C’è un momento in cui un personaggio pubblico smette di fare il proprio mestiere e inizia a fare qualcos’altro. Nel caso del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, quel momento sembra arrivato da un po’. Le ultime settimane lo hanno visto protagonista di una serie di episodi che fanno riflettere, e non certo sulla qualità del lavoro che svolge in tribunale.
Tutto ruota attorno al referendum sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo. Gratteri è diventato il volto più riconoscibile della campagna per il No, ospite fisso nei salotti televisivi, presente su quasi tutti i canali, sempre pronto a prendere la parola. Fin qui nulla di strano: un magistrato può avere opinioni e può esprimerle. Il problema nasce quando, in quella campagna, si comincia a usare qualsiasi cosa pur di convincere la gente, comprese le notizie false.
Durante la trasmissione In altre parole su La7, condotta da Massimo Gramellini, Gratteri ha tirato fuori il nome di Sal Da Vinci, il cantante napoletano che ha vinto il Festival di Sanremo 2026 con il brano Per sempre sì. Il gioco di parole era evidente: il titolo della canzone suona come uno slogan a favore del Sì alla riforma. Gratteri ha risposto con sicurezza che Sal Da Vinci, in realtà, avrebbe votato No. Una notizia che il cantante ha dovuto smentire in prima persona, perché non aveva mai detto niente del genere. La frase che Gratteri aveva spacciato per vera era un meme satirico circolato sui social, pubblicato da una pagina chiamata Socialisti Gaudenti. Preso per buono, rilanciato in diretta televisiva davanti a centinaia di migliaia di telespettatori.
Come ha reagito Gratteri davanti a questa figuraccia? Prima ha detto che stava scherzando. Poi ha spiegato che rideva con il conduttore. Poi ha aggiunto che era tutto un gioco. Una versione diversa ogni volta, nessuna che convincesse davvero. Il Foglio lo ha contattato per chiedere chiarimenti, e qui la situazione è precipitata ulteriormente. Il procuratore, invece di ammettere l’errore e andare avanti, ha lanciato quello che in molti hanno interpretato come una minaccia diretta al giornale: “Se dovete speculare e diffamare fate pure. Tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti. Nel senso che tireremo una rete.”
Tirare una rete, detto dal capo della Procura più grande d’Europa, non suona come una battuta. Suona come un avvertimento. E infatti la reazione è stata immediata: il vicepremier Antonio Tajani ha parlato di atto gravissimo che lede la libertà di stampa, il sottosegretario Alberto Barachini ha chiesto scuse pubbliche, la Federazione nazionale della stampa è intervenuta, e persino all’interno del Csm si è aperta una pratica per valutare il comportamento del procuratore. Il deputato Enrico Costa ha chiesto un’informativa urgente al ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Ma questo non è nemmeno il primo scivolone. Poche settimane prima, Gratteri era già finito al centro delle polemiche per un’altra dichiarazione, quando aveva letto in televisione una presunta intervista al giudice Giovanni Falcone, morto nel 1992. Anche in quel caso la fonte era falsa. Due episodi simili, a poca distanza l’uno dall’altro, durante la stessa campagna referendaria. A un certo punto diventa difficile continuare a parlare di svista.
La domanda che vale la pena porsi non riguarda la riforma della giustizia in sé, su cui ognuno può avere la propria opinione. La domanda riguarda il modo in cui Gratteri sta conducendo questa battaglia. Dire che chi vota Sì appartiene alla categoria degli indagati, degli imputati, della massoneria deviata e dei centri di potere – come ha fatto in una precedente dichiarazione – non è un argomento. È un tentativo di mettere in cattiva luce chiunque la pensi diversamente, usando l’autorevolezza del ruolo per fare pressione sull’opinione pubblica.
Un magistrato ha tutto il diritto di partecipare al dibattito pubblico. Ma quando si diffondono notizie false, quando si minacciano i giornali che fanno domande scomode, quando si dividono i cittadini tra “persone perbene” e tutto il resto, si sta facendo qualcosa di molto diverso dall’esercitare un diritto civile. Si sta facendo propaganda. E la propaganda, quando viene da chi ha il potere di aprire fascicoli e iscrivere nomi nel registro degli indagati, ha un peso specifico molto diverso da quello di un qualsiasi opinionista televisivo.
Il referendum si voterà tra pochi giorni. Gli italiani decideranno da soli cosa votare. Ma sarebbe bene farlo sulla base di argomenti veri, non di meme scambiati per dichiarazioni ufficiali.
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