Quando si sente dire che Spielberg è tornato a fare un film di fantascienza sugli extraterrestri, la mente va subito a certi ricordi precisi: la luce calda di E.T., la meraviglia silenziosa di Incontri ravvicinati del terzo tipo, quella sensazione di stare davanti a qualcosa di più grande di te che solo lui sa costruire sullo schermo. Disclosure Day non è niente di tutto questo, almeno non nel modo in cui te lo aspetti. Ed è proprio per questo che funziona.
Il film è uscito nelle sale italiane il 10 giugno con 145 minuti di durata e una premessa che parte dal presente: il mondo è sull’orlo di una terza guerra mondiale, la gente è incollata agli schermi in attesa di notizie su un conflitto che potrebbe esplodere da un momento all’altro. In questo caos globale si muovono due protagonisti che non si conoscono ancora. Daniel Kellner è un ex hacker appena uscito di prigione che ha scoperto qualcosa di enorme: un’organizzazione segreta chiamata Wardex, guidata dall’eccentrico Noah Scanlon, nasconde al mondo l’esistenza di forme di vita extraterrestre. Margaret Fairchild è una meteorologa di Kansas City con una relazione in pezzi e dei poteri inspiegabili che si sono risvegliati da poco: riesce a leggere i pensieri delle persone, parla lingue che non ha mai studiato e, durante una diretta meteorologica, comincia improvvisamente a emettere suoni in una lingua aliena davanti a migliaia di spettatori. Le loro strade non si sono ancora incrociate, ma qualcuno è convinto che insieme possano rendere possibile qualcosa che da soli non riuscirebbero mai a fare.
Più vicino a Minority Report che a E.T.
Chi si aspetta la tenerezza silenziosa dei film alieni di Spielberg degli anni Ottanta farà bene a rivedere le proprie aspettative prima di sedersi in sala. Disclosure Day dialoga molto di più con Minority Report e con A.I. – Intelligenza Artificiale, lavori in cui Spielberg metteva al centro la sorveglianza, il libero arbitrio e le crepe di una società che si crede più razionale di quanto non sia. C’è anche qualcosa dello spirito avventuroso di Indiana Jones nel ritmo delle sequenze d’azione, in particolare in un inseguimento nel secondo atto tra Daniel e la sua compagna Jane che è una delle scene più coinvolgenti dell’intera pellicola.
Nonostante i 145 minuti, il ritmo non cede mai. Spielberg gestisce il passo con la sicurezza di chi ha costruito la sua carriera su questo equilibrio tra spettacolo ed emozione, e si conferma capace come pochi di tenere lo spettatore dentro la storia senza che si accorga del tempo che passa. Il finale del terzo atto è costruito con una cura che lascia soddisfatti nel senso più pieno del termine: non una sorpresa a effetto, ma una conclusione che guadagna quello che le spetta.
Emily Blunt fa qualcosa di difficilissimo
Il personaggio di Margaret è la prova tecnica più impegnativa del film, ed Emily Blunt la supera con una naturalezza che non smette di sorprendere. I poteri di Margaret si manifestano come una perdita di controllo: in un secondo parla con il proprio accento americano, in quello successivo ha già cambiato voce, tono e lingua, diventando per qualche istante un’altra persona. Rendere credibile questa progressione senza che scivoli mai nel grottesco è un compito che richiede una precisione tecnica rarissima. Blunt lo fa sembrare ovvio, il che è esattamente il segno di una prova straordinaria. Quindi ti consiglio di vedere il film in lingua originale per apprezzare meglio la sua prova.
Josh O’Connor costruisce un Daniel lontano dall’eroe da blockbuster classico: niente muscoli, niente battute fulminanti, niente sicurezza ostentata. È uno che ragiona, sbaglia e si spaventa, e funziona benissimo come ponte tra Blunt e il resto del cast. Colman Domingo ed Eve Hewson hanno i loro momenti senza appesantire la storia con troppe spiegazioni, mentre Wyatt Russell gestisce con leggerezza la parte più comica. Colin Firth nei panni del villain è l’unico elemento che a tratti stona: non per difetto di recitazione, ma perché il personaggio sembra calibrato su un registro diverso rispetto agli altri, come se fosse uscito da un film diverso e si fosse ritrovato su questo set per sbaglio.
La fotografia e la musica che fanno il lavoro sporco
Janusz Kamiński, il direttore della fotografia con cui Spielberg lavora da tre decenni, trova soluzioni visive per i poteri di Margaret che non si affidano mai agli effetti speciali in modo meccanico. Una delle inquadrature più belle del film arriva in un momento inaspettato: Margaret guarda attraverso la finestra di un ospedale e il suo viso si sovrappone a quello dell’uomo sul vetro dall’altra parte, un’immagine che rimane impressa molto dopo che i titoli di coda sono finiti. La trasformazione si legge prima sulla luce, poi sul corpo dell’attrice, e solo dopo negli effetti: un approccio che dà al film una qualità organica rara nel cinema di fantascienza contemporaneo.
John Williams firma la colonna sonora e consegna uno dei suoi lavori migliori degli ultimi anni. C’è qualcosa che ricorda i suoi esordi con Spielberg, quella capacità di gonfiare l’emozione senza mai diventare invadente, di sostenere la suspense senza schiacciarla.
Un blockbuster per cinefili
Disclosure Day non è un film per tutti. Chi vuole la semplicità emotiva di E.T. troverà qualcosa di più complicato e meno rassicurante. Chi è disposto ad accettare che Spielberg abbia qualcosa di nuovo da dire sugli alieni, qualcosa che passa per la cospirazione, la sorveglianza e la perdita di controllo sulla propria mente, troverà uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni. Nessun franchise alle spalle, nessun universo condiviso da rispettare: solo un regista che sa ancora come si fa questo lavoro, con una storia che ha qualcosa da dire e un cast all’altezza di dirlo.
Hai già visto Disclosure Day o stai aspettando di capire se vale il biglietto: cos’è che ti ha convinto o frenato di più?
La Recensione
Disclosure Day
Disclosure Day è un thriller fantascientifico solido, ambizioso e ben eseguito, che dimostra come Spielberg non abbia perso niente di quello che lo ha reso grande. Emily Blunt è straordinaria, la fotografia di Kamiński è tra le migliori viste al cinema quest'anno e la colonna sonora di Williams si fa apprezzare. Il film non è immediato come i classici alieni di Spielberg, punta su temi più complessi e un tono più adulto, ma chi gli dà fiducia troverà 145 minuti che valgono ogni minuto di visione. Colin Firth rimane l'unica stonatura in un insieme altrimenti riuscito.
PRO
- Emily Blunt sforna la prova più difficile e convincente della sua carriera
- Spielberg gestisce 145 minuti senza perdere mai il ritmo
- La fotografia di Kamiński è di livello altissimo, con inquadrature che restano in testa
- La colonna sonora di John Williams è tra le sue migliori degli ultimi vent'anni
CONTRO
- Colin Firth sembra fuori posto


