Le città di pianura è il film che ha dominato i David di Donatello 2026, portando a casa 8 premi, tra cui miglior film e miglior regia a Francesco Sossai. E ora la domanda viene naturale: di cosa parla questo film che ha battuto nomi molto più prevedibili e ha trasformato una storia di provincia, alcol, amicizia e strade venete in uno dei casi cinematografici italiani dell’anno? La risposta più semplice è questa: parla di due uomini che cercano “l’ultimo bicchiere” e di un ragazzo che, incontrandoli, cambia modo di guardare la vita. Ma dentro c’è molto di più.
Il film segue Carlobianchi e Doriano, interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla. Sono due cinquantenni spiantati, stanchi, sgangherati, con una filosofia di sopravvivenza tutta loro: andare avanti da un bar all’altro, da una notte all’altra, sempre alla ricerca dell’ultimo bicchiere. In Veneto lo chiamano “l’ultimo” o “l’ultima”, quella bevuta che dovrebbe chiudere la serata e invece diventa sempre l’inizio di qualcos’altro. Una scusa, un rito, un modo per non tornare a casa troppo presto.
E già qui capisci che Le città di pianura non è un film “sulla sbronza” nel senso più banale. Non è la commedia alcolica con due personaggi sopra le righe che fanno disastri e basta. Certo, c’è l’alcol. C’è il girovagare. C’è il tono sgangherato. C’è quella sensazione da notte infinita in cui tutto sembra possibile e niente sembra importante. Però Sossai usa questi due uomini per raccontare un pezzo di Italia che il cinema mostra poco: la provincia del Nord Est, le zone tra bar, strade, paesi, industrie, vuoti, amicizie consumate e sogni lasciati in sospeso.
A un certo punto, sulla loro strada arriva Giulio, interpretato da Filippo Scotti. È un giovane studente di architettura, timido, impacciato, innamorato di una ragazza che forse non sa nemmeno bene come raggiungere. Lui appartiene a un altro mondo rispetto a Carlobianchi e Doriano. È giovane, studia, pensa al futuro, ha ancora davanti una vita che potrebbe prendere mille direzioni. Loro, invece, sembrano due uomini arrivati dopo la festa, quando le luci sono già mezze spente e restano solo bicchieri vuoti sul tavolo.
Ed è proprio l’incontro tra questi tre a far partire il film.
Carlobianchi e Doriano diventano per Giulio due mentori improbabili. Non nel senso nobile del termine, ovviamente. Non sono due maestri saggi che gli spiegano la vita guardando il tramonto con la musica emozionante sotto. Sono due uomini pieni di difetti, confusi, spesso ridicoli, a volte teneri, a volte irritanti. Però proprio per questo lo costringono a uscire dalla sua prudenza. Lo portano in un viaggio notturno nella pianura veneta, tra locali, incontri, tentativi, deviazioni e una continua ricerca di qualcosa che forse non è più nemmeno il bicchiere.
Il film, infatti, è un road movie nella pianura veneta, ma non aspettarti il viaggio ordinato con tappe, obiettivi chiari e trasformazione finale servita su un piatto. Qui si viaggia un po’ come si vive quando non si sa bene dove andare: per deviazioni, errori, intuizioni, strade prese male, promesse fatte senza pensarci troppo. Lucky Red lo descrive come un road movie che procede alla velocità con cui si smaltisce una sbronza. E la definizione è azzeccata, perché il film ha un passo tutto suo: non corre, barcolla. Ma barcollando trova una verità strana.
La trama ha anche un motore più concreto: Carlobianchi e Doriano aspettano il ritorno di Genio, un vecchio amico fuggito in Argentina prima della crisi del 2008. In mezzo ci sono ricordi, soldi forse nascosti, illusioni rimaste lì a fermentare per anni. Ma, anche qui, l’importante non è tanto “cosa succede” in senso stretto. L’importante è come questi personaggi attraversano il paesaggio e cosa si portano addosso.
Il Veneto del film non è quello da cartolina. Non è solo Venezia, non è solo bellezza riconoscibile, non è il territorio elegante da brochure turistica. È un Veneto di pianura, bar, strade statali, cantieri, zone industriali, paesi reali o verosimili. Le riprese hanno attraversato diverse aree del territorio veneto, dalla Valbelluna alla pianura tra Venezia, Chioggia, Padovano e Trevigiano, includendo anche il memoriale Brion, legato all’architetto Carlo Scarpa.
E l’architettura non è un dettaglio messo lì per fare cultura. Giulio studia architettura, e il suo sguardo sugli spazi diventa una specie di contrappunto al modo in cui Carlobianchi e Doriano attraversano il mondo. Lui guarda edifici, forme, memoria, luoghi. Loro guardano il prossimo bar, il prossimo bicchiere, la prossima scappatoia. Però, nel film, questi due modi di stare al mondo finiscono per contaminarsi. Giulio impara qualcosa da loro, anche se forse non dovrebbe. E loro, senza accorgersene troppo, trovano in lui un testimone, quasi un figlio temporaneo, qualcuno davanti a cui mostrarsi senza filtri.
La cosa bella è che Le città di pianura non tratta i suoi personaggi come fenomeni da osservare dall’alto. Non li prende in giro. Non li santifica. Non li assolve nemmeno. Li lascia esistere con la loro miseria, la loro comicità, la loro malinconia. Carlobianchi e Doriano possono sembrare due relitti, ma non sono solo questo. Sono anche due uomini che hanno perso occasioni, che si aggrappano a rituali sempre uguali, che cercano nell’amicizia e nell’alcol un modo per non restare soli con sé stessi.
E Giulio, da parte sua, non è solo il ragazzo innocente travolto da due adulti irresponsabili. È qualcuno che sta cercando un varco. Ha paura, desidera, osserva, si lascia trascinare e forse proprio nel caos trova il coraggio di muoversi. La sua presenza impedisce al film di diventare solo un ritratto di uomini alla deriva. Aggiunge uno sguardo giovane, incerto, quasi spaesato, che dà alla storia un’altra temperatura.
Il successo ai David nasce anche da qui. Le città di pianura è un film molto locale, ma non chiuso. Parla veneto, respira Nord Est, conosce quei luoghi, ma racconta qualcosa che può arrivare ovunque: la paura di restare fermi, l’amicizia come ultima ancora, la giovinezza che incontra l’età adulta nel suo lato meno presentabile, la provincia come spazio mentale prima ancora che geografico.
Forse è per questo che ha colpito così tanto. Perché non sembra costruito per piacere a tutti. Non ha la patina del film importante che ti spiega quanto è importante. Ha un’anima più sporca, più sghemba, più imprevedibile. E quando un film italiano riesce a essere così radicato in un territorio e allo stesso tempo così umano, è normale che faccia rumore.
Ai David 2026 ha vinto miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior produttore, miglior attore protagonista a Sergio Romano, miglior casting, miglior canzone originale e miglior montaggio. Non un premio isolato, quindi. Un riconoscimento pieno, quasi una dichiarazione: questo film non è stato solo una sorpresa, è stato il titolo che l’Accademia ha deciso di mettere al centro.
E allora, di cosa parla davvero Le città di pianura? Parla di due uomini che bevono troppo, sì. Di un ragazzo che li segue, certo. Di strade venete, notti, bar, amici perduti e soldi forse sepolti. Ma soprattutto parla di persone che cercano di non sparire. O che spariscono un po’ ogni giorno e provano a riderci sopra.
Non è poco. Anzi, forse è proprio per questo che ha sbancato i David.
Tu hai già visto Le città di pianura o ti incuriosisce dopo il trionfo ai David? Scrivilo nei commenti e dimmi se secondo te il cinema italiano dovrebbe raccontare più spesso storie così radicate nei territori.


