Attenzione: questo articolo contiene spoiler sulla trama e sul finale del film Digger.
A volte i film nascondono una doppia anima, rivelandosi allo spettatore con una lentezza calcolata e spiazzante. È esattamente ciò che accade in Digger, l’attesissimo nuovo lungometraggio diretto dal pluripremiato regista messicano Alejandro G. Iñárritu. Non ci troviamo di fronte a un thriller basato su un colpo di scena da infarto alla Sesto Senso, ma a una costruzione narrativa pensata per far riflettere e ribaltare progressivamente le certezze del pubblico.
Se vi siete avventurati oltre l’avviso di spoiler, siete pronti per scoprire il vero nucleo di questa pellicola. Digger non è, come sembra per buona parte della visione, la cronaca dell’apocalisse innescata dall’avido magnate del petrolio Digger Rockwell. Il grande inganno si svela quando capiamo che Tom Cruise non sta interpretando direttamente il miliardario, bensì Curtis Markson, un attore teatrale alle prese proprio con il ruolo di Rockwell. L’intero film si divide così tra la messa in scena della pièce intitolata Fossil Fools – una drammatizzazione fittizia degli errori del vero Digger – e la nevrotica vita dietro le quinte di Curtis, impegnato in discussioni accese con la regista dello spettacolo (Sophie Wilde) sul valore della satira e disperatamente alla ricerca della figlia scomparsa.
Attraverso questa complessa struttura metanarrativa, Digger si rivela a tutti gli effetti come il sequel spirituale di Birdman (o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), il capolavoro con Michael Keaton che nel 2015 valse a Iñárritu ben quattro premi Oscar, tra cui quello per il Miglior Film. Entrambe le pellicole utilizzano l’urgenza, il sudore e la claustrofobia del teatro dal vivo per esplorare la psiche tormentata degli attori, avvalendosi della magistrale fotografia di Emmanuel Lubezki (che in entrambi i casi sfrutta intensamente i piani sequenza, i primi piani e la macchina a mano). Se Birdman raccontava la crisi identitaria di un attore in declino, omaggiando classici del teatro al cinema come La sera della prima di John Cassavetes, Digger espande questa conversazione spingendola su un piano globale.
In Digger, Iñárritu non si limita a interrogarsi sulla vanità dell’artista, ma pone una domanda ancora più grande e universale: l’arte ha ancora un senso di fronte alla fine del mondo? Il personaggio di Curtis è logorato dai dubbi. Sente che mettere in scena la malvagità e la distruzione causate dal vero Digger Rockwell in chiave satirica sia un esercizio troppo facile, un modo per ridurre orrori reali a semplice intrattenimento borghese.
La risposta catartica arriva attraverso il personaggio del produttore Kenny (interpretato da Jesse Plemons), che svelandosi come il nipote del vero magnate, rassicura l’attore: il loro spettacolo teatrale non è inutile vanità, ma un atto vitale di testimonianza.
Come Riggan in Birdman trovava una sorta di liberazione personale volando dal cornicione di un ospedale, anche Curtis ottiene la sua assoluzione finale sul palcoscenico. In Digger, Iñárritu confeziona un grido di rabbia contro il cambiamento climatico e lo strapotere dei miliardari, ma ci ricorda al contempo che, anche quando tutto sembra perduto, l’arte resta il mezzo più potente che abbiamo per esorcizzare i nostri errori collettivi e mantenere vivo lo spirito umano.
Digger è attualmente disponibile nelle sale cinematografiche. E voi, siete pronti a lasciarvi spiazzare dal suo inaspettato colpo di scena teatrale?


