The Bear si prepara alla quinta e ultima stagione, attesa per giugno 2026, ma l’attesa non sembra più quella dei primi anni. Ed è strano, perché per un periodo la serie creata da Christopher Storer sembrava intoccabile: tutti ne parlavano, tutti la consigliavano, tutti avevano qualcosa da dire su Carmy, Sydney, Richie, la cucina, l’ansia, i panini, il lutto, le urla e quella sensazione continua di stare dentro una pentola a pressione. Poi qualcosa si è raffreddato. Non di colpo, non in modo disastroso. Però si è sentito.
E forse il calo è iniziato proprio dopo uno degli episodi più amati: Fishes, la cena di Natale della seconda stagione.
Sì, lo so. Fishes è un episodio enorme. Uno di quelli che, appena finito, ti lascia addosso la voglia di prendere una camomilla e chiamare qualcuno per chiedergli scusa anche se non hai fatto niente. È una puntata claustrofobica, chiassosa, dolorosa, piena di rabbia familiare. Dentro ci sono Jamie Lee Curtis, Bob Odenkirk, John Mulaney, Sarah Paulson, Gillian Jacobs. Un cast da evento, usato però in modo sensato: sembrano davvero parenti, ex, presenze ingombranti, pezzi di una famiglia che non sa stare nella stessa stanza senza farsi male.
Lì funzionava. Il problema è che dopo Fishes la serie sembra aver imparato la lezione sbagliata.
Non “costruiamo episodi forti con personaggi forti”. Piuttosto: “se mettiamo un altro volto famoso, il pubblico impazzisce”.
Ed è lì che The Bear ha iniziato a perdere compattezza.
All’inizio la serie era potente perché sembrava quasi sporca di vita vera. Carmy tornava a Chicago dopo la morte del fratello Mikey e provava a trasformare il vecchio locale di famiglia, The Beef, in qualcosa di nuovo. Ma dietro il sogno del ristorante c’era molto di più: il lutto, il senso di colpa, la pressione di chi ha lavorato nell’alta cucina fino a farsi consumare, il rapporto con una famiglia che gli ha lasciato addosso più ferite che ricordi tranquilli.
Sydney arrivava con fame, talento e bisogno di dimostrare qualcosa. Richie sembrava solo il caos in persona, poi piano piano diventava uno dei personaggi più commoventi della serie. Tina, Marcus, Natalie e gli altri davano al racconto un corpo vero, umano, pieno di difetti. The Bear funzionava perché non aveva bisogno di sembrare importante. Lo era.
Poi è arrivata la stagione 3, e la serie ha cominciato a guardarsi un po’ troppo allo specchio.
Non è che mancassero le belle scene. Alcune erano ancora ottime. Però la sensazione era diversa. Più lucida, più elegante, più compiaciuta. Olivia Colman torna nel ruolo della chef Terry, dopo la splendida apparizione in Forks. Joel McHale interpreta uno dei vecchi mentori di Carmy, quello che lo ha massacrato psicologicamente per anni. Josh Hartnett entra come Frank, il nuovo compagno dell’ex di Richie. Nel finale compaiono anche chef reali come Daniel Boulud, René Redzepi e Thomas Keller.
Presi uno per uno, molti di questi nomi hanno senso. Il problema è l’effetto accumulo.
Quando ogni apparizione sembra costruita per farti dire “guarda chi c’è”, la storia perde un po’ di forza. Lo spettatore non resta più completamente dentro la scena. Per un secondo esce, riconosce il volto famoso, commenta mentalmente la scelta. E quel secondo basta. In una serie come The Bear, che vive di tensione, ritmo e intimità emotiva, ogni distrazione pesa.
Il caso più evidente è John Cena nei panni di Sammy Fak. Cena ha tempi comici, questo non si discute. Sa stare in scena e non è certo un problema in sé. Però dentro The Bear la sua comparsa sembra quasi troppo vistosa. Invece di pensare al personaggio, pensi a John Cena. E quando succede questo, vuol dire che il cameo ha superato la storia.
È un peccato, perché la famiglia Fak aveva già un suo spazio comico. Non serviva trasformarla in una calamita per ospiti famosi. Il rischio, infatti, è che il tono cambi. Da racconto nervoso e preciso su persone che lavorano, soffrono e si incastrano male tra loro, The Bear in alcuni momenti sembra diventare una riunione di star invitate a partecipare al fenomeno del momento.
La quarta stagione, almeno secondo chi l’ha seguita, ha provato a rimettere un po’ d’ordine. Però non ha abbandonato del tutto questa abitudine. Arriva Brie Larson come Francie Fak, Jamie Lee Curtis torna con più spazio come Donna Berzatto, e molte facce già passate dalla serie ricompaiono nel matrimonio di Tiff e Frank. Anche qui, non è un problema di talento. Brie Larson è bravissima, Jamie Lee Curtis pure. Il problema è che The Bear rischia di sembrare troppo felice di mostrarci chi è riuscita a invitare.
E questa cosa indebolisce la serie perché sposta l’attenzione dal cuore del racconto.
Il cuore non erano i cameo. Il cuore era Carmy che non sa respirare se non dentro il lavoro. Era Sydney che vuole costruire qualcosa ma non vuole farsi distruggere dal caos di Carmy. Era Richie che trova una dignità nuova imparando a servire gli altri con cura. Era una cucina in cui ogni piatto poteva diventare una richiesta d’aiuto, un tentativo di cambiare, una forma di controllo.
Quando The Bear si concentra su questo, resta fortissima. Quando invece sembra più interessata a infilare dentro un nuovo ospite famoso, perde sapore. Come un piatto troppo carico: ingredienti buoni, anche costosi, ma alla fine non senti più cosa stai mangiando.
La cosa più ironica è che Fishes non era il problema. Fishes era l’eccezione giusta. Un episodio speciale, con una funzione precisa, dentro una famiglia esplosiva. Il guaio è stato provare a ripetere quell’effetto senza avere sempre la stessa necessità narrativa. Non tutti gli episodi devono sembrare eventi. Non ogni ruolo secondario ha bisogno di un nome da copertina.
The Bear resta una buona serie, forse anche più che buona. Sarebbe sciocco liquidarla come “crollata” nel senso più brutale del termine. Però è calata. Ha perso un po’ di quella fame iniziale. E per una serie che parlava proprio di fame, ambizione e bisogno di dimostrare qualcosa, è una bella beffa.
La quinta stagione avrà quindi un compito semplice da dire e difficile da fare: tornare ai personaggi. Lasciare che Carmy, Sydney, Richie e gli altri respirino senza essere circondati da troppi segnali luminosi. Chiudere la storia non con l’ennesima apparizione a sorpresa, ma con una conclusione emotiva vera.
Perché The Bear non ha bisogno di altri amici famosi in cucina. Ha bisogno di ricordarsi perché quella cucina, all’inizio, ci sembrava così viva.
Tu cosa ne pensi: The Bear ha davvero perso forza per colpa dei troppi cameo o gli ospiti famosi hanno reso la serie ancora più interessante? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


