Sta facendo discutere negli Stati Uniti il nuovo documentario Melania, dedicato alla First Lady Melania Trump. Il film uscirà tra pochi giorni nelle sale americane, ma le polemiche sono iniziate molto prima della distribuzione. La miccia si è accesa dopo una proiezione alla Casa Bianca, descritta come elegante e affollata di ospiti importanti. Molti politici e molti cittadini hanno criticato l’evento perché è avvenuto poche ore dopo l’uccisione dell’infermiere Alex Pretti da parte degli agenti della Border Patrol, fatto che ha scosso il Paese e ha aperto un dibattito molto acceso.
Secondo diversi commentatori, il documentario sembra un modo per sostenere l’immagine della First Lady e dell’attuale amministrazione Trump. Viene infatti percepito da una parte del pubblico come un servizio politico camuffato da prodotto culturale. Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il film è già un successo, ma i dati sulle prevendite dei biglietti raccontano una storia diversa. Le sale non sono piene e in molte città i posti restano vuoti. Alcuni utenti sui social hanno fotografato sale quasi deserte, anche in grandi centri come Boston o Jacksonville. Le previsioni indicano un primo fine settimana molto debole, con un incasso stimato tra uno e cinque milioni di dollari, cifra molto bassa rispetto al costo di produzione, pari a quaranta milioni di dollari, coperti da Amazon/MGM.
La serata alla Casa Bianca ha attirato ancora più critiche. Tra gli invitati c’erano figure importanti della finanza, della tecnologia e dello spettacolo. Sono stati citati il CEO di Apple Tim Cook, la CEO della Borsa di New York Lynn Martin, il CEO di Zoom Eric Yuan, la regina Rania di Giordania, l’ex pugile Mike Tyson, oltre al regista Brett Ratner, tornato dietro la macchina da presa dopo le accuse di violenza sessuale ricevute durante il movimento MeToo. La proiezione ha previsto popcorn, biscotti con il nome della First Lady, biglietti da collezione e copie della sua autobiografia. Tutto questo ha fatto indignare alcuni politici democratici che hanno parlato di festa fuori luogo in un momento difficile per il Paese.
La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha accusato la Casa Bianca di aver organizzato una serata elegante mentre una forte tempesta di neve paralizzava la East Coast e mentre il Paese era sotto shock per la morte di un infermiere disarmato. Anche l’anteprima al Kennedy Center ha sollevato critiche, perché il complesso culturale è nelle mani dell’amministrazione Trump dal 2025. Per alcuni osservatori si tratta di una occupazione simbolica della cultura, usata per rafforzare l’immagine pubblica della First Lady.
La discussione non riguarda solo la politica, ma anche il tipo di film che è stato realizzato. Alcuni membri della troupe hanno dichiarato alla stampa di essersi sentiti a disagio durante la lavorazione. Hanno raccontato che il film sembrava più un lavoro di propaganda che un semplice documentario biografico. Se queste testimonianze fossero confermate, il caso assumerebbe una dimensione ancora più complessa, perché si parlerebbe di pressioni interne alla produzione. Molti spettatori si chiedono se il pubblico possa fidarsi di un racconto controllato dall’alto, con un budget enorme e obiettivi che potrebbero essere diversi da quelli artistici.
Il documentario cerca di mostrare una Melania elegante, riservata e colta, con una storia personale legata all’Europa orientale e poi agli ambienti di New York. La narrazione punta sulla sua vita da modella e sulla sua trasformazione in First Lady, accanto a un Presidente molto divisivo. Per i suoi sostenitori, questo documentario sarebbe un modo per raccontare la figura di una donna indipendente, poco compresa dai media e sempre rispettosa del ruolo istituzionale. Per i suoi detrattori, invece, si tratterebbe di un tentativo di costruire un’immagine positiva in vista della campagna politica, usando strumenti culturali per raggiungere un obiettivo elettorale.
Il caso Melania apre anche una riflessione sul rapporto tra cinema e potere, soprattutto in un momento storico in cui la comunicazione politica usa ogni mezzo per influenzare la percezione della gente. Molti ricordano che in tante democrazie è normale che la cultura e la politica dialoghino, ma molti cittadini americani non accettano che la Casa Bianca venga usata come una sala privata per proiezioni riservate. In passato molti Presidenti hanno fatto accordi con Hollywood, ma raramente questi accordi hanno provocato polemiche così forti.
Ora resta da capire come reagirà il pubblico nei cinema. Alcuni possono andare a vedere il film per curiosità, altri per sostegno, altri ancora per protesta. Di certo non sarà una uscita anonima. Al di là del giudizio politico, il caso dimostra che la figura di Melania Trump non lascia indifferenti. È amata da una parte dell’America e criticata da chi vede nella sua immagine una costruzione mediatica. Come spesso accade, il successo o il fallimento di un film può dire molto sul clima culturale di un Paese.
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