Sabato sera, mentre Carlo Conti passava il microfono a Stefano De Martino sul palco dell’Ariston, qualcosa si chiudeva definitivamente. Non solo una serata, non solo un’edizione: si chiudeva un capitolo importante della storia del Festival. Conti lascia Sanremo dopo due edizioni consecutive nel suo secondo mandato – 2025 e 2026 – e lo lascia in condizioni che pochi avrebbero immaginato quando aveva preso il timone dal fenomeno Amadeus. Sostituire il direttore artistico più di successo degli ultimi vent’anni era un compito che avrebbe spaventato chiunque. Conti non si è spaventato, e i numeri raccontano perché.
Partiamo dai dati, perché i dati non mentono mai.
Amadeus ha lasciato Sanremo dopo cinque edizioni consecutive – dal 2020 al 2024 – con una crescita costante che ha riscritto tutti i record moderni. L’apice è arrivato nel 2024: media di 11,42 milioni di spettatori con il 65,4% di share e una finale che aveva toccato 14,3 milioni con il 74,1%. Prima di lui, nessuno aveva avvicinato quei numeri dall’era pre-streaming. Cinque anni di crescita consecutiva, cinque edizioni dove ogni volta ci si chiedeva se potesse durare ancora e ogni volta la risposta era sì.
Poi è arrivato Carlo Conti, e molti si aspettavano un ridimensionamento fisiologico. Non è andata così.
Sanremo 2025, la sua prima edizione del ritorno, ha fatto registrare una media di 12,43 milioni di spettatori con il 66,7% di share. La finale aveva toccato 13,4 milioni con il 73,1%. Conti aveva battuto Amadeus in share medio. Una cosa che in molti avevano considerato semplicemente impossibile. Per capire cosa significhi quel 66,7%: dal 2000 al 2025, nessuno aveva fatto meglio. Nemmeno nei cinque anni di Amadeus.
Sanremo 2026 ha raccontato una storia diversa, ma non per colpe attribuibili al solo direttore artistico. La prima serata ha registrato 9,6 milioni con il 58% di share, circa 3 milioni in meno rispetto alla prima serata del 2025. Il calo ha accompagnato tutta la settimana: seconda serata a 9,5 milioni con il 59,5%, terza a 9,5 milioni con il 60,6%, serata cover a 10,7 milioni con il 65,6%. Numeri in calo rispetto all’anno prima, ma che restano comunque tra i migliori degli ultimi trent’anni – meglio di qualsiasi edizione di Amadeus prima del 2023.
Conti stesso, in conferenza stampa, ha inquadrato la situazione con la lucidità di chi conosce bene questo mestiere: “Non ho battuto me stesso ma ho lo stesso sorriso e la stessa serenità. È il quarto miglior risultato dal 1997 a oggi.”
Ha ragione. E bisogna contestualizzare quei numeri in modo onesto. Sanremo 2026 ha dovuto fare i conti con una serie di circostanze avverse che nessun direttore artistico avrebbe potuto controllare del tutto. Le prime due serate sono coincise con i playoff di Champions League che vedevano impegnate Inter e Juventus, sottraendo milioni di spettatori che quella sera avevano altro da vedere. Il Festival è stato spostato di una settimana rispetto al solito per via delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, alterando un rituale che il pubblico aveva interiorizzato in decenni. E l’effetto Tony Effe – il rapper più ascoltato del 2024 che a Sanremo 2025 aveva deluso clamorosamente – aveva tenuto lontano dall’Ariston diversi grandi nomi che avrebbero potuto attirare pubblico più giovane.
Conti ha gestito tutto questo con la competenza di chi sa che un Festival non è solo una settimana di televisione, ma un’operazione che si costruisce mesi prima e che dipende da variabili che sfuggono al controllo di chiunque.
Detto questo, esistono limiti di questa gestione che è giusto nominare, perché un’analisi onesta non può essere solo un elogio.
Il tema dell’autotune è rimasto irrisolto in entrambe le edizioni, ed è un limite che pesa. Sanremo si presenta come il festival della canzone italiana, il palco più importante per la musica del nostro Paese. Eppure ogni anno una parte significativa delle esibizioni arriva all’Ariston con voci così elaborate in postproduzione da rendere difficile capire cosa ci sia davvero sotto. L’Eurovision Song Contest ha risolto il problema in modo netto: vieta l’autotune nelle esibizioni dal vivo, obbligando gli artisti a dimostrare quello che sanno fare davvero. Sanremo non ha mai avuto il coraggio di fare lo stesso.
Va detto però che questo coraggio è difficile da trovare quando si deve fare i conti con le case discografiche. Le major decidono quali artisti mandare al Festival, costruiscono i brani nei mesi precedenti con produzioni che prevedono correzioni vocali massicce, e imporre un divieto sull’autotune significherebbe scontrarsi con un sistema industriale enorme e potente. Conti lo sa, ha scelto di non combattere questa battaglia. Si può discutere se abbia avuto torto o ragione, ma è difficile non capire la logica.
Quello che resta, al netto di tutto, è un bilancio complessivo che pochissimi direttori artistici nella storia del Festival possono vantare. Conti ha preso Sanremo dopo cinque edizioni di Amadeus che avevano riscritto tutti i record moderni, e invece di implodere sotto il peso del confronto ha tenuto il Festival ai vertici assoluti degli ascolti italiani. Nel 2025 ha addirittura superato Amadeus in share medio. Nel 2026 ha chiuso comunque con il quarto miglior risultato dal 1997, nonostante tutto quello che si è messo di traverso.
Ha portato ospiti internazionali di livello – da Alicia Keys in duetto con Eros Ramazzotti nel 2026 a Jovanotti nel 2025 – ha gestito polemiche difficili senza perdere il controllo della narrazione, ha incoronato vincitori che hanno fatto discutere il Paese.
Ora tocca a Stefano De Martino. E chiunque abbia capito cosa significhino i numeri di Carlo Conti sa che raccogliere questa eredità non sarà semplice. Non perché De Martino non sia all’altezza – i suoi risultati con “Affari Tuoi” dimostrano il contrario – ma perché Conti lascia un’asticella collocata molto, molto in alto.
Grazie, Carlo. L’Ariston ti ha reso giustizia.
Pensate che Stefano De Martino riuscirà a fare meglio di Conti? E quali errori di questa gestione vorreste che non si ripetessero nel 2027? Lasciate un commento qui sotto e diteci la vostra.


