C’è una cosa che accomuna tutti gli italiani, al di là della regione di provenienza, del ceto sociale e delle preferenze calcistiche: quando parte una canzone che conoscono a memoria, smettono immediatamente di fare quello che stavano facendo e cantano. Non importa dove si trovino, non importa se stonano, non importa se tre secondi prima stavano discutendo animatamente di qualcosa di importante. Parte la musica e tutto il resto può aspettare. Canzonissima ha costruito un intero programma su questo meccanismo, e funziona come un orologio svizzero ogni sabato sera.
Nella quinta puntata, condotta da Milly Carlucci con quella compostezza elegante che ti fa sentire in difetto se stai guardando in pigiama, ha vinto Leo Gassmann con Un senso di Vasco Rossi. Brano del 2004, tratto da Buoni o cattivi, scritto insieme a Saverio Grandi e Gaetano Curreri. Una di quelle canzoni che conosci anche se non sei un fan accanito di Vasco, perché in Italia esistono due categorie di persone: i fan accaniti di Vasco e quelli che conoscono comunque tutte le sue canzoni senza ammettere di esserlo.
Leo Gassmann, figlio d’arte con una voce che non ha bisogno di presentazioni
Parliamoci chiaro su Leo Gassmann, che è il tipo di artista su cui è facile avere pregiudizi e altrettanto facile ricredersi. Figlio di Alessandro Gassmann, nipote di Vittorio, cresciuto in una famiglia in cui il talento artistico circola nell’aria come il polline a primavera. Il rischio con i figli d’arte è sempre lo stesso: che il cognome apra le porte che il talento da solo faticherebbe ad aprire. Nel caso di Leo però il discorso si complica, perché la voce c’è, il carisma c’è, e portare in scena Un senso senza fare una brutta figura con Vasco Rossi in circolazione non è esattamente una passeggiata. L’ha fatto bene, il pubblico ha votato, e la puntata è sua. Meritato.
Elettra Lamborghini e Tanti auguri: il momento in cui il pubblico in studio ha smesso di stare composto
Poi c’è stata Elettra Lamborghini con Tanti auguri di Raffaella Carrà, pubblicata nel 1978, che è forse la canzone italiana con il rapporto più alto tra semplicità apparente e capacità di far perdere ogni inibizione al pubblico. Il testo celebra la libertà femminile con un’ironia che nel 1978 era rivoluzionaria e nel 2026 è semplicemente un classico. Il ritornello con “come è bello far l’amore da Trieste in giù” è entrato nell’immaginario collettivo italiano al punto che probabilmente lo conoscono anche quelli che non hanno mai sentito parlare di Raffaella Carrà, il che è un risultato che pochi artisti nella storia della musica possono vantare.
Elettra Lamborghini e Tanti auguri è un abbinamento che sulla carta sembra ovvio e sul palco funziona esattamente per questo motivo. Il pubblico in studio ha ballato, come previsto, come capita sempre con quella canzone, come capiterà probabilmente ancora per i prossimi cinquant’anni. Alcune cose sono immuni al tempo e questa è una di quelle.
Vittorio Grigolo con Perdere l’amore, ovvero come fare piangere la gente di sabato sera
Vittorio Grigolo ha scelto Perdere l’amore, il brano che Massimo Ranieri portò al successo vincendo Sanremo nel 1988, scritto nel 1985 da Marcello Marrocchi e Giampiero Artegiani. Una canzone costruita per fare quello che il suo titolo promette: farti sentire esattamente quella sensazione lì, anche se in quel momento della tua vita stai benissimo e non hai perso niente. È il potere della buona musica interpretata bene: crea nostalgia per cose che non hai vissuto. Grigolo ha la voce per farlo, e lo sa.
Riccardo Cocciante e Il cielo in una stanza: Gino Paoli, Mina e una stanza dal soffitto viola a Genova
Il momento forse più interessante della serata, però, almeno dal punto di vista della storia della musica italiana, è stato Riccardo Cocciante con Il cielo in una stanza. Brano scritto da Gino Paoli nel 1960, portato al successo da Mina, ispirato a un’esperienza personale di Paoli in una stanza dal soffitto viola a Genova. Una di quelle origini che vorresti conoscere meglio, perché dietro c’è una storia che vale quanto la canzone stessa. Cocciante che interpreta una canzone di Paoli resa celebre da Mina è il tipo di sovrapposizione di leggende viventi della musica italiana che in un altro paese genererebbe probabilmente un documentario Netflix. Qui è semplicemente sabato sera su Rai1, il che è sia umile sia magnifico allo stesso tempo.
Nelle puntate precedenti avevano vinto Il mio canto libero con Fabrizio Moro, La leva calcistica della classe ’68 con Arisa, Caruso con Grigolo e La notte ancora con Arisa, che a questo punto è la concorrente più vincente della stagione e probabilmente lo sa benissimo.
Il programma continua, i classici resistono e il pubblico canta. Come sempre, come ogni sabato, come da decenni. Alcune abitudini non si cambiano, e forse è giusto così.
Secondo te Leo Gassmann meritava di vincere, o avresti preferito un altro brano in cima?


