Alla vigilia dei David di Donatello 2026, il cinema italiano è salito al Quirinale con i candidati, i premi, i sorrisi di rito e una questione enorme sul tavolo: come vengono usati i soldi pubblici destinati ai film. Davanti al presidente Sergio Mattarella, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito “inaccettabile” la mancata assegnazione di fondi al docufilm Tutto il male del mondo, dedicato a Giulio Regeni. E da lì il discorso si è allargato subito: il cinema italiano va tutelato, sì, ma i finanziamenti pubblici non possono essere distribuiti come se fossero una rendita di posizione.
La cerimonia dei David andrà in onda il 6 maggio in prima serata su Rai 1, dagli studi di Cinecittà, con Flavio Insinna e Bianca Balti alla conduzione. Ma l’incontro al Quirinale ha avuto un tono molto diverso dalla classica passerella prima dei premi. C’era l’emozione, certo. C’erano i candidati, i volti noti, le battute. Però sotto la superficie si sentiva una tensione chiara: il settore chiede ascolto, ma il pubblico ha anche diritto di chiedere conto di come vengono spesi i soldi pubblici.
Ed è qui che il discorso diventa delicato.
Perché difendere il cinema italiano non significa difendere qualunque film solo perché prodotto in Italia. Non funziona così. Se si parla di risorse pubbliche, quindi di soldi dei contribuenti, bisogna essere molto più severi. Quei fondi dovrebbero andare a opere con valore culturale, artistico, storico o sociale. Film capaci di raccontare il Paese, di conservare memoria, di rischiare qualcosa, di dare lavoro a professionisti veri e di lasciare una traccia. Non a produzioni nate dentro giri chiusi, non a commedie deboli messe insieme tanto per occupare una casella, non a progetti che sembrano esistere più per alimentare rapporti e amicizie che per offrire qualcosa alla cultura italiana.
Giuli, nel suo intervento, ha parlato di errori, opacità e imperizia. Ha detto che alcuni film hanno ricevuto finanziamenti pubblici immeritati, sia su base automatica sia su base selettiva, mentre altri, pur meritandoli, non li hanno ottenuti. E ha citato proprio il caso del docufilm su Giulio Regeni come esempio di caduta grave. Una vicenda come quella di Regeni non è un tema qualunque. È memoria civile, dolore pubblico, richiesta di verità, rapporto tra Stato, cittadini e diritti umani. Se un progetto simile resta fuori mentre altri passano senza un valore chiaro, allora il sistema non può limitarsi a dire “serve più sostegno”. Deve prima spiegare come sceglie.
E questa è la parte che spesso il mondo del cinema fatica ad accettare fino in fondo. Chiedere trasparenza non è essere contro il cinema. Anzi. È l’unico modo serio per difenderlo. Perché quando il pubblico percepisce che i fondi finiscono sempre nelle stesse mani, o che vengono sostenuti film senza ambizione, senza pubblico e senza peso culturale, allora cresce il fastidio. E quel fastidio danneggia anche le opere buone, quelle che invece meriterebbero davvero aiuto.
Piera Detassis, presidente e direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano, ha ricordato che il cinema è arte, artigianato e industria. Ed è giusto. Un film non è solo il regista sul red carpet. È lavoro di tecnici, costumisti, montatori, elettricisti, scenografi, attori, fonici, truccatori, sale, distribuzione. C’è una filiera enorme dietro ogni produzione. Ma proprio perché è una filiera importante, non può essere trattata come un territorio senza responsabilità.
Il cinema pubblico, o sostenuto dal pubblico, dovrebbe avere una missione più alta. Non per forza deve essere pesante, triste o “da festival” nel senso più noioso del termine. Anche una commedia può avere valore culturale, se racconta qualcosa del Paese, se ha scrittura, sguardo, identità. Il problema sono le commedie inutili, quelle che sembrano fatte con il pilota automatico, senza idee, senza rischio, senza necessità. Se un film non regge né come opera culturale né come prodotto popolare, perché deve essere sostenuto con soldi pubblici?
Questa domanda andrebbe fatta più spesso.
Il caso Regeni, da questo punto di vista, diventa simbolico. Non perché ogni film civile debba essere finanziato per definizione, ma perché dimostra quanto sia urgente avere criteri chiari. Un progetto su una vicenda così importante può essere escluso, certo, ma allora bisogna sapere perché. Con quali parametri. Con quale valutazione. Con quale responsabilità. Altrimenti resta la sensazione peggiore: quella di un sistema che decide troppo spesso in modo poco comprensibile.
Mattarella ha chiuso l’incontro con parole di incoraggiamento al cinema italiano, augurando agli autori di andare avanti, avere audacia e realizzare liberamente i propri progetti. È un messaggio importante, perché la libertà creativa è fondamentale. Però libertà creativa e finanziamento pubblico non sono la stessa cosa. Un autore deve essere libero di fare il film che vuole. Ma se chiede soldi pubblici, deve accettare anche una valutazione rigorosa. Non è censura. È responsabilità.
La parte più leggera della mattinata è arrivata con Claudio Bisio, che ha condotto l’incontro e ha ricordato con ironia il suo film Benvenuto Presidente!, girato in parte proprio al Quirinale. Mattarella ha scherzato sul cerimoniale disorientato, Bisio ha raccontato dei rollerblade sui pavimenti e per qualche minuto la tensione si è sciolta. Una scena simpatica, utile a ricordare che il cinema è anche questo: memoria condivisa, leggerezza, immagini che restano.
Ma la leggerezza non cancella il problema.
I David 2026 arrivano in un momento complicato. I grandi sfidanti sono Le città di pianura di Francesco Sossai, con sedici candidature, e La Grazia di Paolo Sorrentino, con quattordici. Sono già stati annunciati anche alcuni riconoscimenti speciali: il Premio alla Carriera a Gianni Amelio, il David Speciale a Bruno Bozzetto, il Premio Speciale Cinecittà David 71 a Vittorio Storaro e il David dello Spettatore a Buen Camino di Gennaro Nunziante, scritto con Luca Medici, cioè Checco Zalone, premiato per gli oltre 9,5 milioni di spettatori.
E anche qui il contrasto è interessante: da una parte il cinema premiato dall’Accademia, dall’altra quello premiato dal pubblico. In mezzo c’è la domanda più scomoda: quando interviene lo Stato, cosa deve premiare? La risposta non può essere “chiunque faccia cinema”. Deve essere: chi porta valore.
Il cinema italiano va protetto, ma non coccolato a prescindere. Va sostenuto quando serve a costruire cultura, memoria, lavoro serio, ricerca artistica, identità. Va aiutato quando il mercato da solo non basta a difendere opere necessarie. Ma va anche ripulito da automatismi, favoritismi, progetti senza sostanza e finanziamenti dati per abitudine.
Se il caso Regeni servirà almeno ad aprire questa discussione, allora la vigilia dei David avrà avuto un peso reale. Non solo premi, foto e applausi. Ma una domanda semplice, quasi brutale: i soldi pubblici al cinema stanno andando ai film giusti?
Tu cosa ne pensi dei finanziamenti pubblici al cinema italiano? Scrivilo nei commenti e dimmi se secondo te dovrebbero andare solo a opere con un vero valore culturale, artistico, storico o sociale.


