Il Festival di Cannes 2026 parte con una selezione molto forte e, almeno sulla carta, meno “da tappeto rosso hollywoodiano” del solito. I grandi blockbuster americani sono quasi assenti, mentre la competizione punta su nomi enormi del cinema d’autore: Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, James Gray, Hirokazu Kore-eda, Ryusuke Hamaguchi, Cristian Mungiu, László Nemes, Paweł Pawlikowski e Andreï Zvyagintsev. In gara ci sono 22 film per la Palma d’Oro, mentre il festival si apre fuori concorso con The Electric Kiss di Pierre Salvadori.
La sensazione è chiara: Cannes 2026 non vuole rincorrere il rumore facile dei franchise. Vuole tornare a fare Cannes. Quindi film internazionali, registi ingombranti, storie difficili, qualche titolo più pop nelle sezioni parallele e quella solita atmosfera da “qui può nascere il film dell’anno oppure una discussione infinita al bar del cinema”. Che poi, diciamolo, è anche il bello della Croisette.
Ecco i titoli più interessanti da seguire.
Amarga Navidad di Pedro Almodóvar
Pedro Almodóvar in concorso a Cannes è già una notizia. Amarga Navidad è uno dei titoli più attesi della selezione ufficiale, non solo per il nome del regista, ma perché ogni suo nuovo film arriva con una domanda precisa: sarà il grande Almodóvar melodrammatico, quello più intimo, quello più ironico o quello che ti distrugge con una frase detta in cucina?
Il titolo, “Natale amaro”, promette già una tensione familiare e sentimentale abbastanza chiara. Con Almodóvar, però, il rischio è sempre fermarsi alla superficie: colori, donne, dolore, desiderio. In realtà, nei suoi film migliori, dietro l’eleganza visiva c’è sempre qualcosa di molto concreto: corpi che cambiano, famiglie che non funzionano, madri imperfette, amori che sembrano salvezze e poi diventano ferite. Se Amarga Navidad torna su quel terreno, può diventare uno dei film più discussi del festival. Il film è tra i 22 titoli in concorso ufficiale.
Parallel Tales di Asghar Farhadi
Asghar Farhadi è uno di quei registi che sanno trasformare una scelta apparentemente piccola in una valanga morale. Parallel Tales entra in concorso con un titolo che lascia immaginare storie incrociate, verità incomplete e personaggi costretti a pagare il prezzo di ciò che non hanno detto.
Farhadi lavora spesso così: prende una situazione quotidiana, la stringe piano piano, e a un certo punto ti accorgi che nessuno è davvero innocente. Non perché siano tutti cattivi, ma perché sono umani, fragili, contraddittori. A Cannes un suo film può sempre spaccare la critica: c’è chi amerà la precisione della scrittura e chi magari dirà che conosce già la sua formula. Ma proprio per questo Parallel Tales è un titolo da seguire. Quando Farhadi è in forma, ti mette davanti a un dilemma e ti lascia lì, senza offrirti una via comoda.
Paper Tiger di James Gray
Paper Tiger di James Gray è uno dei titoli americani in concorso e, in un’edizione con poca Hollywood, il suo peso aumenta. Gray è un regista che non urla mai, ma costruisce film pieni di malinconia, famiglia, ambizione e fallimenti personali. Non sarà il nome più rumoroso del festival, però è uno di quelli che possono sorprendere quando il film trova la temperatura giusta.
Il titolo è già interessante: una “tigre di carta” è qualcosa che sembra minaccioso ma forse è più fragile di quanto appaia. Con Gray, questo tipo di immagine può diventare racconto sociale, dramma familiare o ritratto di un personaggio che ha costruito una maschera troppo grande. In un Cannes meno dominato dagli studios, Paper Tiger potrebbe essere il film americano più osservato della competizione. Reuters segnala James Gray tra i nomi forti di questa edizione.
All of a Sudden di Ryusuke Hamaguchi
Ryusuke Hamaguchi è uno dei registi più amati dal pubblico cinefilo degli ultimi anni, e All of a Sudden arriva a Cannes con parecchia curiosità addosso. Il suo cinema ha una cosa rara: sembra semplice mentre ti sta spostando sotto i piedi il pavimento.
Hamaguchi ama i dialoghi lunghi, le relazioni che cambiano in modo quasi impercettibile, le confessioni che arrivano quando meno te le aspetti. Non è cinema da chi vuole una scena madre ogni cinque minuti. È più un lavoro di pressione, di ascolto, di piccoli cedimenti. Il titolo, “All of a Sudden”, fa pensare a qualcosa che rompe un equilibrio: un evento, una frase, un ritorno, una scoperta. E con Hamaguchi basta poco per trasformare una conversazione in una specie di terremoto emotivo.
Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda
Ogni nuovo film di Hirokazu Kore-eda merita attenzione, perché il regista giapponese ha una capacità quasi unica di raccontare famiglie, bambini, legami storti e affetti non detti senza ricattare lo spettatore. Sheep in the Box è uno dei titoli più curiosi della competizione, anche solo per il titolo, che sembra una piccola immagine assurda e tenera allo stesso tempo.
Kore-eda non ha bisogno di grandi gesti. I suoi film spesso funzionano con sguardi, silenzi, case vissute, pasti condivisi e bugie dette per proteggere qualcuno. Se Sheep in the Box resta dentro quel mondo, potrebbe essere uno dei titoli più delicati del festival. Ma attenzione: “delicato” non significa leggero. Nei suoi film, a volte, il dolore arriva senza fare rumore. E proprio per questo resta.
Hope di Na Hong-jin
Hope di Na Hong-jin è uno dei film che potrebbero portare a Cannes una scossa più cupa e fisica. Il regista sudcoreano ha già dimostrato di saper lavorare benissimo con tensione, violenza, mistero e atmosfere malate. Qui il titolo sembra quasi una provocazione: chiamare “Speranza” un film di Na Hong-jin mette già un po’ d’ansia, diciamolo.
Il cinema coreano ha spesso una forza particolare quando mescola genere e discorso sociale. Non si limita a spaventare o intrattenere: usa thriller, horror e noir per parlare di colpa, potere, disperazione, comunità che crollano. Se Hope va in quella direzione, può diventare uno dei film più forti della selezione. Magari non il più “facile”, ma sicuramente uno di quelli capaci di far parlare.
Fjord di Cristian Mungiu
Cristian Mungiu torna in concorso con Fjord, e già questo basta per drizzare le antenne. Il regista rumeno ha una precisione chirurgica nel raccontare persone incastrate dentro sistemi, famiglie, istituzioni, regole non scritte e scelte impossibili.
Il titolo porta in mente un paesaggio freddo, chiuso, quasi tagliato nella roccia. Non sappiamo ancora quanto questa immagine sarà centrale nel film, ma con Mungiu l’ambiente non è mai solo decorazione. Diventa pressione. Diventa morale. Diventa un modo per mettere i personaggi davanti a quello che non vogliono vedere. In una competizione piena di autori pesanti, Fjord potrebbe essere uno dei film più rigorosi, e magari anche uno dei più duri.
Moulin di László Nemes
László Nemes è un regista che non lascia mai troppo comodo lo spettatore. Con Moulin torna in concorso e porta con sé l’aspettativa di un cinema fisico, immersivo, teso, costruito per farti stare dentro una situazione più che per fartela osservare da lontano.
Dopo Il figlio di Saul, il suo nome è legato a un’idea di cinema che non concede tregua. Moulin potrebbe essere uno dei titoli più impegnativi del festival, ma anche uno di quelli con maggiore forza formale. Cannes ama i film che dividono, e Nemes è perfetto per quel tipo di conversazione: c’è chi uscirà esaltato, chi distrutto, chi irritato. In ogni caso, difficilmente passerà inosservato.
Fatherland di Paweł Pawlikowski
Fatherland di Paweł Pawlikowski è un altro titolo da segnare subito. Il regista polacco ha uno stile molto riconoscibile: immagini controllate, emozioni trattenute, personaggi che sembrano sempre abitare un passato che non li lascia andare.
Il titolo parla di patria, identità, radici. Temi enormi, forse perfino pericolosi se trattati male. Ma Pawlikowski ha spesso saputo raccontare la storia attraverso destini personali, senza trasformare i film in lezioni scolastiche. Fatherland potrebbe essere un’opera politica, intima, familiare o tutte e tre le cose insieme. Cannes, quando trova un film così, tende ad ascoltarlo con molta attenzione.
Minotaur di Andreï Zvyagintsev
Minotaur di Andreï Zvyagintsev ha un titolo che sembra già una prigione. Il Minotauro richiama mito, labirinto, violenza, colpa, sacrificio. Materiale perfetto per un regista che ha spesso raccontato il peso delle famiglie, dello Stato, della fede e delle strutture che schiacciano l’individuo.
Zvyagintsev non fa cinema comodo. Anche quando racconta una storia personale, lo sguardo sembra allargarsi verso qualcosa di più grande e più oscuro. Minotaur potrebbe essere uno dei film più severi della competizione, ma anche uno dei più importanti se riuscirà a unire forza simbolica e racconto umano. Il titolo è già una promessa: qualcuno entrerà in un labirinto, e non è detto che ne uscirà.
The Man I Love di Ira Sachs
The Man I Love di Ira Sachs porta in concorso un cinema probabilmente più intimo, legato ai rapporti, al desiderio, alla fragilità dei legami. È uno dei due titoli americani in gara segnalati dalle cronache internazionali, insieme a Paper Tiger.
Sachs è un regista che lavora bene sui sentimenti quando evita l’enfasi e resta vicino alle persone. Il titolo è diretto, quasi classico: “l’uomo che amo”. Potrebbe sembrare semplice, ma spesso le storie d’amore più difficili sono proprio quelle che partono da una frase così netta. A Cannes potrebbe essere il film capace di dividere meno sul piano formale, ma di colpire chi cerca un racconto emotivo più vicino alla pelle.
Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun
Fuori dalla competizione principale, in Un Certain Regard, c’è un titolo che sembra nato per incuriosire subito: Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun. È il film d’apertura della sezione, e già il titolo sembra un piccolo manifesto: adolescenza, sesso, morte, campeggio, miasma. Praticamente il menu completo per chi ama il cinema strano, inquieto e un po’ sporco.
Schoenbrun ha dimostrato di saper raccontare identità, disagio e cultura pop con uno sguardo molto personale. Qui il rischio è alto, ma anche l’interesse. Un Certain Regard spesso ospita film meno “istituzionali” rispetto alla competizione, e questo potrebbe essere uno dei titoli più discussi da chi cerca qualcosa di meno prevedibile.
Her Private Hell di Nicolas Winding Refn
Her Private Hell di Nicolas Winding Refn è fuori concorso, ma il nome basta a creare curiosità. Refn è uno di quei registi che non conoscono mezze misure: o ti ipnotizza o ti fa venire voglia di discutere per due ore all’uscita dalla sala. A volte entrambe le cose.
Il titolo promette un inferno privato, quindi qualcosa di molto stilizzato, psicologico, forse violento, sicuramente non rassicurante. Fuori concorso significa che non correrà per la Palma d’Oro, ma può comunque diventare uno dei film di cui si parlerà di più. Refn sa costruire immagini che restano, anche quando la storia divide. E Cannes, certe provocazioni, le ama ancora.
John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh
Tra le proiezioni speciali spicca John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh. Il titolo è già potentissimo, perché tocca una figura che continua a vivere nell’immaginario pop mondiale. Soderbergh, poi, è un regista imprevedibile: può passare dal cinema più elegante a esperimenti piccoli, asciutti, quasi laterali.
Un progetto su Lennon rischia sempre la trappola della santificazione. Ma Soderbergh potrebbe scegliere una strada più secca, più concreta, meno da poster da cameretta. Se il film userà l’ultima intervista come punto d’ingresso per parlare di immagine pubblica, morte, memoria e costruzione del mito, allora può diventare uno degli appuntamenti più interessanti fuori concorso. Il titolo compare tra le Special Screenings della selezione ufficiale.
Cannes 2026, quindi, sembra un festival meno muscolare sul piano hollywoodiano ma molto ricco per chi ama il cinema d’autore. Non ci sono i soliti titoloni da franchise, ma c’è una concentrazione notevole di registi capaci di dividere, emozionare, irritare e magari sorprendere. E alla fine Cannes serve anche a questo: non a dirci cosa dobbiamo vedere, ma a creare la lista dei film su cui litigheremo nei prossimi mesi.
Tu quale film di Cannes 2026 aspetti di più: il nuovo Almodóvar, Farhadi, Hamaguchi, Kore-eda o qualche titolo più folle fuori concorso? Scrivilo nei commenti.


