Da oggi tutta la saga di Rocky è su Netflix, il che significa che hai un’ottima scusa per passare il weekend sul divano. Prima di premere play, però, conviene sapere alcune cose su come è nata questa storia, perché il retroscena del primo film è uno dei più assurdi e commoventi che Hollywood abbia mai prodotto, e riguarda un uomo che aveva 106 dollari in banca, un cane che stava per vendere e un’offerta da 350.000 dollari che rifiutò perché voleva recitare lui nel film che aveva scritto.
Se la storia di Rocky Balboa ti ha sempre emozionato, aspetta di sentire quella di Sylvester Stallone.
106 dollari, un cane da vendere e una sceneggiatura scritta in trenta giorni
È il 24 marzo 1975. Sylvester Stallone ha ventotto anni, una carriera ferma a qualche ruolo minore e un conto in banca che si ferma a 106 dollari. Quella sera va a vedere l’incontro di pugilato tra Muhammad Ali e Chuck Wepner, un pugile di trentasei anni considerato un atleta di talento modesto a cui nessuno dà nessuna possibilità contro il campione del mondo. Wepner non solo regge, ma al nono round manda Al tappeto. Alla fine perde per KO tecnico al quindicesimo round, ma è rimasto in piedi fino all’ultimo, davanti a tutti quelli che si aspettavano che cadesse al terzo.
Stallone torna a casa e inizia a scrivere. La sceneggiatura di Rocky prende forma in una trentina di giorni, con un protagonista che all’inizio era più cupo e grezzo di quello che vediamo nel film, quasi un antieroe, finché la sua prima moglie Sasha non lo convince ad ammorbidire il personaggio. Quello che rimane, però, è il nucleo di tutto: un perdente a cui viene data un’opportunità che non si aspettava, e che decide di non sprecarlo.
Nel frattempo la situazione economica di Stallone continua a peggiorare. Arriva al punto di dover vendere il proprio cane, un mastino di nome Butkus, a un estraneo fuori da un supermercato per 50 dollari, perché non ha i soldi per nutrirlo. È uno di quei momenti che o ti spezzano o ti fanno capire che non hai altro tempo da perdere.
L’offerta da 350.000 dollari che nessun attore squattrinato avrebbe rifiutato
I produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff leggono la sceneggiatura e la vogliono. La loro offerta è di 350.000 dollari per i diritti, una cifra che a un uomo con 106 dollari in tasca suona come la fine di tutti i problemi. C’è però una condizione: il ruolo del protagonista non spetterà a Stallone. La United Artists, che finanzierà il film, vuole una star vera nel ruolo di Rocky. I nomi sul tavolo sono quelli di Robert Redford, Burt Reynolds, Ryan O’Neal e James Caan. Stallone può vendere la storia, incassare i soldi e sparire.
Stallone rifiuta.
Non una volta. Ogni volta che i produttori tornano con un’offerta più alta, lui dice no. La condizione è una sola: o recita lui, oppure non se ne fa nulla. Winkler e Chartoff, convinti del potenziale della storia, decidono alla fine di assecondarlo, ma la United Artists reagisce nel solo modo possibile: dimezza il budget. Da due milioni di dollari si scende a poco più di un milione, e i due produttori sono costretti a impegnarsi di tasca propria per le spese aggiuntive. Stallone, dal canto suo, dovrà continuare a lavorare come sceneggiatore senza percepire ulteriori compensi per quella parte.
L’accordo si chiude. Poco dopo, con i primi soldi in mano, Stallone torna fuori da quel supermercato e aspetta l’uomo a cui aveva venduto Butkus. Ci vuole quasi una settimana, ma alla fine lo trova e gli offre 100 dollari per riprendersi il cane. L’uomo non vuole cedere. Stallone arriva a offrire 15.000 dollari e una piccola parte nel film. Alla fine ottiene il cane. Butkus compare in Rocky e in Rocky II, il mastino più famoso della storia del cinema americano dopo Lassie.
Ventotto giorni, nessun permesso e passanti ignari
Il film viene girato in 28 giorni, interamente a Filadelfia, con un budget che non lasciava margine per quasi niente. Le scene in esterni vengono realizzate senza chiedere alcun permesso alle autorità locali, con una troupe ridotta all’osso e senza comparse professioniste. Le persone che si vedono sullo sfondo durante gli allenamenti di Rocky erano passanti normali, ignari di stare finendo in un film. Quando un commerciante tira un’arancia al protagonista durante una scena, non lo fa perché glielo ha chiesto qualcuno: lo fa di sua iniziativa, non sapendo nemmeno cosa stesse succedendo intorno a lui.
La famosa scalinata del Philadelphia Museum of Art, quella che Rocky scala di corsa mentre Gonna Fly Now sale di volume, è diventata uno dei simboli culturali più riconoscibili degli Stati Uniti. Ogni anno migliaia di turisti la salgono di corsa, rievocando quella scena. Il monumento a Rocky che oggi si trova davanti al museo fu inizialmente contestato, giudicato da qualcuno troppo pop per un luogo d’arte, prima di diventare una tappa fissa per chiunque visiti Filadelfia.
La timidezza di Adriana non era recitata, e il monologo puzzava sul serio
Talia Shire è giustamente ricordata dai fan per la sua interpretazione di Adriana Pennino, il personaggio più delicato e commovente dell’intera saga. Quello che molti non sanno è che la timidezza visibile nelle scene del primo film, soprattutto nel celebre bacio in cucina, non era frutto di studio del personaggio. Durante le riprese la Shire era influenzata e non voleva avvicinarsi agli altri membri del cast e della troupe per evitare di contagiarli. Quella distanza fisica, quella riluttanza a stare troppo vicina, è rimasta nel film esattamente com’era: non recitazione, ma realtà travestita da finzione.
Tra l’altro, per il ruolo di Adriana fu scartata Susan Sarandon, ritenuta troppo bella per il personaggio. Adriana doveva sembrare la ragazza che nessuno nota, non una stella del cinema travestita da timida.
C’è poi il monologo che Rocky pronuncia dopo aver rifiutato l’offerta di Mickey di allenarlo, quello in cui sbotta a casa sua gridando «Solo adesso si fa vivo, eh? Dieci anni per venire a casa mia. Perché puzzava? Casa mia puzzava?». Una delle scene più citate della saga, una di quelle che ti rimangono in testa. Era completamente improvvisata. Stallone ha spiegato di essere stato fortemente influenzato dal fatto che il bagno del piccolo appartamento in cui stavano girando puzzava sul serio, tanto da ispirargli quelle battute sul momento. Il regista John G. Avildsen lo lasciò andare, e quello che vedi nel film è il primo e unico ciak.
Apollo Creed, il provino più esilarante della storia del cinema
Prima che Carl Weathers diventasse Apollo Creed, il campione del mondo carismatico e strafottente che offre a Rocky l’opportunità della sua vita, ci fu un provino che è diventato leggendario nei racconti di Hollywood. Weathers si presentò ai provini convinto di stare recitando con una controfigura, e per rendere la scena più realistica prese a pugni Stallone con un’intensità che non aveva nulla di teatrale. Quando gli fu chiesto di darsi una calmata perché si trattava solo di un provino, Weathers rispose che lo avrebbe fatto a patto di poter recitare al fianco di un vero attore e non di una comparsa. Gli fu quindi spiegato che Stallone era il protagonista del film, nonché l’autore della sceneggiatura. La risposta di Weathers, rimasta nella storia: «Beh, magari migliorerà.»
Ottenne la parte.
Il cast che avrebbe potuto essere: da Ken Norton a chi non ricordi
Per il ruolo di Apollo Creed era stato inizialmente ingaggiato Ken Norton, pugile vero che aveva combattuto contro Muhammad Ali, ma Norton abbandonò il progetto pochi giorni prima dell’inizio delle riprese per partecipare a un programma televisivo della ABC. Entrò Weathers, e il resto è storia.
Nella saga appaiono anche diversi membri della famiglia di Stallone: il padre interpreta l’uomo che suona il campanello per segnalare l’inizio di un round, il fratello è un cantante di strada che si vede di sfuggita, la prima moglie Sasha fu fotografa di scena. Stallone costruì Rocky come un affare di famiglia, nel senso più letterale del termine.
Curiosità minore ma simpatica: il ritratto di Rocky che campeggia in una scena di Rocky II fu realizzato dal pittore LeRoy Neiman, artista statunitense famoso per i suoi ritratti di sportivi, che in seguito apparve come presentatore ufficiale del ring nei tre film successivi e con un cameo in Rocky Balboa nel 2006.
Quando Lundgren mandò Stallone in terapia intensiva
Se il primo film è una storia di povertà, coraggio e improvvisazione, Rocky IV del 1985 è una storia di orgoglio fisico portato alle conseguenze estreme. Stallone e Dolph Lundgren, che interpreta il sovietico Ivan Drago, decisero di comune accordo di colpirsi davvero durante alcune scene di combattimento per rendere tutto più realistico. Il risultato fu che un pugno al petto sferrato da Lundgren causò a Stallone difficoltà respiratorie gravi, costringendolo a quattro giorni di ricovero in terapia intensiva. Il cuore si era spostato leggermente per l’impatto, generando un’infiammazione che i medici non si aspettavano di trovare in un paziente che era arrivato in piedi.
Sul set dello stesso film si verificarono anche tensioni tra Lundgren e Carl Weathers: in una scena, Lundgren spinse Weathers con una forza che non aveva nulla di coreografato, spingendolo con violenza in un angolo del ring. Weathers abbandonò il set minacciando di rescindere il contratto, e le riprese si interruppero per quattro giorni finché Stallone non riuscì a mediare tra i due. Le scene che vedi in quel film, con tutta la loro brutalità, costarono qualcosa di reale a chi le girò.
Il finale che non vedremo mai, e un pugile di finzione nella Hall of Fame
Rocky V aveva una storia diversa nella prima versione della sceneggiatura. Stallone aveva scritto la morte del protagonista nel finale, con Rocky che spirava tra le braccia di Adriana dopo lo scontro finale, una conclusione che chiudeva il cerchio in modo definitivo e amarissimo. La produzione si oppose con fermezza e quel finale non fu mai girato, lasciando la saga aperta a Rocky Balboa nel 2006 e poi all’intera serie Creed.
Rimane però un fatto che nessuna produzione avrebbe potuto inventare a tavolino: Rocky Balboa è l’unico pugile di finzione ad essere stato inserito nella International Boxing Hall of Fame. La cerimonia si tenne il 12 giugno 2011, e a consegnare il riconoscimento a Stallone fu Mike Tyson in persona. Rocky è anche nella World Boxing Hall of Fame. Un personaggio immaginario, creato in trenta giorni da un uomo con 106 dollari in tasca, che siede nella stessa lista dei pugili più grandi della storia reale.
Se questo non è il sogno americano raccontato meglio di qualsiasi discorso, non si sa cosa lo sia.
Da quale film della saga parti per la tua maratona su Netflix: dal primo, oppure hai il coraggio di cominciare da Rocky IV e poi recuperare il resto?


