Enrico Ruggeri dovrebbe suonare alla Notte Bianca di Codogno il 4 luglio 2026, ma il Pd locale non l’ha presa bene e ha contestato la scelta del Comune per le posizioni espresse dal cantautore durante la pandemia su Green Pass, vaccini e restrizioni. Il caso è esploso perché Codogno non è una città qualsiasi: è stata uno dei simboli più forti dell’inizio del Covid in Italia. Proprio per questo, secondo i dem locali, invitare Ruggeri sarebbe una scelta poco coerente e poco rispettosa.
Fin qui, uno può anche capire la sensibilità del tema. Codogno ha vissuto sulla propria pelle un pezzo durissimo della pandemia. Non è una parola buttata lì per fare polemica. Però da questo a chiedere di mettere in discussione un concerto ce ne passa.
Perché Ruggeri non è stato invitato a fare un convegno sul Covid. Non sale sul palco per discutere di vaccini, Green Pass o misure sanitarie. Sale sul palco per cantare. E se cominciamo a decidere chi può cantare in base alle opinioni espresse negli anni, allora prepariamoci a una lista infinita di esclusi. E chissà perché, di solito, l’esame morale funziona sempre in una direzione sola.
Il sindaco di Codogno ha detto una cosa di buon senso
Il sindaco di Codogno, Francesco Passerini, ha risposto distinguendo due piani diversi: un conto è concedere il patrocinio a eventi nati per diffondere tesi politiche o sanitarie, un conto è ospitare un artista in una rassegna musicale. Sembra una distinzione elementare, ma a quanto pare va ripetuta.
Un concerto non è un comizio. Una scaletta non è un manifesto elettorale. Una piazza che ascolta canzoni non diventa automaticamente una tribuna ideologica.
Ruggeri, tra l’altro, ha risposto in modo abbastanza diretto sui social, definendo la vicenda preoccupante e aggiungendo: «Stiano tranquilli, non sono uno di quelli che passa metà concerto a fare comizi, quando sono sul palco suono e al massimo presento qualche brano. (Comunque l’aria che tira è preoccupante)».
Ecco, questa frase fotografa bene la questione. Perché il cantautore dice una cosa semplice: io faccio musica. Poi possiamo discutere delle sue opinioni, contestarle, criticarle, smontarle, perfino trovarle sbagliate. Ma impedirgli o contestargli un concerto per quelle opinioni è un’altra faccenda.
Il doppio standard è il vero problema
La parte più fastidiosa di questa storia è il solito doppio standard. Perché certi ambienti politici criticano la destra appena parla di cultura, libertà d’espressione o presunte censure, poi però diventano improvvisamente severissimi appena l’artista non rientra nel recinto delle opinioni gradite.
Se un cantante vicino alla sinistra usa il palco per fare un discorso politico, per attaccare il governo, per lanciare slogan o per trasformare un concerto in una mini assemblea permanente, spesso viene celebrato come artista impegnato. Se invece un artista non allineato viene invitato a cantare, parte subito il controllo dei precedenti: cosa ha detto nel 2020? Cosa ha scritto nel 2021? Ha criticato il Green Pass? Ha espresso dubbi? Ha disturbato la narrazione giusta?
Scusa, ma così non funziona.
Un artista dovrebbe essere libero. Libero di cantare, libero di avere idee, libero perfino di sbagliare. Il pubblico può scegliere se andare o non andare. Può applaudire, può criticare, può disertare. Ma la politica dovrebbe stare molto attenta a trasformarsi in commissione etica permanente.
Perché oggi tocca a Ruggeri. Domani potrebbe toccare a chiunque.
Ruggeri non è un artista qualunque
C’è anche un dettaglio che sembra quasi sparire nella polemica: Enrico Ruggeri è uno dei nomi importanti della musica italiana. Ha vinto Sanremo, ha scritto canzoni entrate nella memoria popolare, ha attraversato decenni di musica senza diventare una figurina. Può piacere o no, ma non parliamo di un personaggio improvvisato chiamato a fare propaganda in piazza.
Il concerto del 4 luglio a Codogno rientra nella Notte Bianca, con ingresso libero e una serata pensata per la città, i negozi, la musica, la partecipazione. Cioè una festa. Non una seduta parlamentare con amplificatori.
E allora la domanda diventa inevitabile: davvero la priorità era montare una polemica su Ruggeri? Davvero non si riesce più a separare il palco musicale dalle opinioni personali di chi ci sale sopra?
La sensazione è che una parte del Pd locale abbia voluto usare il caso per fare opposizione al sindaco leghista. Legittimo fare opposizione, ci mancherebbe. Però farla sul concerto di un artista rischia di sembrare più una prova muscolare ideologica che una battaglia utile ai cittadini.
Codogno merita rispetto, ma anche normalità
Il nome di Codogno pesa. È comprensibile che ogni riferimento alla pandemia, in quella città, tocchi corde sensibili. Nessuno dovrebbe trattare quella storia con leggerezza. Però proprio per questo sarebbe utile evitare di trasformare ogni evento culturale in una resa dei conti sul passato.
Ruggeri ha avuto posizioni critiche sulle misure adottate durante l’emergenza. Questo può piacere o non piacere. Ma il 4 luglio non dovrebbe andare a Codogno per riscrivere la storia della pandemia. Dovrebbe andare a cantare.
E forse una comunità ferita ha anche diritto a una sera di musica senza che tutto venga riportato, per forza, alla guerra delle etichette. No vax, pro vax, destra, sinistra, censura, libertà. A un certo punto, magari, la gente vuole solo ascoltare una canzone e tornare a casa senza sentirsi arruolata in una battaglia culturale.
La libertà vale anche per chi non ci piace
La libertà d’espressione è una cosa facilissima da difendere quando riguarda chi la pensa come noi. Diventa più seria quando riguarda chi ci infastidisce. E il caso Ruggeri serve proprio a questo: a capire se siamo capaci di accettare che un artista possa avere idee diverse dalle nostre senza per questo essere escluso dai palchi pubblici.
Il Pd può criticare Ruggeri. Può dire che non condivide le sue posizioni sulla pandemia. Può chiedere spiegazioni politiche al sindaco sulle scelte culturali del Comune. Ci sta. Fa parte del gioco democratico.
Ma se il messaggio percepito diventa “questo artista non deve suonare perché ha espresso opinioni sbagliate”, allora il problema c’è. E non è piccolo.
Perché la cultura non può funzionare solo a certificati di buona condotta ideologica. Altrimenti non resta più nulla di vivo. Restano solo artisti approvati, parole controllate e palchi concessi a chi non disturba.
Una prospettiva triste. E pure noiosa, che forse è il peccato peggiore per uno spettacolo.
Il palco non può diventare un tribunale permanente
Il caso di Codogno è piccolo solo in apparenza. In realtà racconta bene il clima attuale: basta un nome, una vecchia posizione, una frase del passato, e il dibattito si sposta subito dalla musica alla legittimità morale dell’artista. È una dinamica pesante, soffocante, e spesso anche ipocrita.
Ruggeri ha detto che sul palco suona e al massimo presenta qualche brano. Bene. Allora giudichiamolo per quello. Se poi dovesse trasformare la serata in un comizio, il pubblico sarà libero di criticarlo. Ma contestare prima un concerto per le idee dell’artista significa mettere il bavaglio preventivo. Ed è una cosa che dovrebbe preoccupare chiunque, non solo chi sta da una parte politica.
Alla fine la domanda è semplice: vogliamo davvero una società in cui ogni cantante, attore, scrittore o comico deve superare un esame politico prima di esibirsi in una piazza?
Io spero di no.
Tu cosa ne pensi? Il Pd ha ragione a contestare il concerto di Enrico Ruggeri a Codogno o siamo davanti all’ennesima censura a senso unico contro un artista non allineato? Scrivilo nei commenti.


