C’è una domanda che prima o poi tutti si fanno, di solito dopo aver visto uno di questi documentari crime su Netflix alle due di notte con gli occhi spalancati e il telefono stretto in mano: ma io, al posto suo, cosa avrei fatto? La risposta onesta, quella che nessuno dice ad alta voce, è che probabilmente non lo sappiamo. E Sposare un Assassino, la nuova miniserie in tre episodi disponibile su Netflix da oggi, è costruita esattamente su questa domanda. Quella che sembra la storia di qualcun altro, lontana, quasi incredibile, a un certo punto smette di sembrarlo.
La protagonista analizza cadaveri di lavoro. Non aveva capito niente.
Cominciamo dall’ironia della situazione, perché è troppo grossa per ignorarla. Caroline Muirhead fa la patologa forense. Significa che ogni mattina va in laboratorio, esamina corpi, cerca segni di violenza, ricostruisce dinamiche di morte. È esattamente il tipo di persona che dovrebbe saper leggere le situazioni meglio di chiunque altra. Ha sviluppato per anni quella capacità di notare il dettaglio fuori posto, l’angolo che non torna, la storia che non regge. Lo fa di mestiere, con precisione e metodo.
Poi arriva a casa, e lì c’è Alexander McKellar. Lui è un contadino scozzese, lavora su una tenuta insieme al fratello gemello Robert, porta i turisti a cacciare i cervi sulle colline. Una vita all’aria aperta, sorriso da bravo ragazzo, nessun segnale d’allarme visibile. Caroline non ha letto niente. Zero. Tre mesi di relazione, un fidanzamento, progetti per il futuro, e niente. Il che, se ci pensi, è una di quelle cose che fanno venire voglia di chiudere il documentario e andare a riflettere sulla propria vita.
Si erano conosciuti su Tinder durante il lockdown
Siamo nel settembre 2020, piena pandemia. Caroline ha trentadue anni, sta uscendo da una relazione che non l’aveva trattata bene, e si sente pronta a ricominciare. Apre Tinder, scorre, e trova Alexander McKellar, trentuno anni, scozzese, aspetto rassicurante. Lui le sembra una via d’uscita dal periodo che stava attraversando, qualcosa di leggero e bello dopo un momento difficile. Si frequentano, si piacciono, le cose vanno veloci. Molto veloci: nel giro di poco più di un mese sono già fidanzati e parlano di matrimonio.
A questo punto c’è una cosa che vale la pena dire, anche se non fa piacere sentirla: la velocità con cui ci si fidanza dopo una relazione sbagliata è inversamente proporzionale a quanto si conosce davvero l’altra persona. Non è una critica a Caroline, è solo una cosa che succede, e probabilmente è successa anche a qualcuno che sta leggendo adesso. Quando si vuole andare avanti, si tende a non rallentare abbastanza per guardare bene.
La domanda giusta al momento sbagliato
Prima di sposarsi, Caroline decide di fare una cosa sensata: chiede ad Alexander se c’è qualcosa nel suo passato che lei dovrebbe sapere. Una domanda ragionevole, il tipo di conversazione seria che si fa quando si sta costruendo qualcosa di importante con qualcuno. Lui risponde. E qui il documentario prende una piega che, anche sapendo già come va a finire, fa effetto.
Alexander le confessa che nel settembre 2017, dopo una giornata a caccia con un gruppo di turisti tedeschi e qualche bicchiere di troppo al pub di Bridge of Orchy, mentre tornava a casa aveva investito con la macchina un ciclista sulla A82. Tony Parsons, 63 anni, nonno, ex sommergibilista della Marina, che stava pedalando 160 chilometri per raccogliere fondi in beneficenza. Alexander e suo fratello Robert non avevano chiamato i soccorsi. Avevano caricato il corpo, erano tornati sulla tenuta, e lo avevano sepolto in una torbiera dove normalmente buttavano le carcasse degli animali. Poi avevano vissuto tre anni come se niente fosse.
La lattina di Red Bull che ha cambiato tutto
Dopo la confessione, Alexander porta Caroline sul posto. Vuole che lei veda. Lei va, guarda, e mentre è lì fa una cosa piccola, quasi banale nell’aspetto: preme nel terreno una lattina di Red Bull vuota, come un segnalatore. Poi torna a casa, aspetta il momento giusto, e chiama la polizia descrivendo la posizione. Quando gli agenti trovano la lattina, parte l’indagine ufficiale.
Prenditi un secondo per pensare a quanto sangue freddo ci vuole per fare una cosa del genere. Lei è sul posto dove è sepolto un uomo, accanto al suo fidanzato che glielo ha appena mostrato, e riesce a piazzare un segno senza che lui se ne accorga. Forse anni di sala autoptica insegnano qualcosa sul controllo delle reazioni, o forse Caroline Muirhead è semplicemente una persona con una presenza di spirito straordinaria. Probabilmente tutte e due le cose insieme.
Nove mesi a recitare
Questa è la parte del documentario che lascia più interdetti. Dopo aver chiamato la polizia, Caroline non sparisce. Non rompe il fidanzamento, non prende le sue cose e non va a stare da un’amica. Resta. Per nove mesi continua a vivere con Alexander e Robert sulla tenuta, fidanzata, presente, come se nulla fosse cambiato. In realtà stava raccogliendo prove per conto della polizia, lavorando di fatto sotto copertura. Racconta nel documentario di essere arrivata vicina a un esaurimento nervoso, di aver smesso di riuscire a lavorare. E si capisce benissimo.
Pensaci: ogni mattina svegliarsi accanto a qualcuno sapendo quello che sai. Ogni cena, ogni conversazione normale, ogni momento qualunque di vita quotidiana portando questo peso. I fratelli McKellar non sapevano che era stata lei a contattare la polizia. Quando li arrestarono, a dicembre 2020, Caroline li fece persino uscire su cauzione. Tre giorni dopo l’arresto. Li rimise in libertà con i propri soldi. Perché la polizia aveva bisogno di tempo per costruire il caso, e lei stava giocando una partita che nessuno vedeva dall’esterno.
I fratelli McKellar e la fine della storia
Alexander e Robert furono arrestati il 20 dicembre 2020. Il corpo di Tony Parsons fu recuperato a gennaio 2021, tre anni e quattro mesi dopo quella sera sulla A82. In un primo momento i due fratelli si dichiararono innocenti, poi a un mese dal processo accettarono un patteggiamento. Alexander si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e di aver cercato di depistare le indagini. Robert solo di depistaggio. Nel luglio 2023, al tribunale di Glasgow, Alexander è stato condannato a dodici anni di carcere. Robert a cinque anni e tre mesi.
La famiglia di Tony Parsons ha ricevuto un risarcimento, ma ovviamente nessun risarcimento rimette a posto quello che è successo. Un uomo che stava pedalando per raccogliere soldi per gli altri è sparito nel nulla per tre anni, e per tre anni la sua famiglia non ha saputo niente. Questa è la parte del documentario che resta addosso, quella che a distanza di ore non si riesce a mettere giù completamente.
Perché guardarlo stasera
Sposare un Assassino funziona perché non si limita a raccontare i fatti in ordine cronologico come farebbe un telegiornale. La domanda che il documentario pone al centro di tutto è quella vera, quella scomoda: tu cosa avresti fatto? Non con Alexander, non necessariamente con quella storia lì. Ma in generale: se qualcuno che ami ti confessasse una cosa del genere, dopo mesi di relazione, in un momento in cui eri felice e ti sentivi al sicuro, riusciresti a fare la cosa giusta? E quanto ti costerebbe farla?
Caroline Muirhead ha fatto la cosa giusta. Questo il documentario lo dice chiaramente, senza ambiguità. Quello che non dice, e che lascia aperto in modo intelligente, è quanto le sia costata. Se una persona che ha dedicato la sua carriera a cercare la verità nei dettagli sia riuscita, dopo tutto quello, a fidarsi di nuovo del proprio giudizio sulle persone. Non è una domanda retorica. È una domanda vera, e non ha una risposta facile.
Nel frattempo, tre episodi, disponibile da oggi. E magari tieni il telefono giù mentre guardi, che questa roba ti tira dentro prima che te ne accorga.


