruito una parte enorme della sua popolarità recente, tra Viola come il mare, apparizioni televisive e soprattutto Sandokan, produzione ambiziosa che gli ha chiesto anni di preparazione fisica, linguistica e professionale.
Can Yaman e l’attesa per Sandokan 2
Sandokan 2 è uno dei progetti più attesi dai fan di Can Yaman. La prima stagione ha riportato in TV un personaggio leggendario, nato dalla penna di Emilio Salgari e rimasto nell’immaginario italiano anche grazie alla storica interpretazione di Kabir Bedi negli anni Settanta.
Per Yaman, però, Sandokan non è stato un ruolo qualsiasi. Già in passato lo aveva definito “il ruolo della mia vita”, spiegando di aver vissuto la preparazione quasi come una prova estrema. Allenamenti, perdita di peso, lavoro sulle lingue, coreografie, cavallo, fisicità da pirata, costruzione del personaggio. Non il classico impegno da fiction girata in scioltezza.
Per questo l’attesa della seconda stagione pesa ancora di più. Can ha detto: “Ci sarà, ma ci vuole tempo”. Una frase che rassicura i fan, ma allo stesso tempo conferma che non siamo davanti a un ritorno immediato.
Ai Nastri d’Argento Grandi Serie aveva già spiegato che probabilmente bisognerà aspettare almeno un anno, parlando di decisioni produttive prese “ai piani alti”. In altre parole: lui è disponibile, il progetto esiste, ma la macchina non corre alla velocità che vorrebbe.
La frase più discussa: Italia lenta, Turchia velocissima
Il passaggio più forte dell’intervista riguarda il confronto con la Turchia. Can ha raccontato che lì i ritmi sono molto più serrati: si possono girare 150 minuti di episodio in sei giorni e una stagione può arrivare anche a 50 puntate.
Poi ha sintetizzato il concetto con una frase destinata a far discutere: “Quello che fate in sei anni, noi in Turchia lo facciamo in quattro mesi”.
Detta così, suona come una stoccata durissima. Bisogna però distinguere due piani.
Da un lato, Can ha ragione su un fatto concreto: le produzioni italiane spesso hanno tempi lunghi, passaggi decisionali complicati, attese tra una stagione e l’altra, verifiche sugli ascolti, budget da confermare e cast da rimettere insieme. Per un attore, soprattutto se molto richiesto, questa lentezza può diventare un problema reale.
Dall’altro lato, il paragone con la Turchia è delicato. Produrre tantissimi minuti in pochissimo tempo non significa automaticamente produrre meglio. Anzi, spesso quei ritmi comportano set massacranti, poco spazio per rifinire, grande pressione su attori e troupe. Lo stesso Can, in passato, aveva raccontato che in Turchia si può lavorare anche per molte ore consecutive, con un sistema molto più duro e competitivo.
Quindi sì, la Turchia corre. Ma non sempre correre vuol dire arrivare meglio.
Perché Can vorrebbe girare più stagioni insieme
Il ragionamento di Yaman diventa più convincente quando parla del lavoro fisico necessario per Sandokan. L’attore ha spiegato che avrebbe preferito “girare tre stagioni di fila di Sandokan”. Non per capriccio, ma per una ragione pratica.
Un ruolo come quello richiede un corpo preciso, una preparazione atletica costante, coordinamento con stunt e coreografie, allenamenti e continuità. Can ha detto che “mantenere una preparazione” del genere per tanti anni è complicato. Ha anche ricordato che il tempo passa per tutti e che Sandokan richiede una certa fisicità.
Il discorso, visto da questa prospettiva, ha senso. Se una serie d’avventura viene spezzata in pause lunghissime, ogni nuova stagione obbliga a ricominciare quasi da zero. Attori, regia, stunt, trucco, costumi, tono, allenamento. Tutto va riallineato.
Can sottolinea anche un altro problema: le produzioni danno spesso per scontato che gli attori restino liberi. Poi, se nel frattempo accettano altri progetti, scatta lo stupore. In realtà, un interprete non può congelare anni di carriera aspettando che una serie riparta.
Il precedente Viola come il mare
Il riferimento più evidente è Viola come il mare. Can Yaman ha lasciato la serie e, quando è stato annunciato un nuovo capitolo, lui era già passato oltre. La sua lettura è abbastanza chiara: se i progetti si fermano troppo a lungo, un attore continua a lavorare.
Con Sandokan, però, il discorso cambia. Can ha detto: “È un progetto eccezionale da cui non te ne andresti mai”. Ha anche ricordato di essere rimasto legato alla serie persino nei momenti iniziali in cui non si riusciva ancora a girare.
Il punto, per lui, è la sostenibilità. Una dedizione assoluta può esserci, ma non per ogni lavoro. La frase è chiara: “non è possibile concedersi in modo assoluto per ogni lavoro”.
E in fondo è una verità abbastanza semplice. Un attore può sacrificarsi per il progetto della vita, ma non può vivere ogni produzione come se fosse una missione senza calendario.
Can vuole cambiare registro con la commedia
Nel frattempo, Yaman non resta fermo ad aspettare. Ha parlato anche di Bro, nuova serie comedy con Giovanni Nasta, nata da una sua idea. E ha spiegato di voler sperimentare qualcosa di diverso dopo anni da eroe romantico e personaggio fisico.
Ha detto di non essere stufo del ruolo da sex symbol, però “dovevo staccare un po’”. Ha citato Matthew McConaughey come modello di trasformazione professionale e ha spiegato di volersi mettere alla prova con la commedia.
Il personaggio che interpreterà sarà un avvocato brillante sul lavoro, ma impacciato nella vita privata e nei rapporti con le donne. Can lo ha descritto come lontano dalla sua immagine abituale, aggiungendo di voler sorprendere il pubblico e allargare il suo percorso da attore.
Questa parte dell’intervista è importante perché mostra una cosa: Sandokan resta il progetto simbolo, ma Can non vuole restare bloccato lì. Vuole cambiare tono, genere, maschera.
Una critica giusta o una frase troppo dura?
La polemica nasce da questo equilibrio strano. Can Yaman critica i tempi italiani, ma lo fa partendo da un’esperienza personale comprensibile. Ha atteso anni per Sandokan, si è preparato a lungo, ha vissuto slittamenti, pause, rinvii, decisioni lente. Dal suo punto di vista, il sistema italiano può sembrare esasperante.
Allo stesso tempo, la frase sui “sei anni” contro “quattro mesi” rischia di semplificare troppo. La quantità non è qualità. Una serie girata velocemente non è per forza più efficace. Il modello turco ha prodotto successi internazionali, certo, ma anche un’industria con ritmi durissimi e standard molto diversi da quelli europei.
La verità sta probabilmente nel mezzo. L’Italia potrebbe essere più rapida, meno burocratica, più capace di programmare più stagioni quando un progetto nasce già con ambizioni grandi. La Turchia, però, non dovrebbe essere presa come esempio perfetto solo perché corre di più.
Sandokan, per ambizione visiva, fisicità e costruzione, ha bisogno di tempo. Il problema è capire quanto tempo sia necessario e quanto, invece, venga perso nei passaggi decisionali.
Sandokan 2 resta il progetto che Can non vuole lasciare
Al netto della polemica, la notizia più importante per i fan è una: Can Yaman non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare Sandokan. Ha criticato la lentezza del sistema, ha fatto paragoni duri, ha difeso il suo bisogno di lavorare anche su altro. Però ha ribadito che Sandokan è diverso.
Per lui non è una fiction qualsiasi. È il progetto che lo ha portato a cambiare Paese, lingua, preparazione, immagine. È il ruolo per cui ha aspettato anni e per cui ha accettato una trasformazione importante.
Adesso resta da capire quando la seconda stagione entrerà davvero nella fase decisiva e come la produzione gestirà cast, tempi, budget e aspettative.
Can, intanto, ha fatto quello che spesso gli riesce bene: ha acceso la conversazione. Con una frase poco diplomatica, forse un po’ scomoda, ma non priva di verità.
Tu cosa ne pensi? Can Yaman ha ragione sui tempi troppo lenti della tv italiana o il paragone con la Turchia è troppo forzato? Scrivilo nei commenti.


