Te lo dico subito: se mi avessero detto che un giorno avremmo discusso su quale sia il Frankenstein più romantico della storia del cinema, probabilmente l’avrei messo nella lista dei buoni propositi insieme a “iniziare a correre all’alba” e “recuperare tutti i film muti in costume”. E invece eccoci qui, con Guillermo del Toro che arriva, prende il mostro più famoso del mondo e gli mette addosso non solo cicatrici e chiodi morali, ma anche una quantità di melodramma, desiderio e tenerezza che Mary Shelley, onestamente, avrebbe apprezzato parecchio.
La domanda è semplice, brutale e un po’ ironica: questo nuovo Frankenstein di Del Toro è davvero il più romantico di sempre? Ti spoilerò la mia risposta: sì, e non nel modo zuccheroso che temi.
Un mostro che chiede amore, non solo vendetta
Del Toro fa una cosa che in teoria è ovvia, ma al cinema quasi nessuno ha il coraggio di portare fino in fondo: prende la Creatura sul serio. Non come arma narrativa, non come spavento da poster, non come simbolo generico dell’“uomo che gioca a fare Dio”, ma come creatura che vuole essere amata. Ed è qui che entra il melodramma.
La Creatura di questo film non è un golem balbettante con due bulloni nel collo: è un corpo martoriato e bellissimo, cucito male ma guardato da vicino, con pudore. Ha una fisicità tragica, sì, ma anche una vulnerabilità quasi infantile. Del Toro la filma come si filma un protagonista romantico spezzato: in controluce, nei silenzi, negli sguardi che chiedono senza avere le parole.
Victor Frankenstein, interpretato con quell’aria tormentata da scienziato che si crede puro e invece combina disastri emotivi, diventa non solo il padre mancato, ma il primo grande amore non corrisposto della Creatura. Non sexy, non letterale. Ma emotivo. È un film che ti dice chiaramente: il dramma non è il fulmine che dà la vita, ma l’assenza d’amore dopo.
In questo senso il gotico di Del Toro si trasforma nel terreno perfetto per il melodramma: candele, pioggia, scale a chiocciola, musica di Desplat che accarezza più che colpire, e in mezzo un essere che non chiede il mondo, chiede una mano. E non la ottiene.
Ma gli altri Frankenstein erano così freddi?
Per capire quanto Del Toro spinge sul lato romantico, tocca fare un giro veloce tra gli illustri predecessori.
Quello del 1931 di James Whale, con Boris Karloff, è ancora un caposaldo assoluto. Gotico puro, atmosfera storica, un mostro che soffre, sì, ma dentro un mondo che lo tratta apertamente come errore. C’è compassione, non c’è davvero romanticismo. Non hai l’impressione che il film voglia farti vivere i sentimenti interiori del mostro come una storia d’amore mancata: è più una tragedia morale.
Con “Bride of Frankenstein” le cose si spostano un po’: il desiderio di compagnia diventa centrale, c’è la Creatura che implora di non essere sola, la Sposa rifiuta, lui capisce tutto e decide che “we belong dead”. È potentissimo, e qui sì, il romanticismo tragico fa capolino: voglia di essere amato, rifiuto definitivo, esplosione finale. Ma resta un frammento, un atto conclusivo, non l’asse emotivo portato avanti con la delicatezza che mette Del Toro.
Poi c’è Kenneth Branagh con “Mary Shelley’s Frankenstein” del 1994, che è il cugino barocco iper-caffeinato del mito: tanto sudore, tanta musica alta, tanto amore carnale, tanta tragedia con Elizabeth, fino al delirio gotico finale. Romantico? Sì, nel senso di eccesso, di corpi che si lanciano nel fuoco, di capelli al vento, di cuore in gola. Ma è un romanticismo urlato, teatrale, più interessato a Victor che alla Creatura come figura amorosa.
Altrove, tra vari tentativi moderni, graphic novel viventi, esperimenti action, il lato romantico diventa spesso accessorio, citazione, sottotesto. Nessuno si mette davvero a dire: ok, facciamo di Frankenstein un melodramma sul bisogno d’amore e sull’abbandono. Finché arriva Del Toro.
Del Toro e il romanticismo sporco di sangue
Quello che mi piace di questo Frankenstein è che non ha paura di essere sentimentale. Non buonista, non soft. Sentimentale. Ogni scelta visiva va in quella direzione: le luci morbide sulle ferite, il modo in cui la macchina da presa si avvicina alla Creatura senza mai trasformarla in freak da baraccone, il legame padre/figlio trattato come una storia d’amore tossica che non è mai cominciata davvero.
La Creatura non vuole solo capire chi è: vuole essere scelto. Vuole qualcuno che dica: “Tu sei mio”. E non lo trova. E allora il film ti accompagna in un percorso che assomiglia terribilmente a quello di un melodramma romantico: nascita impossibile, rifiuto, tentativo di adattarsi, nuovo rifiuto, desiderio di legame, tradimento finale. Ogni volta che potrebbe scivolare nel puro horror, Del Toro infila un dettaglio che ti riporta sul piano dei sentimenti.
Anche i personaggi attorno a Victor e alla Creatura non sono solo pedine del terrore, ma corpi e relazioni dentro una tragedia affettiva: famiglie incomplete, padri duri, amori promessi e negati, gesti di cura che arrivano sempre troppo tardi. Perfino la violenza – e ce n’è – non è mai esibita per il gusto dello shock, ma come conseguenza di una frattura emotiva insanata.
È come se Del Toro avesse preso tutto il gotico classico – castelli, laboratori, piogge torrenziali, scale, ombre, cappotti pesanti – e ci avesse infilato dentro il cuore di un film su un figlio non voluto. E lì il romanticismo esplode, senza bisogno di baci, solo con sguardi che non arrivano mai.
Quindi sì, il Frankenstein più romantico (ma nel modo giusto)
Se per romantico intendi “coppia che si bacia al tramonto”, allora no, non è questo il film giusto. Se invece parliamo di romanzo dei sentimenti, di melodramma su identità, rifiuto e bisogno disperato di essere visti, allora sì: il Frankenstein di Del Toro è probabilmente il più romantico che abbiamo avuto finora.
Più di Whale, perché non si limita a suggerire empatia, ci ci affoga dentro.
Più di Branagh, perché non urla l’amore, lo fa vedere nel vuoto che lascia.
Più dei vari tentativi moderni, perché non ha paura di essere gotico e sentimentale allo stesso tempo, senza ironia di protezione.
È un film dove il “mostro” non chiede vendetta come prima opzione. Chiede relazione. Il fatto che non la ottenga, che il mondo risponda con paura, sfruttamento, violenza, è quello che rende tutto profondamente melodrammatico. E profondamente umano.
E adesso tocca a te
Io la mia l’ho detta: per me questo Frankenstein è la versione più romantica, nel senso più serio del termine, che il cinema abbia mai fatto del mito. Non è solo gotico, non è solo horror, non è solo adattamento fedele: è una storia d’amore mancato tra un creatore codardo e una creatura troppo umana.
Ora sono curioso di sapere cosa ne pensi tu: tra tutti i Frankenstein che hai visto, questo di Del Toro ti sembra davvero quello più romantico? O sei ancora legato alla tragedia della Sposa, all’eccesso di Branagh, al mito di Karloff che muove le mani verso la luce?
Scrivimelo nei commenti, così facciamo la nostra personale classifica sentimentale dei mostri.


