Charles Bronson e James Coburn si erano già incontrati sullo schermo due volte prima del 1975, ne I magnifici sette e ne La grande fuga, entrambi diretti da John Sturges. Quando tornano a lavorare insieme in L’eroe della strada, il contesto è completamente diverso: niente più corali western o film di guerra, ma un dramma essenziale ambientato nella New Orleans della Grande Depressione, diretto per la prima volta da un giovane sceneggiatore diventato regista, Walter Hill.
Da sceneggiatore per gli altri a regista per sé stesso
Prima di passare alla regia, Hill si guadagna da vivere scrivendo sceneggiature per conto di altri autori: firma La morte arriva con la valigia bianca per Robert Culp, Il ladro che venne a pranzo per Bud Yorkin, L’agente speciale Mackintosh per John Huston e Detective Harper: acqua alla gola per Stuart Rosenberg. Il lavoro che gli apre davvero le porte del cinema che conta è però la sceneggiatura di Getaway!, tratto da un romanzo di Jim Thompson e diretto da Sam Peckinpah con Steve McQueen protagonista, un successo che gli permette di collaborare con un regista che considera uno dei propri maestri.
Lo stesso Hill ha raccontato quanto la sceneggiatura di Alexander Jacobs per Senza un attimo di tregua, diretto da John Boorman nel 1967, sia stata per lui una rivelazione capace di influenzare in profondità il suo modo asciutto di scrivere dialoghi. Un debito dichiarato apertamente dal regista, arrivato dopo anni passati a lavorare per il cinema altrui senza mai poter dirigere in prima persona.
Da The Streetfighter a L’eroe della strada
Il progetto nasce con un altro titolo, The Streetfighter, scritto originariamente da Bryan Gindoff e Bruce Henstell. Quando Hill mette mano alla sceneggiatura, la trasforma in modo sostanziale: sposta l’ambientazione al 1933, in piena Depressione, e la riduce all’osso, privilegiando le immagini rispetto ai dialoghi e contaminandola con elementi tipici del western. Il titolo viene poi cambiato per evitare confusione con un film giapponese uscito nello stesso periodo con lo stesso nome a livello internazionale, quello con Sonny Chiba protagonista.
Un altro dettaglio interessante riguarda la genesi del film. Hill aveva già pronta da tempo una sceneggiatura western intitolata Lloyd Williams and His Brother, che lo stesso Peckinpah avrebbe voluto dirigere subito dopo Getaway!, prima di scegliere invece di realizzare Pat Garrett e Billy the Kid. Rimasto con quel materiale inutilizzato, Hill decide di recuperarne diversi elementi e di inserirli nella sceneggiatura de L’eroe della strada.
Una storia di pugni ambientata come un western
La trama segue Chaney, un pugile ormai maturo che arriva a New Orleans deciso a sopravvivere partecipando a incontri clandestini di boxe a mani nude. Ad accoglierlo è Speed, un allibratore chiacchierone e sempre a corto di soldi, che intuisce subito il potenziale del nuovo arrivato. Nonostante il contesto sia quello della Depressione nel profondo sud americano, Hill costruisce la narrazione seguendo le regole del western classico: Chaney arriva in città come un viaggiatore solitario capitato per caso in un luogo sconosciuto, e se ne va allo stesso modo, senza che lo spettatore sappia cosa lo attenda dopo.
Per il ruolo di Speed, prima di scegliere Coburn, Hill aveva preso in considerazione anche Warren Oates e persino Mickey Rooney. Charles Bronson, che all’epoca delle riprese aveva già superato i cinquant’anni, interpreta un personaggio scritto originariamente per un attore più giovane: Hill risolve la questione con una sola battuta, quando un avversario prende in giro Chaney chiamandolo “nonno” poco prima di essere steso con un pugno.
Uno stile che rifiuta la spettacolarizzazione della violenza
Una delle scelte più originali del film riguarda il modo in cui vengono girate le scene di combattimento, prive di qualsiasi accompagnamento musicale: a scandire il ritmo degli scontri resta solo il rumore secco dei pugni, lontano dalle convenzioni del genere dell’epoca. Il combattimento finale richiede più di una settimana di riprese per via della complessità coreografica, girato in un magazzino sul lungofiume di New Orleans, in una delle zone più malfamate della città, con casse di ostriche in polistirolo usate per ricreare l’ambientazione di un magazzino ittico.
Il montaggio finale riduce il girato originale, che superava le due ore, a circa novanta minuti.
Un rapporto professionale non sempre facile sul set
James Coburn, secondo diverse fonti, non visse benissimo il fatto di ricoprire un ruolo di supporto rispetto a Bronson, in un momento della propria carriera meno brillante rispetto agli anni precedenti, e questo portò a qualche scontro con Hill sul set. La sua interpretazione di Speed resta comunque tra le più riuscite della sua filmografia di quel periodo.
C’è poi un retroscena legato a Jill Ireland, moglie di Bronson nella vita reale, presente nel cast nei panni di Lucy Simpson, l’interesse amoroso del protagonista. Pare che a Hill sia sfuggito un commento poco lusinghiero sulla sua prova recitativa, un episodio che Bronson non avrebbe mai dimenticato, tanto da non lavorare più con il regista in futuro: L’eroe della strada resta infatti l’unico film sul quale Bronson e Hill collaborano insieme come attore e regista.
Un dettaglio curioso su Coburn
Nella finzione, Speed ha bisogno della forza fisica di Chaney per difendersi dai propri guai. Nella realtà, lo stesso Coburn era amico personale e allievo di Bruce Lee, uno dei più grandi esperti di arti marziali della storia del cinema: un bel contrasto tra il personaggio inerme interpretato sullo schermo e la sua reale formazione fisica lontano dalle telecamere.
Un film sottovalutato all’uscita, poi rivalutato nel tempo
Nonostante la presenza di due interpreti già affermati, L’eroe della strada viene probabilmente considerato all’epoca un titolo minore, senza un grande riscontro commerciale immediato. Solo negli anni successivi, quando Hill si afferma con opere come Driver l’imprendibile e I guerrieri della notte, il pubblico torna a guardare con occhi diversi a questo esordio, riconoscendovi già tutte le caratteristiche stilistiche che avrebbero reso celebre il regista: personaggi silenziosi contrapposti a compagni chiacchieroni, azione raccontata più con le immagini che con le parole, e quell’amicizia tra opposti che diventerà una costante in tutta la sua filmografia.


