Guillermo del Toro ha fatto quello che nessuno aveva il coraggio di fare: trasformare Victor Frankenstein da piagnucolone indeciso a vero bastardo con le contropalle. E sai cosa? Era ora. Il nuovo “Frankenstein” con Oscar Isaac, presentato al Festival di Toronto, ribalta completamente la narrativa tradizionale del personaggio e ci consegna una versione del dottore che finalmente si prende le sue responsabilità. O meglio, che dimostra quanto sia davvero stronzo.
Perché diciamocelo: nel romanzo originale di Mary Shelley, Victor è fondamentalmente un fifone che scappa appena la sua creatura apre gli occhi. Un procrastinatore seriale che quando il mostro gli chiede di creargli una compagna dice sì, poi rimanda per mesi, poi costruisce effettivamente la creatura femmina e alla fine distrugge tutto all’ultimo momento. E quando il mostro minaccia chiaramente Elizabeth, la sua fidanzata, cosa fa il nostro eroe? Rimanda ancora finché non è troppo tardi. Frustrante, vero?
Del Toro invece ci presenta un Victor che non scappa, non si nasconde dietro all’indecisione e soprattutto non è una vittima delle circostanze. Questo Victor interpretato da Oscar Isaac è proattivo nel suo essere una merda di persona. Non abbandona la creatura per paura: resta lì e rende tutto peggio con le sue azioni deliberate. È una scelta narrativa coraggiosa che la maggior parte degli adattamenti moderni non oserebbe mai fare, troppo impegnati com’è a rendere simpatici i loro protagonisti.
Basta con i protagonisti edulcorati
La tendenza moderna degli adattamenti è quella di smussare gli angoli, di rendere i personaggi più digeribili per il pubblico. Hai presente cosa ha fatto HBO con Tyrion Lannister in “Il Trono di Spade”? Hanno avuto talmente paura di farlo diventare antipatico che hanno sacrificato tutta la sua complessità psicologica. Il risultato? Un personaggio piatto che ha contribuito al disastro delle ultime stagioni.
Del Toro invece fa il contrario: prende un personaggio già problematico e raddoppia la posta. Non cerca di giustificare Victor o di renderlo più comprensibile. Lo presenta per quello che è: un uomo che fa scelte sbagliate e ne è pienamente consapevole. È una mossa che richiede coraggio, soprattutto in un’epoca in cui tutti vogliono eroi con cui identificarsi.
La cosa interessante è che anche nel romanzo originale c’è spazio per questa interpretazione. Mary Shelley usa la tecnica del narratore inaffidabile, lasciando aperta la possibilità che Victor non sia sincero quando racconta la sua storia. Forse non è davvero così ingenuo come vuole farci credere. Forse è solo un codardo che si nasconde dietro alla presunta ignoranza delle conseguenze.
Personaggi con le palle
Ma non è solo Victor a essere diverso. Del Toro ha dato personalità forti anche agli altri personaggi che nel libro sembravano fantasmi. Elizabeth, interpretata da Mia Goth, non se ne sta seduta in disparte a preoccuparsi: interviene attivamente, fa domande, pretende risposte. Anche Leopold, il padre di Victor interpretato da Charles Dance, non è più una presenza anonima ma un personaggio che si inserisce nella storia con forza.
Questa scelta espande il tema della paternità che era già presente nel romanzo ma che qui assume dimensioni nuove. Del Toro stesso ha spiegato che il suo approccio è stato autobiografico, proprio come quello di Mary Shelley: “Parlerò non di un mostro e un creatore, ma di me e mio padre e di me e i miei figli”.
Il coraggio di non piacere
Quello che rende speciale questo adattamento è il rifiuto categorico di essere simpatico. In un panorama cinematografico dove tutti cercano di accontentare il pubblico, Del Toro sceglie la strada più difficile: quella dell’onestà emotiva. Non importa se Victor non è simpatico, importa che sia vero.
È lo stesso approccio che dovremmo pretendere da tutti gli adattamenti. Troppo spesso vediamo opere annacquate che perdono il mordente dell’originale pur di non disturbare nessuno. “The Sandman” di Netflix ne è un esempio perfetto: troppo preoccupato di non offendere, troppo poco interessato a raccontare una storia che abbia davvero qualcosa da dire.
Del Toro invece ci ricorda che il cinema può essere scomodo, può mostrarci personaggi che non ci piacciono ma che ci fanno riflettere. Victor Frankenstein non deve essere un eroe, deve essere umano. E gli esseri umani, spesso, sono delle merde.
Un adattamento che morde
“Frankenstein” uscirà nelle sale il 17 ottobre per una distribuzione limitata, poi arriverà su Netflix il 7 novembre. Una strategia che la dice lunga sulle intenzioni del regista: questo non è un film pensato per le masse, è un’opera che richiede attenzione e che probabilmente dividerà il pubblico.
E forse è proprio questo il punto. Non tutti i film devono piacere a tutti. Alcuni devono semplicemente dire la verità, anche quando fa male. Del Toro ha creato un adattamento che rispetta l’intelligenza del pubblico e non ha paura di mostrare la brutalità che era già presente nel romanzo di Shelley.
Dopo decenni di Victor Frankenstein piagnucolosi e giustificati, finalmente abbiamo un adattamento che ha il coraggio di dire: questo tizio è un bastardo, e la storia è molto più interessante così.
Cosa ne pensi? Credi che fosse ora di avere un Victor Frankenstein senza scuse, oppure preferisci la versione più “comprensibile” del personaggio? Facci sapere nei commenti!


