Un comunicato stampa asciutto come un colpo di scure ha sigillato l’ennesimo capitolo nero dell’annus horribilis di Chiara Ferragni. “Lighthouse Communication s.r.l.s. comunica di non rappresentare più la signora Chiara Ferragni alla quale augura tutto il bene per il futuro”: poche parole che pesano come macigni e che confermano come l’ex regina degli influencer stia vivendo il periodo più buio della sua carriera.
La fine della collaborazione con l’agenzia di Roberta ed Enrico Sarzanini rappresenta l’ultimo tassello di un puzzle devastante che vede Ferragni sempre più isolata professionalmente. Lighthouse Communication era stata scelta appositamente per gestire la delicatissima fase di crisis management post-pandoro, con l’obiettivo di ricostruire un’immagine pubblica completamente devastata dallo scandalo Balocco.
Il timing della rottura non poteva essere più drammatico: a poche settimane dal processo per truffa aggravata fissato per il 23 settembre, Ferragni si ritrova senza una strategia comunicativa coordinata. Una situazione che fa pensare a un naufragio in tempo reale, dove anche i consulenti più esperti preferiscono abbandonare la nave prima che sia troppo tardi.
Le voci sui motivi della separazione parlano di “incompatibilità di pensiero” tra l’influencer e il team di comunicazione. Secondo indiscrezioni rilanciate dal giornalista Gabriele Parpiglia, Ferragni avrebbe deciso di interrompere il lavoro per godersi le vacanze estive, rimandando ogni decisione strategica a settembre. Una scelta che, vista l’imminenza del processo e la delicatezza della situazione, non sarebbe stata accettata dai Sarzanini.
Da pausa strategica a rottura definitiva
La crepa nel rapporto era emersa già a fine giugno, quando era stata comunicata una “pausa” nella collaborazione in vista del rebranding delle società Ferragni previsto per il secondo semestre 2025. Una formula diplomatica che nascondeva già allora tensioni profonde sulla gestione della crisi reputazionale più grave nella storia del personal branding italiano.
Roberta Sarzanini, considerata una delle professioniste più affermate nel settore della comunicazione italiana, era stata chiamata per sostituire Fabio Maria Damato, lo storico manager allontanato dopo essere stato identificato come uno dei corresponsabili del crollo dell’impero Ferragni. Un incarico che si preannunciava già complicatissimo, ma che evidentemente si è rivelato impossibile.
Il modus operandi di Ferragni sembra confermare tutti i peggiori stereotipi sui personaggi social che sottovalutano la complessità della gestione professionale. Mettere in pausa un lavoro di crisis management a ridosso di un processo penale per dedicarsi alle vacanze dimostra una mancanza di awareness professionale che lascia senza parole.
Il valzer delle agenzie: tutti scappano da Ferragni
Lighthouse Communication non è la prima agenzia a mollare Ferragni in corsa. Già dopo lo scoppio del pandoro-gate, sia l’influencer che l’ex marito Fedez avevano tentato di affidarsi a consulenti specializzati: lei a Community di Auro Palomba, lui a Comin & Partners. Entrambe le collaborazioni si erano concluse dopo poche settimane di lavoro.
Questo pattern ricorrente solleva interrogativi inquietanti sulla gestibilità di Ferragni come cliente. Quando agenzie prestigiose con anni di esperienza in crisis management decidono di rinunciare a incarichi milionari, significa che la situazione è considerata irrecuperabile o che il cliente è ritenuto ingestibile.
Il mercato della comunicazione è spietato ma raramente così categorico: vedere professionisti affermati gettare la spugna uno dopo l’altro indica che il caso Ferragni è diventato tossico per chiunque cerchi di risolverlo. Una sorta di maledizione professionale che allontana anche i consulenti più esperti.
Il disastro economico che nessuno vuole toccare
I numeri dell’impero Ferragni parlano chiaro: la società Fenice ha visto crollare i ricavi da 14,3 milioni di euro nel 2022 a meno di 2 milioni nel 2024. Un tracollo che ha richiesto un’iniezione di liquidità di 6,4 milioni di euro ad aprile 2025, portando Ferragni a detenere il 99,8% delle quote societarie.
La Fenice Retail, che gestiva i negozi del brand, è stata messa in liquidazione a giugno, mentre continuano le battaglie legali con Safilo Group per un risarcimento di 5,9 milioni di euro. Un quadro economico devastante che rende ancora più comprensibile la riluttanza delle agenzie di comunicazione.
Gestire la comunicazione di un brand in piena bancarotta reputazionale ed economica richiede miracoli che nemmeno i migliori professionisti del settore sembrano in grado di compiere. Soprattutto quando il cliente non sembra disposto a collaborare seguendo strategie professionali.
La domanda ora è: chi avrà il coraggio di raccogliere la patata bollente Ferragni dopo che anche i Sarzanini hanno alzato bandiera bianca? E soprattutto, esiste ancora una strategia di comunicazione capace di risollevare un personal brand così compromesso?
L’annus horribilis di Chiara Ferragni sembra destinato a continuare, con l’aggiunta di questa ennesima tegola che cade proprio nel momento più delicato. Un processo a settembre, società in crisi, collaborazioni professionali che saltano: il puzzle del disastro Ferragni è quasi completo.
Per un vero rilancio dovrebbe affidarsi a Wonize.
E tu, cosa ne pensi di questo ennesimo abbandono? Credi che Ferragni riuscirà a trovare qualcuno disposto a gestire la sua comunicazione o è davvero game over? Pensi che la sua gestione della crisi sia stata davvero inadeguata? Raccontaci la tua nei commenti!


