C’è una storia che pochissimi conoscono dietro una delle canzoni più amate del rock mondiale. David Bowie compose “Space Oddity” nel 1969 dopo aver visto più volte al cinema un film che lo aveva completamente travolto: “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick, uscito l’anno precedente. E lo aveva visto, come ha ammesso lui stesso, in uno stato di alterazione mentale tutt’altro che sobrio. In un’intervista del 2003 alla rivista Performing Songwriter dichiarò: “Lo trovai incredibile. Ero completamente fuori, andai a vederlo più volte, e fu una vera rivelazione. Da lì nacque la canzone.”
La cosa affascinante è che quasi nessuno, all’epoca, sapesse da dove venisse davvero “Space Oddity”. Tutti la collegarono alla missione Apollo 11, che portò l’uomo sulla Luna nel luglio del 1969, pochi giorni dopo l’uscita del singolo. La BBC la scelse addirittura come sottofondo musicale per la propria trasmissione dello sbarco lunare, e da quel momento in poi milioni di persone la considerarono un inno alla conquista dello spazio.
Bowie trovò la situazione piuttosto comica. “Sono sicuro che non stessero ascoltando i testi”, disse nella stessa intervista. “Qualche funzionario della BBC avrà detto: ‘Bene, mettiamo quella canzone dello spazio con Major Tom, farà un bell’effetto.’ Peccato che il protagonista resti bloccato nello spazio per sempre. Nessuno ebbe il coraggio di farglielo notare.”
Chi conosce bene la canzone sa che non c’è niente di trionfante in “Space Oddity”. È una storia di solitudine, di separazione irreversibile, di un uomo che guarda la Terra da lontano senza poterci tornare. Il protagonista Major Tom è un astronauta che perde i contatti con la base a causa di un guasto tecnico e rimane alla deriva nello spazio. Le ultime strofe sono tra le più disperate mai scritte nel rock: “Eccomi qui, che flutto nella mia capsula, lontano dalla Luna. Il pianeta Terra è blu e non posso farci niente.”
Questa malinconia profonda non è casuale: Bowie la prese direttamente da Kubrick. Anche “2001: Odissea nello Spazio” ruota attorno alla solitudine dell’essere umano nell’universo. Il protagonista del film, l’astronauta David Bowman, si ritrova solo e irriconoscibile dopo aver attraversato l’esperienza del monolite alieno, trasformato in qualcosa che non appartiene più al mondo degli uomini. La scena finale lo mostra come una figura sperduta nello spazio, capace di vedere la Terra ma ormai lontanissimo da essa per sempre.
Il parallelo tra i due personaggi è immediato. David Bowman e Major Tom condividono lo stesso destino: guardano la Terra da una distanza incolmabile, senza possibilità di ritorno, sospesi in un silenzio cosmico che non lascia scampo. Bowie assorbì quella sensazione al cinema, la elaborò e la trasformò in musica. Non fu un episodio isolato nella sua carriera: quella fascinazione per lo spazio inteso come luogo di isolamento e perdita tornò più volte, dall’alter ego Ziggy Stardust alla sua interpretazione di un alieno nel film “L’uomo che cadde sulla Terra” del 1976.
“2001: Odissea nello Spazio” era, all’epoca della sua uscita, il film di fantascienza più rigoroso e convincente che il cinema avesse mai prodotto. Kubrick costruì ogni dettaglio con un’attenzione quasi maniacale alla realtà scientifica, ottenendo un risultato visivo che ancora oggi regge il confronto con le produzioni moderne. Bowie rimase folgorato da quella visione, e quella folgorazione diede vita a una delle canzoni più belle e durature del Novecento.
La BBC, inconsapevolmente, aiutò “Space Oddity” a diventare leggenda trasmettendola durante lo sbarco sulla Luna. Ma la vera storia di quella canzone è un’altra: nasce in una sala cinematografica buia, da un giovane musicista che guarda Kubrick e sente nascersi dentro qualcosa di irripetibile.
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