Dave Grohl ha appena raccontato una cosa che detta così sembra una pessima idea, e invece nel suo caso pare abbia funzionato davvero. Mentre i Foo Fighters si preparano a pubblicare il loro dodicesimo album, Your Favorite Toy, in uscita il 24 aprile 2026, il frontman ha svelato che il suo rituale prima di salire sul palco non prevede tè caldo, esercizi di respirazione o lunghe sessioni di riscaldamento vocale. Prevede birra, whiskey e, qualche volta, pure un antidolorifico. E la parte più assurda è che, quando anni fa si è fatto controllare le corde vocali, il medico gli ha detto che stavano benissimo.
Grohl lo ha raccontato nel podcast Dish, parlando di una visita fatta circa otto anni fa, quando aveva deciso di controllare per la prima volta le sue corde vocali. Era convinto di sentirsi dire il peggio. Si aspettava un disastro, anche perché parliamo di uno che sul palco non canta in punta di piedi, ma spinge da sempre con quella voce graffiata e piena di energia che conosciamo bene. Invece il responso è stato l’opposto: tutto in ottima forma.
A quel punto il medico gli ha chiesto se facesse vocal warm-up, se avesse una routine specifica prima dei live, se seguisse qualche metodo da cantante super disciplinato. La risposta è stata no, su tutta la linea. Grohl ha detto che, circa un’ora prima di un concerto, di solito apre una birra, poi magari prende un Advil perché gli fanno male ginocchia o caviglie, poi passa a uno shot di whiskey, poi a un’altra birra, poi magari a un altro giro collettivo con la band. Hanno persino un nome per quel momento: “band prayer”, cioè una specie di preghiera di gruppo in versione molto meno ascetica e molto più rock’n’roll.
La battuta finale è quasi la parte migliore. Dopo aver sentito tutta la storia, il medico gli avrebbe detto di non cambiare niente, perché evidentemente quello che stava facendo, per lui, funzionava. Che poi sia un consiglio da imitare? Direi proprio di no. Però come racconto su Dave Grohl è perfetto, perché ci ritrovi dentro tutto quello che il personaggio rappresenta da anni: uno che sembra sempre muoversi con l’aria di quello normalissimo, quasi improvvisato, ma poi regge ritmi che metterebbero in crisi metà del pianeta.
Ed è anche questo il motivo per cui la storia interessa. Non è solo la classica curiosità da intervista promozionale. È un piccolo promemoria di quanto Grohl continui a incarnare un certo modo di stare nel rock: fisico, rumoroso, diretto, poco impostato. Uno che non si costruisce l’aura del cantante intoccabile, ma neppure quella del martire. Ti racconta che gli fanno male le ginocchia, che si sente vecchio, che beve una birra prima del live e poi va sul palco. Fine. Sembra quasi una scena da backstage raccontata da un amico, non da una star che ha passato decenni in cima.
Intanto i Foo Fighters arrivano a questo nuovo disco in un momento parecchio osservato. Your Favorite Toy è stato anticipato dai singoli Asking For A Friend, Your Favorite Toy, Caught In The Echo e Of All People, e uscirà proprio il 24 aprile. Sul fronte live, la band ha già varie date in calendario, compresi concerti in Nord America e un tour europeo con due date ad Anfield, a Liverpool, mentre il sito ufficiale conferma altri appuntamenti già fissati nelle prossime settimane.
Negli ultimi mesi, poi, attorno ai Foo Fighters non si è parlato solo di musica. La band ha affrontato anche la questione dell’uscita del batterista Josh Freese, definendola una decisione presa perché ritenuta la migliore per tutte le parti coinvolte. E lo stesso Grohl, all’inizio di aprile, si è lasciato andare anche a un commento politico piuttosto raro, dicendo che gli Stati Uniti sono profondamente divisi e che serve un cambiamento.
Però, diciamolo, in mezzo a tutto questo il dettaglio che ti resta in testa è un altro. Non la strategia del disco. Non il tour. Non neppure la solita narrazione del frontman instancabile. Ti resta l’immagine di Dave Grohl che, prima di cantare davanti a uno stadio, si fa una birra, poi uno shot, poi un altro brindisi con la band, e sale sul palco come se fosse la cosa più normale del mondo.
Ed è una storia che funziona perché è assurda, sì, ma anche molto da lui. Un po’ scapestrata, un po’ autoironica, molto rock. E soprattutto raccontata senza pose. Che oggi, nel mondo delle interviste tutte pettinate e delle risposte perfette, è quasi più raro di un acuto tenuto bene dopo tre birre.


