Dolly Parton ha lasciato una quantità impressionante di canzoni, ma alcune sono diventate molto più di semplici successi country. Jolene, I Will Always Love You, 9 to 5 e Coat of Many Colors hanno attraversato generazioni, generi musicali e perfino il cinema, trasformando una ragazza cresciuta in una famiglia poverissima del Tennessee in una delle autrici più importanti della musica americana.
Dolly ha scritto migliaia di canzoni nel corso della carriera e ha ottenuto 25 numeri uno nella classifica country americana. Ridurre il suo repertorio a pochi brani è quindi quasi impossibile, ma ci sono pezzi che raccontano meglio di altri perché sia stata considerata per decenni la regina del country.
Jolene, una supplica diventata immortale
Se bisogna scegliere la canzone che identifica immediatamente Dolly Parton, probabilmente la risposta è Jolene.
Pubblicata nel 1973, racconta di una donna che implora un’altra donna, bellissima e irresistibile, di non portarle via l’uomo che ama. Non ci sono minacce, rabbia o vendetta. Dolly ammette semplicemente di sentirsi vulnerabile davanti a lei.
Proprio questa fragilità rende il brano ancora oggi potentissimo.
La cantante raccontò di aver preso il nome da una bambina incontrata dopo un concerto, mentre l’ispirazione per la storia sarebbe arrivata da una giovane impiegata di banca dai capelli rossi che prestava parecchia attenzione a suo marito Carl Dean.
Jolene è stata reinterpretata da decine di artisti ed è entrata nella Grammy Hall of Fame.
I Will Always Love You nacque come un addio
Molti associano immediatamente I Will Always Love You a Whitney Houston e a Guardia del corpo, ma la canzone appartiene prima di tutto a Dolly Parton.
Dolly la scrisse nel 1973 come addio professionale a Porter Wagoner, l’uomo che l’aveva aiutata a farsi conoscere attraverso il suo programma televisivo ma dal quale lei voleva separarsi per costruire una carriera indipendente.
Non era quindi una dichiarazione romantica.
Era un modo elegante per dire: ti sarò sempre grata, ti vorrò sempre bene, ma devo andare per la mia strada.
La versione originale di Dolly arrivò al numero uno della classifica country e ci tornò anni dopo grazie a una nuova registrazione. Poi Whitney Houston la trasformò in uno dei singoli più famosi della storia della musica. Anche la registrazione di Dolly è entrata nella Grammy Hall of Fame.
Coat of Many Colors racconta la sua infanzia
Coat of Many Colors è forse una delle canzoni che permettono di conoscere meglio Dolly come persona.
Il brano nasce da un ricordo della sua infanzia povera nel Tennessee. Sua madre cucì per lei un cappotto utilizzando pezzi di stoffa diversi e, mentre lavorava, le raccontò la storia biblica di Giuseppe e della sua veste colorata.
Dolly era orgogliosissima di quel cappotto.
A scuola, però, gli altri bambini la presero in giro perché era evidente che fosse stato realizzato con materiali recuperati.
Lei trasformò quell’umiliazione in una canzone sulla dignità e sul valore delle cose che non possono essere misurate attraverso il denaro. Non servono grandi effetti: bastano pochi minuti per capire da dove arrivino molte delle idee che Dolly avrebbe difeso per il resto della vita.
9 to 5 trasformò il rumore delle unghie in musica
Poi c’è 9 to 5, probabilmente uno dei brani più divertenti e immediati del suo repertorio.
Dolly lo scrisse per il film omonimo del 1980, in cui recitava insieme a Jane Fonda e Lily Tomlin. La canzone racconta la frustrazione dei lavoratori intrappolati tra ufficio, capi arroganti, stipendi insufficienti e giornate sempre uguali.
Il dettaglio geniale è il ritmo iniziale.
Dolly ottenne quel suono battendo tra loro le unghie acriliche, imitando il rumore di una macchina da scrivere.
Il brano arrivò al primo posto della Billboard Hot 100, vinse due Grammy e ottenne anche una candidatura all’Oscar come miglior canzone originale.
Here You Come Again mostrò che poteva conquistare anche il pop
Nel 1977 arrivò Here You Come Again, una delle poche grandi hit di Dolly che non aveva scritto personalmente.
La canzone, firmata da Barry Mann e Cynthia Weil, segnò un momento importante perché permise alla cantante di raggiungere un pubblico molto più ampio.
Arrivò al numero tre della classifica pop americana e regalò a Dolly il suo primo Grammy.
Era ormai chiaro che definirla semplicemente cantante country iniziava a essere riduttivo.
Islands in the Stream e l’intesa con Kenny Rogers
Impossibile dimenticare Islands in the Stream, cantata insieme a Kenny Rogers nel 1983.
Scritta dai Bee Gees, diventò uno dei duetti più celebri degli anni Ottanta.
La chimica vocale tra Dolly e Kenny funzionava talmente bene che i due continuarono a collaborare e mantennero un’amicizia molto forte per decenni.
La canzone conquistò anche il pubblico pop e rimane ancora oggi uno dei brani più immediatamente riconoscibili di entrambi.
Non era soltanto la voce: Dolly era soprattutto un’autrice
Forse è questo l’aspetto che rischia di essere dimenticato guardando gli abiti scintillanti, i capelli giganteschi e il personaggio costruito con grande ironia.
Dolly Parton era prima di tutto una grandissima autrice.
Sapeva raccontare gelosia, povertà, lavoro, amore, ambizione e separazioni usando parole semplici. Molte sue canzoni sembrano conversazioni che qualcuno potrebbe avere al tavolo di una cucina.
La Recording Academy ha inserito Jolene e I Will Always Love You nella Grammy Hall of Fame e nel 2011 le ha assegnato il Lifetime Achievement Award.
La musica di Dolly riesce ancora a funzionare perché non dipende soltanto dal periodo in cui è stata registrata.
Puoi ascoltare Coat of Many Colors senza essere cresciuto nel Tennessee, oppure Jolene senza aver mai vissuto quella particolare storia. Capisci comunque perfettamente ciò che sta raccontando.
È probabilmente uno dei motivi per cui, dopo decenni di carriera, quelle canzoni continuano a essere cantate, reinterpretate e scoperte da persone molto più giovani rispetto a chi le ascoltò alla loro uscita.
E tu quale canzone di Dolly Parton ami di più: Jolene, I Will Always Love You, 9 to 5 oppure ne sceglieresti un’altra? Scrivilo nei commenti.


