Devo essere onesto fin dall’inizio: Delirio, la nuova miniserie Netflix colombiana basata sul romanzo del 2004 di Laura Restrepo, è una di quelle produzioni che ti affascina visivamente ma ti lascia con l’amaro in bocca dal punto di vista narrativo. È come guardare un quadro bellissimo appeso storto: l’arte c’è, ma qualcosa non va nel modo in cui è presentata.
La serie racconta la storia di Agustina, una donna la cui vita è sempre stata intimamente legata alla sessualità, attraverso due linee temporali che si intrecciano. Nel presente la vediamo iniziare una relazione con Aguilar, un professore universitario più grande di lei, ma dopo un evento misterioso che la sconvolge, l’uomo inizia a indagare su quello che potrebbe essere successo. È qui che entra in gioco la timeline del passato, che esplora il rapporto problematico di Agustina con la sua famiglia e la sua psiche, oltre alla relazione con Freddy, un amico di suo fratello.
Sulla carta sembra tutto perfetto per un dramma psicologico intenso. Nella realtà, almeno nei primi tre episodi che ho potuto visionare, la serie non mantiene le sue promesse.
L’aspetto visivo che conquista
Se c’è un aspetto in cui Delirio non delude, è sicuramente la regia fotografica. La serie non si trattiene nel mostrare un simbolismo stratificato che accompagna l’evoluzione del personaggio di Agustina, utilizzando un linguaggio visivo che riesce a essere allo stesso tempo diretto e interpretabile. Ogni inquadratura sembra pensata per raccontare qualcosa di più della semplice azione che si svolge sullo schermo.
Particolarmente riuscita è la rappresentazione dell’infanzia di Agustina, dove i personaggi frustanti che hanno influenzato la sua crescita vengono mostrati attraverso una lente che ti fa capire perché lei sia diventata la persona che vediamo nel presente. È storytelling visivo di alto livello, che dimostra come si possa raccontare una storia complessa senza bisogno di dialoghi esplicativi.
Il rapporto con la sensualità
Uno degli aspetti più delicati da gestire in una serie come questa è il contenuto sessuale. Delirio riesce a evitare la trappola di usare la sessualità fine a se stessa, integrandola invece come parte organica della caratterizzazione. Ogni scena intima è costruita con cura deliberata, utilizzata per enfatizzare le relazioni tra i personaggi in modi significativi.
Non raggiunge mai i livelli di esplicitezza di serie come Bridgerton, ma senza queste scene le complessità tra alcuni personaggi non risulterebbero altrettanto credibili. Le loro azioni dicono molto di più delle loro parole, e questo è un approccio maturo che va apprezzato.
Dove la serie inciampa: scrittura e personaggi
Il problema principale di Delirio emerge quando ci si concentra sulla sostanza narrativa. Mentre le performance del cast sono solide e i personaggi appaiono realistici, la sceneggiatura dei personaggi risulta spesso superficiale. La serie regala loro momenti memorabili, ma all’interno di bolle narrative che non contribuiscono al loro scopo generale.
Agustina stessa è un personaggio interessante, con le sue lotte che costituiscono il nucleo della storia. Ma altri personaggi, come suo fratello minore Bichi, hanno storie intriganti che non vengono sviluppate a sufficienza. Il caso più frustrante è quello di Aguilar, le cui decisioni bizzarre dopo l’incidente di Agustina fanno sembrare la storyline del presente un pensiero secondario.
Decisioni narrative discutibili
Pur non avendo visto la miniserie completa, sono evidenti scelte narrative sconcertanti che pervadono ogni episodio. Non rovinano completamente le idee interessanti e i temi che Delirio sta affrontando, ma negano alcuni elementi centrali della storia, soprattutto quando una trama attualmente tangenziale distrae da quella principale.
Esistono ancora idee intriganti, e quando la storia è focalizzata produce sviluppi molto coinvolgenti. Ma quando si distrae dal suo percorso principale, specialmente nella storia contemporanea, vacilla pericolosamente.
Il cast che regge nonostante tutto
Il cast di Delirio presenta un insieme variegato di personaggi interessanti e unidimensionali. Juan Pablo Raba nei panni di Aguilar porta sullo schermo una presenza che dovrebbe essere più centrale ma che viene sottoutilizzata dalla sceneggiatura. Paola Turbay come Eugenia riesce a dare spessore a un ruolo che sulla carta potrebbe sembrare marginale.
La protagonista femminile (il cui nome non viene specificato nella fonte originale) offre una performance convincente che riesce a mantenere l’interesse dello spettatore anche quando la scrittura la tradisce. È lei a portare sulle spalle il peso emotivo della serie, e ci riesce con una naturalezza che fa sperare in sviluppi migliori nei prossimi episodi.
Tematiche pesanti trattate con cura
Uno degli aspetti positivi di Delirio è il modo in cui affronta argomenti difficili attraverso gli aspetti più positivi dei suoi personaggi. La serie non banalizza i traumi o le problematiche psicologiche, ma cerca di esplorarli con una sensibilità che, quando funziona, risulta molto efficace.
Il problema è che questa cura non è costante: a volte la serie sembra perdere di vista i suoi obiettivi tematici per inseguire subplot che non aggiungono nulla alla narrazione principale.
Una serie dalle due facce
Delirio è sostanzialmente una produzione dalle due facce. Da un lato abbiamo una serie visivamente sofisticata, con momenti di brillantezza narrativa e tematiche interessanti. Dall’altro, una sceneggiatura incostante che non rende giustizia alle sue ambizioni e personaggi che rimangono spesso abbozzati.
È il tipo di serie che ti fa pensare “poteva essere molto di più”. Hai tutti gli ingredienti per qualcosa di speciale – un cast capace, una regia attenta, temi profondi – ma il risultato finale non riesce a essere all’altezza della somma delle sue parti.
Se sei un amante del cinema d’autore e non ti dispiacciono le narrazioni frammentarie, potresti trovare elementi che ti colpiscono. Se cerchi una storia lineare e ben strutturata, probabilmente rimarrai deluso.
Il verdetto: occasione sprecata
Delirio è una serie che avrebbe potuto essere un piccolo gioiello del catalogo Netflix, ma che si perde per strada a causa di scelte narrative discutibili e una sceneggiatura che non rende onore alle sue ambizioni visive e tematiche.
Non è un completo disastro – ci sono abbastanza elementi interessanti da giustificare una visione – ma è sicuramente un’opportunità mancata. Con più attenzione alla costruzione dei personaggi e alla coerenza narrativa, avrebbe potuto essere qualcosa di speciale.
La Recensione
Delirio
Delirio è una miniserie Netflix colombiana che eccelle dal punto di vista visivo e nella gestione delle tematiche intime, ma che delude profondamente per quanto riguarda sviluppo dei personaggi e coerenza narrativa. Basata sul romanzo di Laura Restrepo, la serie racconta la storia di Agustina attraverso due timeline che si intrecciano, ma mentre la regia fotografica e il simbolismo visivo sono di alto livello, la sceneggiatura risulta superficiale e incostante. Il cast offre performance solide ma viene penalizzato da una scrittura che non sviluppa adeguatamente i personaggi secondari e prende decisioni narrative discutibili che distraggono dalla trama principale.
PRO
- La cinematografia e il simbolismo visivo sono di altissimo livello creando un linguaggio artistico sofisticato che arricchisce la narrazione
- Il trattamento maturo della sessualità evita la gratuità integrando le scene intime come parte organica della caratterizzazione dei personaggi
CONTRO
- La sceneggiatura è incostante e superficiale con personaggi secondari sottosviluppati che restano spesso abbozzati e unidimensionali
- Le decisioni narrative sono spesso discutibili e distraggono dalla trama principale compromettendo la coerenza generale della storia
- La struttura a doppia timeline non sempre funziona creando confusione e perdendo di vista gli obiettivi tematici originali


