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Conoscevi la storia vera del nonno di Sam Mendes che ha ispirato uno dei film di guerra più discussi degli ultimi anni?

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
7 Luglio 2026
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 8 minuti
Conoscevi la storia vera del nonno di Sam Mendes che ha ispirato uno dei film di guerra più discussi degli ultimi anni

Quando nel 2020 1917 ha spazzato via tutto agli Oscar portandosi a casa tre statuette su dieci nomination, in pochi sapevano che dietro la corsa disperata dei caporali Blake e Schofield c’era una storia di famiglia rimasta chiusa in un cassetto per decenni. Sam Mendes ha costruito il suo film di guerra partendo dai racconti del nonno, Alfred Hubert Mendes, un ragazzo di diciannove anni che durante la Prima guerra mondiale attraversò da solo la terra di nessuno per consegnare un messaggio. Una vicenda che il regista ha portato alla luce solo dopo anni di silenzio del nonno su quel periodo, e che vale la pena raccontare per intero, insieme a qualche altra curiosità che riguarda il piano sequenza più discusso del cinema recente.

Chi era davvero il nonno di Sam Mendes

Alfred H. Mendes nacque nel 1897 a Trinidad, all’epoca colonia britannica nei Caraibi, da una famiglia creola di origini portoghesi. Si arruolò nell’esercito britannico a diciannove anni e prestò servizio per due anni sul fronte occidentale nella 1st Rifle Brigade, lo stesso reparto in cui militano idealmente i due protagonisti del film. Non era un soldato qualunque nel senso più letterale del termine, dato che, essendo di corporatura minuta, veniva spesso scelto come messaggero, un compito che nella guerra di trincea significava attraversare a piedi, da solo, gli spazi più esposti al fuoco nemico.

Lo stesso Sam Mendes lo ha raccontato a Deadline con parole semplici, spiegando che il nonno era un uomo piccolo di statura e che gli affidavano i messaggi perché correva veloce e la nebbia lo teneva nascosto. È un dettaglio che torna più volte nei racconti familiari raccolti dal regista, e che spiega perché nel film Blake e Schofield vengano scelti per la missione quasi per caso, senza nessuna preparazione specifica alle spalle.

La missione di Poelcappelle

L’episodio che più di ogni altro ha ispirato la trama di 1917 risale al 12 ottobre 1917, durante la battaglia di Poelcappelle, uno degli scontri più sanguinosi della più ampia offensiva di Passchendaele nelle Fiandre. Quella mattina, alle nove e mezza, il comandante Alexander Craigmile della compagnia C del primo battaglione della Rifle Brigade ricevette un messaggio dal centro di comando che chiedeva con urgenza un rapporto sullo stato di quattro compagnie, tra cui proprio quella di Alfred Mendes.

Craigmile chiese se qualcuno si offrisse volontario per una missione che sapeva essere estremamente pericolosa, senza nascondere che chi fosse partito rischiava di non tornare. Alfred Mendes, pur avendo seguito soltanto un breve corso di segnaletica militare che nulla aveva a che fare con quel tipo di incarico, si fece avanti per senso del dovere verso il proprio battaglione. Nella sua autobiografia, pubblicata negli anni Settanta, ha lasciato una descrizione lucida di quei minuti, raccontando come avesse capito di essere stato individuato dai cecchini nemici e come si fosse convinto che i tedeschi, forse per una sorta di ammirazione verso la sua calma apparente o forse perché lo credevano fuori di senno, avessero deciso di non colpirlo. La missione si concluse con successo e gli valse una medaglia al valore.

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Un silenzio durato quasi cinquant’anni

Quello che rende questa storia particolarmente toccante non è soltanto l’episodio in sé, ma il tempo che Alfred Mendes ha impiegato prima di raccontarlo. Fino agli anni Settanta non aveva mai parlato apertamente di quell’esperienza, nemmeno in famiglia, e solo con l’autobiografia ha lasciato una testimonianza scritta di quei mesi passati sul fronte occidentale. Nel 1918 fu congedato dopo aver inalato accidentalmente il gas tossico utilizzato dai tedeschi, un episodio che si intreccia con il destino di uno dei due protagonisti del film senza per questo coincidere esattamente con la trama.

Sam Mendes ha sempre mantenuto un certo riserbo su quanto materiale abbia effettivamente attinto dai racconti diretti del nonno e quanto invece sia frutto della sua immaginazione e del lavoro della sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns. Ha parlato più volte di frammenti sparsi, di una storia rimasta dentro di lui fin da bambino, quella di un messaggero incaricato di portare una comunicazione attraverso il campo di battaglia. Non a caso il film si chiude con una dedica esplicita, quella al caporale Alfred Mendes che ha raccontato le storie, un omaggio diretto scritto sui titoli di coda.

Cosa è vero e cosa è invenzione nel film

Vale la pena chiarire un equivoco che circola spesso tra gli spettatori, quello secondo cui la missione di Blake e Schofield, con l’obiettivo di salvare milleseicento uomini da un attacco pianificato contro linee tedesche apparentemente abbandonate, non è mai accaduta in quella forma specifica. Nessuno dei due caporali è realmente esistito, e i personaggi interpretati da attori come Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden, Colin Firth e Benedict Cumberbatch sono invenzioni narrative, per quanto costruite attorno a ruoli e situazioni verosimili per l’epoca.

Il contesto storico, invece, poggia su basi solide. La ritirata tedesca che apre la trama del film corrisponde a un’operazione realmente condotta nella primavera del 1917, passata alla storia come operazione Alberico. Non si trattava affatto di una fuga disordinata, come inizialmente pensavano alcuni comandanti britannici tra cui Douglas Haig, ma di un ripiegamento strategico pianificato con cura per mesi, pensato per accorciare e rafforzare la linea difensiva tedesca. I soldati britannici si trovarono di fronte trincee vuote senza sapere con certezza se fosse un’occasione da sfruttare o una trappola, esattamente la tensione su cui si regge la prima parte del film.

Un piano sequenza che in realtà non esiste

Restando in tema di curiosità che sorprendono chi guarda 1917 per la prima volta, va sfatato anche il mito del piano sequenza unico e ininterrotto. L’illusione è così ben costruita da aver convinto gran parte del pubblico che l’intero film sia stato girato in un’unica ripresa continua di quasi due ore, ma non è così. Le scene più lunghe realizzate sul set duravano al massimo otto minuti e mezzo, e sono state poi cucite insieme dal montatore Lee Smith con il supporto degli artisti degli effetti visivi di MPC Film, in modo da nascondere ogni taglio.

I punti in cui avvengono questi tagli invisibili seguono alcune tecniche piuttosto ricorrenti nel cinema che gioca con il piano sequenza: un oggetto o un personaggio che attraversa l’inquadratura oscurandola per un istante, un passaggio in una zona d’ombra, oppure un movimento improvviso della telecamera che sposta l’attenzione dello spettatore altrove. L’unico stacco che Sam Mendes ha scelto di rendere volontariamente visibile, senza nasconderlo dietro nessun trucco di montaggio, è quello che segna il passaggio dal giorno alla notte, nel momento in cui il caporale Schofield perde i sensi dopo uno scontro.

Dietro questa scelta stilistica c’è un lavoro immenso da parte del direttore della fotografia Roger Deakins, storico collaboratore dei fratelli Coen e già premio Oscar per pellicole come Blade Runner 2049. Girando quasi interamente in esterni, Deakins ha dovuto fare i conti con la luce naturale in ogni sua variazione, arrivando ad aspettare ore intere che una nuvola coprisse il sole nel modo giusto per garantire continuità visiva tra una ripresa e l’altra. Un lavoro paragonato dallo stesso direttore della fotografia a una sorta di ginnastica tecnica, che ha coinvolto gru, impugnature mobili e persino membri della troupe trasformati temporaneamente in comparse per accompagnare la telecamera nei movimenti più complessi.

Le riprese e il cast

Le riprese di 1917 si sono svolte nell’arco di due mesi, dal primo aprile al 7 giugno 2019, tra il Wiltshire, la zona di Govan e la riserva naturale di Hankley Common, oltre agli Shepperton Studios. Nel cast, accanto ai due protagonisti George MacKay e Dean-Charles Chapman, compaiono alcuni tra gli attori più apprezzati del cinema britannico, chiamati per brevi ma intense apparizioni lungo il percorso dei due caporali.

Il risultato tecnico ha convinto tanto la critica quanto l’Academy, che ha premiato il film con tre statuette su dieci candidature, per la miglior fotografia, i migliori effetti visivi e il miglior sonoro. Un riconoscimento che conferma quanto il lavoro di squadra dietro le quinte, dal montaggio alla fotografia fino alla progettazione scenica curata da Dennis Gassner, sia stato determinante tanto quanto la storia raccontata sullo schermo.

La sceneggiatura più cruda che poi è stata addolcita

Un altro dettaglio poco conosciuto riguarda la prima stesura della sceneggiatura, scritta insieme a Krysty Wilson-Cairns, che secondo diverse testimonianze raccolte dalla stampa internazionale conteneva immagini persino più crude di quelle arrivate sullo schermo. In una versione iniziale del testo, i corpi dei caduti venivano paragonati a formaggio fuso, un’immagine volutamente disturbante pensata per restituire allo spettatore la fisicità più brutale della guerra di trincea, quella fatta di cadaveri lasciati per giorni sul terreno e mai più recuperati. Nel montaggio finale quella crudezza è stata smussata, ma resta comunque percepibile in diverse inquadrature della terra di nessuno, popolata da corpi, crateri e resti di animali.

Wilson-Cairns, alla sua prima grande prova come sceneggiatrice dopo un percorso fatto soprattutto di cortometraggi, ha lavorato fianco a fianco con Mendes proprio sulla sfida più complessa del progetto, quella di costruire una narrazione che rispettasse lo scorrere del tempo reale, senza salti temporali, mantenendo però un inizio, uno sviluppo e una conclusione capaci di reggere per quasi due ore senza mai perdere di vista i due protagonisti. Una struttura che richiedeva un controllo quasi matematico di ogni singola scena, dato che qualunque imprevisto nei tempi di una sequenza si sarebbe ripercosso su tutte quelle successive.

Il realismo delle trincee e i piccoli dettagli storici

Chi conosce da vicino la storia della Prima guerra mondiale ha notato diversi elementi che testimoniano un lavoro di ricerca approfondito da parte della produzione. Nelle scene ambientate nelle trincee compaiono ad esempio cartelli di orientamento simili a segnali stradali, un dettaglio che riflette una pratica reale dell’epoca, dato che il sistema di trincee britanniche e tedesche si estendeva per centinaia di chilometri, e senza una segnaletica chiara sarebbe stato impossibile per soldati e messaggeri orientarsi durante gli spostamenti. Anche la distruzione sistematica di ponti e vie di comunicazione mostrata nel film corrisponde a una tattica realmente adottata su più fronti durante il conflitto, compreso quello italiano, dove numerosi ponti e tratti ferroviari vennero fatti saltare per rallentare l’avanzata nemica.

Il direttore degli archivi dell’Edward Jones Research Center presso il National WWI Museum and Memorial, Jonathan Casey, ha definito la ricostruzione della vita di trincea offerta dal film particolarmente accurata, sottolineando quanto la produzione abbia lavorato per restituire non solo l’aspetto visivo delle location, ma anche il ritmo fatto di lunghe attese interrotte da momenti di violenza improvvisa che caratterizzava l’esperienza quotidiana dei soldati sul fronte occidentale.

Un genere che negli ultimi anni sta tornando protagonista

1917 si inserisce in un filone che negli anni recenti ha riportato al centro dell’attenzione le tecniche di ripresa capaci di simulare la continuità assoluta dell’azione. Dopo il successo di Birdman di Alejandro González Iñárritu, che nel 2015 aveva vinto l’Oscar al miglior film puntando proprio su questo tipo di costruzione visiva, diverse produzioni televisive e cinematografiche hanno sperimentato soluzioni simili, adattandole a contesti narrativi molto diversi tra loro. Rispetto a un altro grande film di guerra uscito pochi anni prima, Dunkirk di Christopher Nolan, 1917 fa una scelta quasi opposta sul piano del montaggio, visto che dove Nolan intreccia più linee temporali che si muovono a velocità diverse, Mendes punta tutto su un tempo che scorre senza interruzioni percepibili, trasformando la durata reale del film in parte integrante dell’esperienza dello spettatore.

Una guerra raccontata attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta

A colpire, alla fine, resta soprattutto il modo in cui Sam Mendes ha scelto di trasformare un ricordo di famiglia in un film capace di parlare a un pubblico enorme, senza pretendere di raccontare una biografia fedele del nonno ma restando comunque ancorato a un’esperienza reale. Alfred Mendes, tornato dalla guerra e diventato in seguito scrittore, non avrebbe forse immaginato che quei racconti tenuti nascosti per così tanto tempo sarebbero diventati uno dei film di guerra più premiati e discussi del suo genere.

E tu, conoscevi già questa storia prima di vedere il film, o hai scoperto solo ora quanto di vero si nasconde dietro la corsa di Blake e Schofield? Raccontaci nei commenti se anche nella tua famiglia esistono episodi di guerra rimasti a lungo non raccontati, magari sono più simili a un film di quanto pensi.

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