Ti sei mai ritrovato a guardare una serie pensando “dovrebbe piacermi di più di quanto effettivamente mi piaccia”? Diario dei miei due di picche, la nuova serie Netflix svedese basata sul romanzo di Amanda Romare, è esattamente questo tipo di prodotto: ha tutti gli ingredienti giusti per essere memorabile, ma alla fine non riesce mai a decollare completamente, rimanendo in quella zona grigia tra il buono e l’eccellente.
Non fraintendermi, non è una serie da evitare. È solo che con tutto il potenziale a disposizione, ci si aspetterebbe qualcosa di più incisivo di quello che effettivamente ci viene servito.
Un inizio promettente che non mantiene
La serie si apre con Amanda (Carla Sehn) che subisce un episodio di esibizionismo in un parco. Un inizio provocatorio e diretto che promette una narrazione senza fronzoli sulla vita sentimentale di una trentenne single. E in effetti, per i primi episodi, questa promessa sembra mantenuta: dialoghi pungenti, situazioni riconoscibili, un approccio scanzonato ma autentico alle dinamiche del dating moderno.
Il problema è che dopo questo avvio interessante, la serie fatica a trovare un ritmo convincente. Oscilla tra momenti di brillantezza genuina e lungaggini che sembrano riempitive, senza mai decidere definitivamente che tipo di serie vuole essere.
Carla Sehn: una protagonista che convince a metà
Carla Sehn nei panni di Amanda porta sullo schermo una performance onesta che riesce a catturare la vulnerabilità del personaggio senza scadere nel pietismo. È brava nel rendere credibili sia i momenti comici che quelli più drammatici, e il suo Amanda è un personaggio con cui è facile identificarsi.
Tuttavia, c’è qualcosa che non scatta mai completamente. Forse è la sceneggiatura che non le dà abbastanza materiale per brillare, forse è una questione di chimica con il resto del cast, ma la sensazione è sempre quella di un potenziale non del tutto espresso.
La Malmö di cartolina
Una delle cose più riuscite della serie è sicuramente l’ambientazione. Malmö viene mostrata in tutta la sua bellezza scandinava: caffè colorati, bar vivaci, piazze ordinate che fanno venire voglia di prenotare subito un volo per la Svezia. È una delle poche produzioni nordiche che riesce a uscire dai soliti cliché del noir glaciale per mostrarci una Scandinavia vibrante e accogliente.
Il design della produzione e i costumi sono curatissimi, creando un’estetica massimalista e colorata che contrasta piacevolmente con l’immaginario austero che solitamente associamo al Nord Europa. Ogni location sembra uscita da una rivista di lifestyle, e questo contribuisce a rendere la visione piacevole anche quando la trama latita.
Il dating come specchio dei nostri tempi
Dove la serie riesce meglio è nell’osservazione delle dinamiche degli appuntamenti moderni. Le scene di Tinder, gli incontri fallimentari, le conversazioni tra amiche che ti caricano fino a farti sentire invincibile sono tutte rese con una veridicità che strappa sorrisi di riconoscimento.
La sceneggiatura di Moa Herngren e Tove Eriksen Hillblom riesce a catturare bene quella solitudine particolare dei trentenni single in un mondo che sembra correre verso traguardi prestabiliti. La domanda di Amanda “Sono un incel?” è tanto comica quanto disturbante, e riflette perfettamente l’ansia di chi si sente escluso dalle narrazioni romantiche tradizionali.
Troppi temi, poco approfondimento
Il problema principale di Diario dei miei due di picche è che cerca di abbracciare troppo. Da una parte vuole essere una commedia romantica scanzonata, dall’altra una riflessione seria sui traumi infantili e sul disturbo ossessivo-compulsivo. Il risultato è una serie che tocca molti argomenti interessanti senza mai approfondirne veramente nessuno.
Il rapporto con la sorella Adina e la rappresentazione dell’OCD sono gestiti con superficialità, quasi fossero inseriti per dare peso drammatico a una storia altrimenti troppo leggera. È un peccato, perché questi elementi avrebbero potuto elevare significativamente la qualità narrativa.
Scene di sesso tra il geniale e l’imbarazzante
La serie non è certo pudica quando si tratta di intimità, e alcune scene di sesso sono effettivamente esilaranti nella loro stranezza. Ma anche qui c’è un’incostanza di tono che disturba: a volte sembrano funzionali alla caratterizzazione, altre volte gratuite, inserite più per far parlare sui social che per servire la storia.
Cast di supporto sottoutilizzato
Malou Marnfeldt e Moah Madsen nei ruoli delle amiche di Amanda sono brave ma sottosfruttate. I loro personaggi rimangono abbozzati, funzionali più alle esigenze narrative che a una caratterizzazione profonda. È frustrante vedere attrici capaci ridotte a ruoli di contorno quando potrebbero portare molto di più.
Anche i vari interessi romantici di Amanda sono stereotipici nella loro diversità: c’è quello fissato con Zlatan, quello che sbava, l’ex-scientologo bartender. Tutti molto coloriti sulla carta, tutti un po’ piatti nella resa finale.
Un finale che non ripaga l’attesa
Senza fare spoiler, posso dire che il finale ha quel colpo di scena che dovrebbe farti gridare allo schermo, ma che invece lascia una sensazione di incompiutezza. È come se gli sceneggiatori avessero voluto a tutti i costi un momento shock senza preoccuparsi di costruirlo adeguatamente.
Conclusioni: poteva essere di più
Diario dei miei due di picche è una serie che non delude ma nemmeno entusiasma. Ha momenti genuinamente divertenti, una protagonista simpatica e un’estetica curata, ma non riesce mai a trovare quella scintilla che la renderebbe memorabile.
Se ti piacciono le storie sul dating moderno e non ti dispiace un po’ di inconsistenza narrativa, può essere una visione piacevole. Se cerchi qualcosa di più profondo o strutturato, meglio guardare altrove.
La Recensione
Diario dei miei due di picche
Diario dei miei due di picche presenta una protagonista simpatica alle prese con il dating moderno in una Malmö fotograficamente splendida, ma soffre di inconsistenze narrative e superficialità tematica. Nonostante momenti genuinamente divertenti e una buona rappresentazione delle dinamiche contemporanee degli appuntamenti, la serie non riesce a decidere se essere una commedia leggera o una riflessione seria sui traumi personali. Il risultato è un prodotto piacevole ma non memorabile, che spreca il potenziale di una premessa interessante e di un cast capace.
PRO
- Carla Sehn offre una performance onesta e riconoscibile nel ruolo di una trentenne single che lotta con la solitudine e le aspettative sociali
- L'ambientazione di Malmö è fotografata magnificamente mostrando una Scandinavia vibrante e colorata lontana dai soliti cliché noir nordici
- La rappresentazione delle dinamiche del dating moderno è veritiera e divertente con situazioni in cui molti spettatori si riconosceranno facilmente
CONTRO
- La serie non riesce a trovare un tono coerente oscillando confusamente tra commedia leggera e drammi personali seri senza approfondire nessuno dei due aspetti
- Temi importanti come il disturbo ossessivo compulsivo e i traumi infantili vengono trattati con superficialità risultando più decorativi che sostanziali


