Cominciamo dalla fine, che tanto lo sappiamo già tutti com’è andata: hai visto che Netflix ha aggiunto Cruel Intentions 2 e 3, hai fatto quella faccia da “ah, interessante” che fai quando scopri qualcosa che in realtà non ti cambia la vita ma ti dà comunque una piccola soddisfazione, e adesso stai leggendo questo articolo invece di fare le tre cose urgenti che hai lasciato in sospeso da stamattina. Benvenuto nel ciclo.
La cosa curiosa è che Cruel Intentions 2 e 3 li guarderai. Non adesso, probabilmente, ma tra qualche sera ti ritroverai sul divano a scorrere Netflix senza un’idea precisa, vedrai quelle due locandine lì, e penserai “dai, sono brevi, giusto per vedere com’è.” Succederà perché il primo film ti ha fatto qualcosa quando l’hai visto, che tu abbia quattordici o quarant’anni all’epoca poco cambia. Quella storia lì con Sebastian, Kathryn, la crociera d’oro, il bacio in Central Park. Roba che si deposita da qualche parte nel cervello e non se ne va più. E adesso che Netflix ti mette davanti i capitoli che non avevi mai visto, o che avevi visto una volta su Mediaset alle due di notte nel 2006, la tentazione è irresistibile.
Poi li guardi e capisci perché non li ricordavi.
Il primo film, per chi si fosse perso qualcosa nel 1999
Prima di parlare dei sequel bisogna spendere due parole sull’originale, perché è il punto di riferimento da cui tutto il resto devia nel modo più clamoroso. Cruel Intentions del 1999 è un adattamento delle Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, ambientato tra i liceali ricchi di Manhattan. Sebastian Valmont e Kathryn Merteuil sono fratellastri, manipolatori professionisti, e Kathryn propone a Sebastian una scommessa: sedurre Annette Hargrove, la figlia del nuovo preside, nota per il suo rigore morale. Se vince lui ottiene qualcosa che desidera da anni. Se perde, Kathryn prende la sua macchina.
Ryan Phillippe, Sarah Michelle Gellar, Reese Witherspoon. Cast generazionale, colonna sonora ancora oggi impossibile da separare dal film nella memoria, e una trama che funzionava perché era cattiva nel senso giusto del termine: cinica, precisa, consapevole. Il tipo di film che guardi a quattordici anni e pensi di aver capito qualcosa sulla vita degli adulti, poi lo rivedi a trent’anni e capisci che avevi ragione, anche se per motivi diversi da quelli che credevi.
Undici milioni di dollari di budget, sessanta milioni di incasso nel mondo. Un cult costruito senza volerlo, o forse volendeolo benissimo.
Il secondo film non doveva essere un film
Ecco dove le cose si fanno interessanti, e anche un po’ tristi nel modo divertente in cui sono triste certe storie di Hollywood. Cruel Intentions 2 nasce come serie televisiva. La Fox nel 1999 commissiona Manchester Prep, un prequel ambientato prima degli eventi del primo film, con l’idea di mostrare come Sebastian e Kathryn si sono incontrati per la prima volta e come è nata la loro dinamica. Tutto bene, tutto sensato.
Poi la Fox guarda il materiale girato e decide che è troppo spinto per la televisione. Lo cancella prima ancora di trasmetterlo. A quel punto la produzione si trova con ore di girato in mano, nessuno schermo su cui mandarlo, e la necessità di recuperare almeno i soldi spesi. La soluzione trovata è una di quelle che funzionano solo nell’industria dell’intrattenimento: prendono il materiale, aggiungono scene nuove appositamente più esplicite di quelle che la TV aveva rifiutato (la logica qui è un capolavoro), e lo pubblicano direttamente in DVD come Cruel Intentions 2.
Quindi quello che stai guardando su Netflix non è un film pensato per essere un film. È una serie televisiva cancellata, riassemblata con pezzi aggiuntivi e venduta come prequel diretto. Lo si capisce guardandolo, tra l’altro, perché ha una struttura narrativa che ogni tanto sembra quella di un episodio pilota più che di un film, con quei momenti in cui la storia si interrompe dove di solito andrebbero i titoli di coda di puntata.
Amy Adams era in quel film lì
Il dettaglio che vale da solo il prezzo dell’abbonamento mensile a Netflix, in senso figurato: nel cast di Cruel Intentions 2 c’è Amy Adams, nei panni di Kathryn Merteuil. Sì, quella Amy Adams. La stessa che negli anni successivi avrebbe preso sei nomination agli Oscar, vinto un Golden Globe, e recitato in American Hustle, Arrival, Vice e una quantità di film importanti che richiederebbe un articolo a parte.
Qui è in un prequel diretto in DVD di un film teen degli anni Novanta, in un ruolo che recita con quella sua presenza precisa anche quando il materiale intorno a lei non è all’altezza. È il tipo di curiosità che ti fa venire voglia di riguardare la scena sapendo quello che sai adesso, e notare se si vedesse già qualcosa. (La risposta, se ti interessa, è sì.)
Il terzo film non si scusa per niente
Cruel Intentions 3 esce nel 2004 e prende una decisione coraggiosa: si mette comodo, accetta quello che è, e va avanti. Nessun personaggio del primo film, nessuno del secondo, solo il cognome Merteuil attaccato a una nuova antagonista che si chiama Cassidy, ambientazione universitaria a Santa Barbara, trama costruita sullo stesso schema del primo ma con molti meno soldi e un cast che non ha ancora trovato il suo Ryan Phillippe.
Il protagonista maschile è Kerr Smith, attore sulla trentina che interpreta uno studente universitario. Kerr Smith che fa il ragazzo del campus è la cosa più impegnativa sospensione dell’incredulità che il film ti chiede, e il film te ne chiede già abbastanza. Detto questo, funziona come guilty pleasure nel senso più onesto del termine: non finge di essere qualcosa che non è, ha una sua logica interna, e Kristina Anapau nei panni di Cassidy porta avanti la tradizione delle Merteuil con una certa disinvoltura.
Ha un 4.6 su IMDB, il che nella scala dei film di questo genere equivale quasi a un’opera d’arte.
La saga che non riesce a smettere di provarci
La cosa forse più impressionante di tutta la storia di Cruel Intentions come franchise è la sua capacità di rigenerarsi fallendo con una costanza quasi ammirevole. Nel 2016 NBC tenta un pilot ispirato al film: non va in onda. Fox prova a sviluppare un prequel in formato serie: non arriva mai in produzione. Nel novembre 2024 finalmente Prime Video lancia una vera serie sequel, con cast nuovo, budget decente, marketing importante. A marzo 2025 la cancellano dopo una sola stagione.
È il tipo di saga che attira continuamente l’attenzione della televisione e dello streaming, che genera annunci e aspettative, e poi in qualche modo non riesce mai ad attecchire nel modo giusto. Come quegli amici che stai per andare a trovare da anni, ogni volta trovate una data, e ogni volta salta per motivi diversi. Nel frattempo il film del 1999 è ancora lì, intatto, a ricordarti perché avevi cominciato a volergli bene.
Quindi, vale la pena guardarli?
La risposta è quella che sai già: dipende da cosa stai cercando. Se stai cercando qualcosa che abbia la stessa qualità, la stessa precisione e lo stesso cast dell’originale, la risposta è no, non vale la pena, guarda direttamente il primo un’altra volta. Se invece sei una di quelle sere in cui hai già visto tutto quello che volevi vedere, hai bisogno di qualcosa di leggero e vagamente familiare, e ti va di passare novanta minuti in compagnia di un’estetica tardo anni Novanta che ormai ha il suo fascino involontario, allora sì, mettiti comodo.
Il secondo ha Amy Adams prima che fosse Amy Adams, e questo è già un motivo sufficiente. Il terzo ha una protagonista che porta il cognome Merteuil con una cattiveria soddisfacente, e lo fa in un college di Santa Barbara con un budget che non ti aspetti, il che ha la sua stranezza allegra.
Non sono buoni come il primo. Non ci provano nemmeno, a dire il vero. Ma sono su Netflix, sono brevi, e tu hai già il telecomando in mano. Sappiamo già come va a finire.


