La Palma d’Oro 2026 è andata a Fjord di Cristian Mungiu, e la scelta della giuria di Cannes ha già tutto per dividere il pubblico. Da una parte c’è il ritorno di un autore amatissimo dal festival, già vincitore nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Dall’altra c’è un film che, almeno da quello che sappiamo, sembra infilarsi con precisione chirurgica nel territorio più premiato dal cinema festivaliero di oggi: immigrazione, inclusione, tolleranza, fondamentalismi, società occidentali giudicanti e famiglie messe sotto accusa. Insomma, chi lo chiamerà “film woke” avrà qualche appiglio. E non piccolo.
La storia di Fjord ruota attorno a una coppia di immigrati romeni in Norvegia, interpretata da Sebastian Stan e Renate Reinsve, che finisce sotto osservazione per il modo in cui cresce i propri figli. Già la premessa dice molto. Non siamo davanti a una semplice storia familiare, ma a un film che usa la famiglia come campo di battaglia culturale: da una parte chi arriva da un contesto diverso, dall’altra una società che osserva, giudica, interviene, decide cosa sia accettabile e cosa no.
Il tema è forte, per carità. Ma è anche uno di quei temi che a Cannes arrivano con il tappeto rosso già steso.
Mungiu, nel suo discorso di ringraziamento, ha parlato di società frammentate e radicalizzate. Ha definito il film un impegno contro ogni forma di fondamentalismo e ha invocato parole come tolleranza, inclusione ed empatia. Tutte parole nobili. Nessuno sano di mente può essere “contro” l’empatia, almeno in teoria. Il problema è che ormai il cinema da festival sembra spesso costruito proprio attorno a questo vocabolario: inclusione, diritti, identità, migrazione, discriminazione, marginalità, società chiuse, Occidente colpevole. Temi importanti, certo. Ma quando diventano la scorciatoia più sicura per vincere premi, qualche domanda bisogna farsela.
E allora diciamolo senza girarci troppo intorno: Fjord è un film ideologico? Probabilmente sì, almeno nelle premesse e nella cornice culturale in cui viene raccontato. Non per forza nel senso di propaganda rozza, perché Mungiu è un regista troppo intelligente per fare cinema da volantino. Però è evidente che il film parla la lingua del cinema europeo progressista contemporaneo. Quella lingua che ama raccontare l’Occidente come spazio di controllo, paura, sospetto e rigidità morale, mentre i personaggi “altri” diventano spesso strumenti per mettere sotto processo la società che li ospita.
Poi, attenzione: magari Fjord sarà un capolavoro. Mungiu sa lavorare sulle zone grigie, sui dilemmi morali, sulle situazioni in cui nessuno ha completamente ragione e nessuno ha completamente torto. Se il film riesce a evitare la lezione morale già pronta, allora la Palma d’Oro potrebbe essere meritata. Ma se invece finisce nel solito schema “famiglia immigrata complessa contro società occidentale fredda e giudicante”, allora saremo davanti all’ennesimo prodotto perfetto per Cannes: elegante, politico, corretto, doloroso quanto basta e comodissimo da applaudire in sala.
La serata di premiazione, del resto, ha confermato una direzione molto chiara. Non è stata solo la vittoria di un film. È stata una cerimonia piena di messaggi politici. Il Grand Prix è andato a Minotaur di Andrey Zvyagintsev, che dal palco si è rivolto direttamente a Vladimir Putin chiedendo la fine della carneficina. Il premio alla regia è stato assegnato ex aequo a Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra, con richiamo ai diritti LGBTQ+, e a Pawel Pawlikowski per Fatherland, che ha parlato dell’importanza della creatività umana contro l’algoritmo. Anche gli altri premi hanno continuato su questa linea: amore omosessuale al fronte, Francia di Vichy, piccoli tiranni, genocidi, diritti, guerra, Palestina, società in crisi.
Tutto legittimo. Il cinema non deve vivere in una bolla. Anzi, quando sa raccontare il presente può diventare potentissimo. Però Cannes sembra ormai premiare quasi sempre un certo tipo di presente. Un presente filtrato da una sensibilità precisa, molto riconoscibile, spesso progressista, spesso moralmente orientata. E quando una Palma d’Oro va a un film che tocca immigrazione, inclusione, fondamentalismo e società occidentali sotto accusa, è normale che una parte del pubblico dica: “Ecco, ci risiamo”.
La parola woke viene usata spesso male, buttata su tutto come il prezzemolo bruciato. Però in questo caso ha un senso nel dibattito. Se per “woke” intendiamo un’opera che mette al centro i temi identitari e sociali più cari alla cultura progressista contemporanea, allora Fjord sembra rientrare pienamente in quella zona. Non significa automaticamente che sia brutto. Non significa nemmeno che sia falso. Significa però che il suo premio conferma un orientamento. E chi segue Cannes lo vede da anni.
La domanda vera è un’altra: Cannes premia il miglior cinema o il cinema che dice le cose giuste nel modo giusto?
Perché c’è una differenza enorme. Un film può parlare di immigrazione, inclusione e tolleranza in modo potente, ambiguo, umano, doloroso. Oppure può usare quei temi come lasciapassare morale. Può scavare davvero nella complessità o può limitarsi a mostrare allo spettatore dove deve stare il bene e dove deve stare il male. Con Mungiu, ripeto, la speranza è la prima. Ma la cornice del premio lascia spazio al sospetto.
Anche il titolo vincitore sembra perfetto per il clima del 2026. Una famiglia straniera in un Paese del Nord Europa. Le istituzioni che osservano. Il tema dell’educazione dei figli. La tensione tra culture. Il rischio del fondamentalismo. L’appello all’empatia. Tutto molto Cannes. Tutto molto contemporaneo. Tutto molto in linea con il festival che vuole essere non solo vetrina di cinema, ma tribunale morale del mondo.
E qui il pubblico può reagire in due modi. Può dire: benissimo, il cinema deve parlare di questi problemi. Oppure può dire: basta, ogni grande premio sembra andare a film che ripetono lo stesso schema ideologico con facce diverse. Entrambe le reazioni sono comprensibili.
Il problema non è che Fjord parli di inclusione. Il problema è capire se avrà il coraggio di mettere in discussione anche l’inclusione quando diventa retorica. Non basta dire “tolleranza” perché un film sia profondo. Non basta dire “empatia” perché un’opera sia vera. E non basta mettere una famiglia immigrata sotto accusa per costruire automaticamente un grande dramma sociale.
Serve cinema. Serve ambiguità. Serve il rischio di far arrabbiare tutti, non solo quelli che il festival ama già mettere sotto processo.
La Palma d’Oro a Mungiu, quindi, può essere letta in due modi. Come il premio a un autore importante che torna con un film maturo e necessario. Oppure come l’ennesima conferma che Cannes ama sempre più il cinema politicamente riconoscibile, quello che entra in sala già con il cartellino dei temi giusti appeso al collo.
La verità la capiremo solo vedendo Fjord. Ma il dibattito è già partito, e forse è anche giusto così. Perché un festival che vuole parlare del mondo deve accettare che il mondo risponda. Anche quando la risposta non è quella educata da conferenza stampa.
E tu cosa ne pensi? Fjord ti sembra una Palma d’Oro meritata o l’ennesimo premio a un film ideologico e perfetto per l’epoca woke? Scrivilo nei commenti.


