Ok, ammettiamolo: quando pensiamo a Frankenstein, ci viene subito in mente Boris Karloff con la pelle verdastra, la fronte squadrata e quei bulloni piantati nel collo come fossero orecchini post-industriali.
Guillermo del Toro, invece, ha guardato quel mito e ha detto: “No, rifacciamolo da capo”.
Il suo Frankenstein non è un remake, è un atto d’amore mutato geneticamente. Non punta a risvegliare il mostro con la scarica elettrica della nostalgia, ma a rianimarlo con la linfa del sentimento. E sì, è più inquietante proprio perché è più umano.
Un mostro nuovo, nato da 42 protesi e 10 ore di trucco
La creatura di del Toro, interpretata da Jacob Elordi, non ha bulloni né il ghigno rigido del cinema classico. È slanciata, pallida, quasi traslucida, con la pelle segnata da cicatrici e vene in rilievo come mappe di un corpo mai finito.
Per ottenere quell’aspetto sospeso tra bellezza e abominio, ci sono volute 42 protesi diverse e più di 10 ore di make-up al giorno. Un lavoro titanico, curato dallo scultore Mike Hill, che ha dichiarato di essersi ispirato ai disegni anatomici di Leonardo e alle tavole mediche del XIX secolo.
Del Toro voleva una creatura che non fosse un’icona pop, ma una ferita che cammina. E guardandola, lo capisci: non è il solito “mostro” con la giacca nera e il passo rigido. È qualcosa di più vicino alla tragedia greca che all’horror gotico.
Addio bulloni, benvenuto dolore
La grande differenza con il Frankenstein del 1931 è che qui non c’è spettacolo nella mostruosità.
Del Toro ha detto di aver costruito il film come una “storia di padri e figli, di creazione e abbandono”.
E il dolore, quello vero, non sta nel sangue o nella paura, ma nella solitudine.
Il mostro di Karloff faceva paura perché era “altro”, quello di del Toro fa male perché è troppo simile a noi. Non si nasconde nei cimiteri, ma negli angoli della coscienza. È il prodotto di un esperimento fallito e di un amore mancato. E anche se lo guardi negli occhi e ti sembra un miracolo, dentro senti la stessa domanda che del Toro ci butta addosso per due ore:
“Chi è il vero mostro, chi crea o chi abbandona?”
Una storia (finalmente) raccontata dal punto di vista sbagliato
C’è un’altra cosa che mi ha conquistato: del Toro ribalta il punto di vista.
Non seguiamo il dottor Victor Frankenstein nel suo delirio da demiurgo, ma la Creatura nel suo tentativo di capire cosa significhi essere vivi.
Del Toro ha spiegato che questa è “la storia di un figlio che cerca il padre”, e che nel suo cinema c’è sempre qualcosa di profondamente cattolico e messicano: l’idea del peccato, della colpa, della redenzione attraverso l’amore.
E infatti, qui la vera elettricità non viene dai fulmini, ma dal rimpianto.
Un cast da Oscar (letteralmente)
A dare vita a questa tragedia gotica c’è un cast che sembra uscito da un sogno (o da un incubo, dipende dal punto di vista).
Oscar Isaac è un Victor Frankenstein magnetico, tormentato, quasi sacerdotale.
Mia Goth, che ormai nel gotico ci nuota come un pesce nell’acqua, interpreta Elizabeth con un’intensità malinconica che sembra una fiammella pronta a spegnersi.
E poi Christoph Waltz, perfetto nel ruolo del mentore ambiguo, e ovviamente Elordi, che qui abbandona il fascino da star e si trasforma in un corpo estraneo, commovente e disturbante allo stesso tempo.
Del Toro li dirige con quel suo stile unico: caldo e barocco, ironico e disperato. Sul set, raccontano, dava indicazioni in spagnolo, alternando battute assurde a citazioni bibliche. Oscar Isaac ha detto che lavorare con lui è “come pregare e ridere nello stesso minuto”.
Set costruiti a mano e nebbia vera
Uno dei piaceri più grandi del film è guardare i set.
Altro che green screen: del Toro ha voluto laboratori, torri e villaggi interi costruiti a mano, girando tra Toronto e Edimburgo, dove ha trasformato la Royal Mile in un mercato ottocentesco.
Tutto è fisico, tattile, pieno di dettagli. Le pietre hanno muschio vero, la pioggia è acqua fredda, e la nebbia… beh, quella non manca mai nei film di Guillermo.
A vederla, ti sembra di poterci camminare dentro.
13 minuti di applausi (e zero urla di terrore)
Alla Mostra del Cinema di Venezia, il film ha ricevuto 13 minuti di standing ovation.
Non per le scene horror, ma per l’emozione.
Molti spettatori sono usciti con gli occhi lucidi: perché Frankenstein non è solo una storia di resurrezione, è una meditazione sull’anima.
La Creatura non viene mai trattata come un fenomeno da baraccone, ma come una persona che soffre per essere nata nel modo sbagliato.
E in tempi in cui la diversità è ancora vista come minaccia, del Toro ti guarda e dice: “Ehi, la bellezza può essere imperfetta”.
La musica che non ti aspetti
A dare il tono giusto è la colonna sonora di Alexandre Desplat, che invece di suonare spaventosa suona melanconica.
Violini, pianoforte, pochi ottoni.
Una musica che ti accompagna come un respiro e che ricorda più un requiem d’amore che un horror gotico.
Del Toro ha detto di aver chiesto a Desplat di comporre “una musica per un’anima che non trova casa”. E credo che sia riuscito perfettamente.
Una creatura che evolve (e non solo dentro)
Un’altra chicca è che il look del mostro cambia durante il film.
Non solo per l’usura fisica, ma per rappresentare la sua crescita emotiva.
All’inizio è un corpo incompleto, sgraziato, quasi spaventato dal proprio riflesso.
Col passare del tempo diventa più eretto, più consapevole, come se imparasse da sé cosa significhi essere “umano”.
È un’evoluzione silenziosa ma potente, costruita con dettagli minuscoli – un gesto, uno sguardo, un respiro – che ti restano impressi più di qualsiasi effetto speciale.
Del Toro e la sua ossessione lunga trent’anni
Pochi sanno che Guillermo del Toro voleva fare Frankenstein da più di trent’anni.
Aveva scritto la prima bozza nel 1993 e da allora il progetto è rimasto nel cassetto, passando da uno studio all’altro.
Ogni volta veniva rimandato, riscritto, accantonato.
Fino a oggi, in cui finalmente il regista di Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua ha potuto creare la sua Creatura, con tutti i mezzi che voleva e senza compromessi.
“Ho sempre sentito che Frankenstein ero io”, ha detto in un’intervista. E dopo aver visto il film, capisci perfettamente cosa intende.
Il Frankenstein più inquietante è quello che ci assomiglia
Il motivo per cui questo film resta addosso non è lo shock, ma la tenerezza.
Del Toro ci regala un mostro che non ruggisce, ma sospira.
Che non uccide per rabbia, ma per disperazione.
Che non cerca vendetta, ma accettazione.
E più lo guardi, più ti rendi conto che il vero brivido non arriva dal suo aspetto, ma dal riconoscerti in lui.
Alla fine, il Frankenstein di del Toro non è la storia di una creatura che voleva essere umana, ma di un’umanità che si comporta da creatura.
La paura, oggi, ha un volto fragile
In un mondo pieno di film che urlano, del Toro sussurra.
E in quel sussurro c’è qualcosa di più spaventoso della violenza: la compassione.
Il suo Frankenstein non vuole farti saltare dalla sedia, vuole entrarti dentro, lentamente, come la nebbia dei suoi set.
E quando esci dal cinema, ti rimane addosso una sensazione strana.
Non paura. Non tristezza.
Qualcosa di più sottile.
La consapevolezza che, in fondo, tutti siamo un po’ cuciti male.
Tu che ne pensi?
Del Toro ha detto che il suo film è una lettera d’amore ai “mostri interiori” che ci abitano.
Io ci credo.
Ma adesso sono curioso di sapere cosa pensi tu: preferisci il Frankenstein coi bulloni o questo, più fragile e moderno?
Scrivimelo nei commenti, così vediamo quanti cuori battono ancora per i vecchi mostri… e quanti per quelli nuovi.


